L’uomo del Labirinto: la spiegazione e i simbolismi del film

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione de L’Uomo del Labirinto di Donato Carrisi, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

L’uomo del Labirinto è l’ultima pellicola di Donato Carrisi, reduce dal recente successo con la vittoria del David di Donatello come Miglior Regista esordiente con La Ragazza della Nebbia. Le aspettative per questo film sono state veramente tante, soprattutto per il cast d’eccezione rappresentato da Dustin Hoffmann e da Toni Servillo. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Carrisi del 2017, edito da Longanesi.

Al di là della simbologia del tradizionale “labirinto”, così come mutuato dalla mitologia classica ed alla quale accenneremo in seguito, lo stesso regista introduce gli spettatori in una dimensione onirica e che potremmo definire “labirintica”, priva di riferimenti storici e geografici precisi, oppressa dal caldo e da una sequenza di scene in cui è facile smarrirsi senza la necessaria concentrazione.

La trama e la spiegazione

Il punto di partenza del film è costituito dalla sparizione di una ragazza, avvenuta quindici anni prima rispetto al dipanarsi della vicenda, quando Samantha Andretti, interpretata da Valentina Bellè, appare in ospedale, guidata dal medico preposto alle sue cure, un sempre impeccabile Dustin Hoffmann. Nel frattempo un attempato investigatore privato, Bruno Genko (interpretato da Toni Servillo), che nel corso della sua carriera si è dedicato a tutt’altro, decide di fare chiarezza sulla sparizione della ragazza, chiedendo aiuto ad un poliziotto che fa servizio presso il cosiddetto Limbo, l’inquientante sezione delle “persone scomparse”.

In un contesto ambientale che potrebbe trovarsi ovunque, la storia si sviluppa attraversando diverse tematiche, dalla solitudine all’introspezione, dai disagi sociali agli ambienti religiosi degradati, fino ad arrivare al colpo di scena finale, che mostra come in realtà il film si sia svolto su due linee temporali distinte, facendo comprendere allo spettatore come si possa giocare con la mente umana, sia dal punto di vista realistico che metaforico. Il labirinto in cui è rinchiusa la vittima è principalmente un simbolo della nostra complessa psiche e di ciò che essa è portata a credere, quando le proprie capacità sensoriali sono alterate.

All’inizio del film si vede chiaramente una ragazzina, attirata in un furgone, mentre sta andando a scuola e rapita. Dopo quindici anni è rinvenuta all’interno di una palude ed affidata alle cure del Dottor Green, un esperto profiler, che cerca di scoprire cosa sia accaduto durante quel lungo lasso di tempo, stimolando i ricordi della ragazza. La trama si incentra, poi, sul vecchio Bruno Genko che, incaricato dai genitori di ritrovare la povera vittima, tanti anni prima, cerca ora di porre rimedio al proprio insuccesso, riprendendo un’improbabile indagine, dopo aver scoperto di avere un male incurabile. Seguendo la pista di un fantomatico uomo/coniglio, menzionata da un balordo che avrebbe intravisto lo strano individuo nella foresta, Genko si mette sulle tracce di una decadente casa famiglia, dove era stato abbandonato un bambino ritrovato, dopo tre giorni dalla sparizione, con un fumetto raffigurante Bunny, il coniglio.

Il detective ha un’inquietante conversazione con la vecchia proprietaria che, evidentemente, ha ancora rapporti con il bimbo, divenuto adulto ed assassino, perchè colpisce Genko facendogli perdere i sensi ma, a sua volta, viene poi assassinata da Bunny. Il vecchio e maleodorante detective riesce a scappare, ma compie un errore che gli costerà caro, lasciando sul tavolo della catapecchia il proprio cellulare. Ciò permette all’assassino di individuare Linda, l’unico affetto presente nella vita di Genko, e di vendicarsi uccidendola in maniera brutale, per poi farla ritrovare ormai morta al suo amico. Nella vasca da bagno Bruno ritrova Peter, un uomo che indossa la maschera di coniglio, che sostiene di essere un cliente di Linda (prostituta di mestiere) e che l’assassino l’avrebbe costretto ad indossare una maschera, dopo averli sorpresi a letto.

Qui il regista gioca con un apparente colpo di scena, per il fatto che l’uomo sia ritrovato con la maschera e che in realtà si presenti come vittima. Si tratta di un tocco magistrale, propedeutico solo al successivo vero colpo di scena. Infatti, l’uomo, rivelando di aver riconosciuto l’assassino, induce il detective a chiedere spiegazioni alla famiglia di Peter, scoprendo che un solitario giardiniere con un grande voglia sul viso lavora presso di loro. Genko identifica il giardiniere come Robin Basso e individua la chiesa che frequentava da piccolo, scoprendo che il vecchio sacrestano, ormai in procinto di morire, era chiamato appunto “Bunny”. Gli orribili particolari della propria attività sono rivelati dallo stesso sacrestano, sul letto di morte, non avendo più nulla da perdere, a Genko che apprende dell’esistenza dei “cosiddetti figli del buio”, alcuni ragazzini ormai talmente “infettati” dall’esperienza traumatica vissuta, da imporsi poi loro stessi come carnefici.

