Mississippi John Hurt: il bluesman che arrivò troppo presto

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Nella storia della musica poche vicende sono tanto ricche e articolate come quella della nascita del blues. Lo sviluppo di questo genere musicale affonda le sue innumerevoli radici in una lunga lista di nomi, strumenti di fortuna, piccoli luoghi e minuscole sale da ballo (nelle migliori delle ipotesi), la cui memoria è arrivata a noi soltanto attraverso scrupolose ricerche e una manciata di registrazioni.

Se c’è una cosa che però questa genesi ha saputo regalarci è un vasto insieme di singole storie e vicende umane, che hanno come denominatore comune la spontaneità, l’aggregazione, il senso di appartenenza e la necessità di dare un senso ad una vita non decisamente idilliaca. Il lavoro nei campi, la povertà, la difficoltà di trovare una compagna, un lavoro, una scappatoia dai vizi, furono tutte tematiche che i bluesman delle origini affrontavano a muso duro, con quella schiettezza di chi parla per sé stesso e pochi altri. Non erano tempi facili, ma come canta Tom Keifer (Cinderella) in One for Rock’n’Roll: people made the music, and the music made them free.

È in questo contesto che Mississippi John Hurt, all’anagrafe John Smith Hurt, dà voce al suo personale blues. Nato in una minuscola cittadina di nome Teoc a Carroll County, John si trasferisce sulle vicine colline di Avalon, circondato da tanti terreni e appena un centinaio di abitanti. Gli archivi datano la sua nascita l’8 Marzo del 1893, ma gli verranno in seguito attribuite anche altre date, comprese fra il 1892 e il 1895. All’età di soli nove anni, John comincia a suonare la chitarra da autodidatta, approfittando del gentile prestito da parte di un amico della madre che trascorreva lunghi periodi in casa loro, per potersi permettere di corteggiare una donna due case più in là. Il rapporto con la chitarra diventa presto parte integrante della vita di John, una vera e propria simbiosi tecnica e spirituale, che lo porterà a sviluppare uno stile assolutamente personale: un fingerpicking con i bassi ribattuti e sincopati, arricchiti contemporaneamente da una linea melodica che si fa strada attraverso il ritmo e il groove. Tutto questo in autonomia, uno stile ricco ed elegante che (con stupore di molti amici) a John veniva incredibilmente naturale. Decisamente non avvezzo ad atteggiamenti da stella nascente, ma bensì di temperamento pacifico, schietto e sereno, John esibisce per gli amici un sound raffinato ed elegante, con melodie vocali che richiamano la grande intimità del personaggio, con sé stesso e con lo strumento.

Non ci mette molto ad essere notato, come racconterà successivamente lui stesso: accade che ad una fiera musicale di passaggio ad Avalon, uno dei musicisti sente John e colpito gli chiede di unirsi a lui per poter lavorare insieme: la risposta di John è un categorico no. Non avrebbe mai abbandonato le sue terre (che aveva cominciato a lavorare come mezzadro), e non avrebbe mai abbandonato casa sua, la sua Avalon. Ed è questo un grandissimo indice della personalità di Mississippi John Hurt: un grandissimo e unico chitarrista, ma anche un lavoratore, un mezzadro, un uomo per il quale l’imbracciare una chitarra ed esibirsi per gruppi di amici esterrefatti non significava assolutamente dover abbandonare tutto e partire per condurre la vita del musicista, cercando il successo.

Il lavoro si sposta, nel 1916, dai campi alle rotaie, dove John lavora come impiegato nelle ferrovie. Prosegue però in parallelo lo studio e il rapporto con la chitarra, che lo porterà ad incorporare elementi del gospel e del country. Nel corso degli anni, interrogato sulle sue influenze musicali, farà il nome di artisti come Rufus Hanks (un bluesman delle sue parti, mai stato registrato su nastro) e del cantante Jimmie Rodgers (che non registrò nulla prima del 1927, e le quali ultime registrazioni si collocano attorno al 1933). Se è concesso aprire una breccia nella vicenda che stiamo raccontando, vale sicuramente la pena di soffermarsi un attimo per assaporare quella strana sensazione che si prova nell’apprendere, nel 2020, che esistono artisti “mai registrati”, dei quali possiamo apprendere solo attraverso le poche testimonianze di chi ha assistito ad un loro fugace passaggio in città.  È proprio così che immaginiamo sia avvenuta la prima formazione musicale di John: incontri diretti, fraseggi appresi alla fine dei concerti, poco prima che il furgone ripartisse portandosi via la band e il chitarrista di turno passato per una serata, e poi la chitarra e lui. Lavoro e musica, fatica nei campi e il blues, irresistibile richiamo e specchio di una personalità.

