Nebraska: un film onesto fino all’osso, dal sapore vagamente folk

Esistono diverse analogie che possono essere accomunate tra l’intenso ed asciutto film di Alexander Payne e l’album dell’ottantadue di Springsteen: sono entrambe opere di un certo valore spirituale ed umano, ma soprattutto abbracciano storie della periferia più profonda degli Stati Uniti d’America, illustrandoci com’è realmente il Paese, a differenza delle luci sfavillanti e della facilità di guadagno che spesso essa fa credere al resto del mondo. Il regista di Omaha si dimostra ancora una volta uno scrittore abile e tendenzialmente orientato ad un tipo di cinema ricco di poetica e molto attento alle varie stratificazioni degli aspetti umani, nell’epoca in cui è sempre più difficile incontrare quella umanità semplice che si nutre di piccole gioie.

Quello di Payne è un cinema schivo, che orienta lo spettatore sullo sguardo dilatato dell’anziano Woody Grant, l’indiscusso protagonista di tutta la faccenda. Le strade sono da sempre il simbolo di un’America perennemente in movimento, che tanto è cara al regista (come in opere del calibro di Sideways – In viaggio con Jack e A proposito di Schmidt): è grazie a questa America che Payne riesce ad inserire nella stesura materia viva, portando un padre e un figlio a percorrere un viaggio oltrepassando non solo territori, ma veri e propri mondi interiori pieni di simbolismo intrinseco. Grazie all’ultima avventura, che spingerà il figlio David (l’eccelso Will Forte) ad accompagnare il padre per la provincia americana, la storia si tramuterà in un vero e proprio commiato esistenziale ed allo stesso tempo cercherà di valutare il termometro di un Paese che riserverà tratti di cinismo a volte sconfortante.

Un’opera girata interamente in bianco e nero, che certamente non può rappresentare attrazione per le grandi platee, ma che risulta comunque garbata e nitida, diramandosi in situazioni tipiche dei piccoli paesi di provincia ed offrendo uno sfondo opposto a quello a cui siamo comunemente indotti a pensare: il passato non rappresenta più ricordo di tempi migliori, ma raffigura un’epoca agli occhi dell’anziano Woody, più dinamica e sfacciata. L’impressione che ha lo spettatore quando fa la conoscenza dei paesani di Woody è di repellenza e astio, abilmente costruiti da un Payne belluino e pungente nel rappresentare il passato dell’uomo in cui ha subito superflue prepotenze. Tra l’altro, nonostante gli innumerevoli anni trascorsi, nessuno è stato predisposto a dimenticare, ed è lì che David cercherà di porre un freno mitigando le ingiustizie subite dal genitore.

Tutta questa negatività nelle sapienti mani dello sceneggiatore edifica una comicità kafkiana ai confini dell’empietà, e mentre altri registi alla fine hanno rappresentato un vero e proprio atto d’amore per le strade ed i suoi paesaggi, qui si fa immediatamente posto ad una provincia insensibile e povera di quei valori che l’hanno rappresentata in passato. Il progetto veniva covato da Payne dai tempi di Sideways e sembra quasi un esordio come contenuti ed intensità per un regista già consacrato, che fa redigere la sceneggiatura ad un quasi esordiente come Bob Nelson. Si nota subito come il film tiene molto a cuore alla sua terra d’origine, farcendola anche di un’aria vagamente rétro e riproponendo addirittura nel prologo il vecchio logo della Paramount.

L’atmosfera nostalgica pervade interamente l’opera, coinvolgendo chiaramente l’intimità stessa di Payne: questo tornare idealmente indietro gli fa più che bene, donandogli una freschezza atipica per un regista alla sua settima opera. Tutto questo è retto in maniera unica da Bruce Dern (premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes) che ricorda proprio lo scontroso Jack Nicholson nel film del 2002. Il finale, riflessivo ed intenso, riprende in considerazione finalmente il road-movie classico, consacrando il protagonista in tutte le sue contraddizioni e ragionando sul valore della reminiscenza, esplorando a fondo le radici americane.

Un plauso particolare va certamente alla colonna sonora curata dal polistrumentista Mark Orton, che dimostra come la scelta sia stata azzeccata, adattandosi interamente ai personaggi e rispecchiandone gli stati d’animo e le disavventure. Insomma proprio come nell’album del Boss, quest’opera ammalia e ci mostra come il tempo ed i luoghi possano modificare gli umori, i caratteri di chi la abita, tutto condito da una decadenza che irrompe nel presente a tinte grige, riprodotte magnificamente in cinemascope.

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