Nel 1923 John sostituisce il chitarrista di Willie Narmour nel suo duo. Nel 1928 Narmour, che suonava il fiddle, vince il primo premio in un contest indetto nella sua cittadina: la possibilità di registrare per la Okeh Records, una casa discografica fondata dalla società produttrice di fonografi Otto Heinemann Phonograph Corporation. Nell’arco di quella collaborazione, è proprio Narmour che suggerisce alla Okeh di provinare John Hurt, dato che in quel periodo l’etichetta era in cerca di bluesman, e di blues. John accetta, ma a patto che il provino avvenga a casa sua, nella sua Avalon, ed è così che suona Monday Morning Blues per gli uomini della Okeh, nel suo salotto.

Convinti, vengono fissate due sessioni di registrazione, una a New York e l’altra a Memphis, dove John ricorda di aver visto, lì con lui, tantissimi altri bluesman: “Lonnie Johnson, Blind Lemon Jefferson, Bessie Smith, and lots, lots more”. È una scena in piena nascita e fermento, e alcuni di questi nomi vestiranno presto giacche eleganti, si circonderanno di ottimi musicisti e percorreranno gli States passando di palco in palco. Un destino che però la sorte non sembra voler riservare (almeno per il momento) a Mississippi John Hurt. Le sue registrazioni, nonostante stupende versioni di Avalon Blues, Candy Man Blues e Make Me a Pallet on the Floor, non riscuotono il successo sperato dagli uomini della Okeh. Il tono della musica che egli propone è sostenuto, sì, ma manca di quell’impatto radiofonico del quale l’etichetta è alla ricerca, se non di quella semplicità che il suo stile fingerpicking non suggerisce. La sua voce, inoltre, per certi versi molto semplice e diretta, viene valutata come poco caratteristica e poco efficace, a tratti stanca e sottile. In seguito agli effetti della grande depressione abbattutasi sugli States negli anni trenta, l’etichetta constata l’insuccesso commerciale dell’impresa, e Mississippi John Hurt fa ritorno a casa, ad Avalon.

Stupirà sicuramente apprendere che queste circostanze non turbarono la serenità di John. Per nulla interessato al successo, custode di una musica che partiva da sé e nel sé faceva ritorno, il mezzadro di Avalon ritorna a casa e molto semplicemente ritorna alla vita di prima, quella dei campi. Nessun secondo tentativo, nessun sogno di gloria, nessuna sensazione di aver sfiorato il cielo con un dito a disturbare una personalità sicuramente in pace con sé stessa e forse anche spaventata dai grandi cambiamenti e dall’uscita da quella grande culla che era per lui Avalon: “Avalon, my home town, always on my mind / Avalon, my home town”.

Da qui in avanti la musica di Mississippi John Hurt servirà unicamente ad allietare i ritrovi con gli amici e qualche festa di paese, ma nulla di più. Lui stesso non si dedicherà più allo strumento come prima, suonandolo solo sporadicamente. Non ci è dato di sapere se tanta spontaneità e genuinità avesse potuto portare al capolinea un percorso musicale simile, se così come il tempo cambia le persone, allora anche la musica in John era cambiata. O se, dopo l’esperienza in Okeh, avesse prevalso un lontano senso di mancata opportunità, troppo grande da affrontare e per certi versi incomprensibile per un semplice mezzadro del Mississippi, già impegnato a far quadrare i conti di una vita passata in mezzo ai campi, completamente assorbito dal contesto.

Passano gli anni, i decenni, e di Mississippi John Hurt nessuno sente più parlare. Nel frattempo tra gli anni ’30 e gli anni ’60, musicalmente, succede il finimondo: la musica è come una locomotiva che corre velocissima, lanciata tanto verso il futuro quanto lunga è la coda di vagoni che la segue, raggiungendo luoghi lontani e sonorità altrettanto distanti nel tempo. L’inserimento delle versioni di John di Frankie e Spike Driver Blues nella raccolta The Anthology of American Folk Music, edita nel 1952, ebbe l’effetto di una increspatura in uno specchio d’acqua. Nel 1963, quando una copia di Avalon Blues venne ritrovata dal musicologo Dick Spottswood (non nuovo a questo genere di ritrovamenti) si manifestò chiara un’esigenza: bisognava ritrovare Mississippi John Hurt. Spottswood incarica così Tom Hoskins (suo collaboratore, allora in viaggio nei pressi del Mississippi) di recarsi ad Avalon e scoprire qualcosa di più. Non è una ricerca difficile: la prima persona incontrata in paese lo conduce direttamente a casa di John.

Mississippi John Hurt è vivo, è un anziano signore di 70 anni, che porta nel volto e nella voce le fatiche di una dura vita di lavoro manuale. Hoskins non perde tempo, e convince John a suonargli qualcosa: è facile immaginare lo scetticismo e le preoccupazioni circa la capacità di John di suonare ancora quella musica, quel ritmo sincopato, di muovere con agilità le dita della mano destra e sinistra. Eppure fin dalle prime note qualsiasi dubbio di Hoskins scompare: le capacità di John sono ancora intatte, il suo stile è veloce e preciso, così come in un vecchio baule lasciato alle intemperie del tempo, ma che mantiene il suo contenuto intatto e prezioso.

Va sottolineato che proprio in quegli anni l’interesse per la musica folk, country, blues delle origini era molto alto, e non erano pochi i musicisti che per proporre qualcosa di nuovo si guardavano indietro. Cosa ancora più importante, il pubblico ne era affamato. Hoskins propone così a John trasferirsi a Washington, per poter suonare per un numero più alto di spettatori: le persone devono conoscere Mississippi John Hurt. Questa volta la proposta viene accettata, e nel 1963 il concerto tenuto al Newport Folk Festival lo consacra come star della musica blues e folk americana. Diventano numerosissimi i concerti nei cafè, nelle sale da ballo, addirittura nelle università, e nel 1964 lo John è ospite del The Tonight Show Starring Johnny Carson, mentre un accordo con la Vanguard Records gli permetterà di registrare tre album.

Il portato di Mississippi John Hurt è immenso, una testimonianza diretta senza eguali, che raggiunge un pubblico vastissimo tra i quali anche tantissimi giovani, ansiosi di ascoltare le canzoni, ma anche i racconti e l’esperienza del chitarrista. La rinascita di Mississippi John Hurt è accompagnata dalla grandissima autenticità e unicità della sua testimonianza, come dimostrato anche nella sua apparizione al Rainbow Quest, una trasmissione televisiva incentrata sulla musica folk condotta da Pete Seeger, nel 1965. Le canzoni, vero tesoro di questo ritrovamento, sono accolte magnificamente dal pubblico, e scorrono una dopo l’altra con naturalità, semplici ed eleganti.

Sono anni caotici, densi, ricchi di apparizioni e dai guadagni inaspettati: sarà lui stesso a stupirsi degli introiti accumulati, una cifra che non si sarebbe mai sognato di vedere “nemmeno dopo una intera vita di duro lavoro”.

Too much, too late, verrebbe da dire. Mississippi John Hurt si spegne nel 1966, ad un anno dalla sua esibizione al Rainbow Quest, per un attacco cardiaco. Al momento del decesso, il musicista si trovava nella sua Avalon. Di lui rimangono una serie di importantissime registrazioni, testimonianze, mentre non tardano ad arrivare tributi e memorial in suo onore. La sua casa natìa, 3 stanze dalle pareti di legno con una minuscola veranda prima della porta di ingresso, oggi ospita il Mississippi John Hurt Museum, gestito interamente dalla pronipote di John, Mary Frances Hurt. Sarà lei stessa a fondare nel 1999 la Mississippi John Hurt Foundation allo scopo di preservare la musica e il lascito di John, e allo stesso tempo offrire una educazione musicale ai giovani bisognosi e in difficoltà. Una volta all’anno, davanti al museo, si svolge il MJH Music Festival, dove chiunque può partecipare con il proprio strumento omaggiando John, il blues, il folk, e la sorprendente storia di questo diamante grezzo.

La casa dov’è nato, ora sede del museo
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