Questa macabra sequenza dei “figli del buio” è legata al fumetto del coniglio “Bunny”, che nasconde una simbologia infernale e demoniaca, come apprende il detective, portando la copia del fumetto ad un esperto del settore. Ricevute notizie dal sacrestano in merito ai due bambini ripresi nella foto individuata nella chiesa, il detective rintraccia Paul, il giardiniere, nella misera roulotte dove vive e, dopo una breve colluttazione, si rende conto che è questi ad avere una grande voglia sul volto, deducendo che in realtà Robin è Peter, il dentista, ritrovato ferito nel bagno di Linda. E questo sembra il vero colpo di scena, già da solo sufficiente, ad impressionare lo spettatore: in realtà Robin si era autoinferto le ferite per procedere al depistaggio di Genko, attirando le attenzioni sullo sfortunato giardiniere, nonché suo vecchio amico, contattato ed ingaggiato alle sue dipendenze, proprio per servire da eventuale caprio espiatorio. Un’altra lezione su come la malvagità possa nascondersi sotto la patina di normalità di uno stimato profesionista con moglie e due figli, mentre il giardiniere, reso vulnerabile dal proprio difetto fisico, ben si presta a fungere da apparente catalizzatore della colpevolezza.

Il film sembra terminare quando Bruno è ricoverato, a seguito di malore, perde la vita, ma, grazie alle registrazioni, permette ai poliziotti di incastrare Peter/Robin, anch’egli ricoverato nello stesso ospedale per le ferite che si era provocato per fuorviare il detective. Ad un certo punto la scena passa velocemente su una bambina in stato di coma e su un giovane medico (Dottor Green) che la guarda dal vetro della stanza di ospedale dove è posizionata. Ciò basta a mettere in allarme il pubblico, in quanto si scopre che l’attività del Dottor Green (Hoffmann), intento a rievocare i ricordi della presunta Samantha è, in effetti, una vicenda parallela. La giovane donna è stata rapita solo un anno prima e corrisponde a Mila Velasquez, impiegata all’ufficio delle persone scomparse, moglie del poliziotto che aiuta Genko nella ricerca.

In realtà, qualche piccolo indizio di ciò era disseminato nel film, quando il marito, in varie occasioni, ripete di non riuscire più a mettersi in contatto con la moglie, di cui non si spiega la scomparsa, anche alla luce della presenza del figlio piccolo. Mila Velasquez, protagonista di altri due libri di Carrisi, riemerge come appendice di questa straordinaria vicenda, rinchiusa in un labirinto, dove per sopravvivere era costretta a risolvere giochi e rompicapi, alla mercè del sadico Dustin Hoffmann, che le fa credere di essere Samantha Andrelli con la complicità di una sostanza psicotropa somministrata costantemente. Mila, riuscendo a capire, grazie ad uno specchio e alla foto della vera Samantha, che si tratta soltanto di una terribile messa in scena, riesce a fuggire dal labirinto, dopo aver ritrovato la mappa del luogo nella postazione del rapitore. Il dialogo finale tra Hoffmann e Servillo ha tanto il sapore dell’epilogo ed ha valore soprattutto semantico: che il sedicente Dottor Green sia un nuovo Bunny? Non è volutamente chiarito, forse si o forse l’uomo del labirinto è egli stesso un burattinaio, in grado di manipolare i tanti “uomini/coniglio” e le loro vittime.

I simbolismi del film

Il film attinge ad una notevole simbologia di genere horror e thriller, presentandosi quasi come un grande mind game, dove le distinzioni tra gli eventi reali e quelli fantasiosi sono davvero sottili e sfumate, grazie alla distorsione psicologica delle azioni a cui si assiste, quasi insieme ai personaggi della storia, che in alcuni casi sembrano essi stessi inconsapevoli dei ruoli interpretati.

La dinamica del rapimento iniziale ci fa ricordare in alcuni punti It, mentre l’aspetto pressochè antropomorfo del colpevole rammenta il film cult Donnie Darko, a cui L’uomo del labirinto si può associare anche per l’analoga visione di un destino apocalittico, come se si trattasse di un vero e proprio inferno infuocato che fa ardere il mondo che ci circonda. L’indagine bizzarra ed ossessiva di Bruno Genko, giunto al traguardo del proprio percorso esistenziale che guarda al suo passato con rimpianti e rimorsi, perso nelle sue auto-registrazioni e nei monologhi, rievoca alcune scene di Sin City. E come è stato evidenziato da alcuni critici, si può constatare una certa assonanza con la filmografia di David Lynch, soprattutto con il capolavoro Mullholand Drive, forse uno dei film più significativi dell’inizio del terzo millennio.

Come si diceva, il fim contiene una complessa simbologia, forse un po’ troppo caotica e confusionaria, ma con tracce sinottiche ben visibili. Si potrebbe cominciare dal coniglio Bunny, noto personaggio dei fumetti, la cui maschera è adoperata dal killer per i suoi scellerati progetti di morte. I fumetti, come i cartoni animati, molto spesso sono legati al mondo dell’occulto, così come la versione apocrifa di Bunny il coniglio, mostrata al collezionista, nella pellicola L’uomo del labirinto, vuole indicare. Anzi, una lettura speculare e compositiva dello stesso fumetto, implica un significato tutt’altro che innocente ed adatto ai bambini, introducendo lo sfortunato piccolo lettore in un percorso oscuro e tenebroso. La stessa scelta di Bunny, il coniglio, in apparenza mansueto mammifero domestico, ad un’attenta analisi, si rivela interessante dal punto di vista semantico.

È necessario sottolineare che il termine italiano “coniglio” deriva dal latino cuniculus, già collegato al significato di stretto antro o tunnel. Per quanto riguarda l’ambiente, il coniglio si adatta un po’ ovunque, lo si può trovare infatti nel deserto come nella tundra, raffiguarato perfino su alcune tombe egizie. Il coniglio e la lepre si ritrovano in quasi tutte le mitologie antiche: in alcune leggende si credeva che cibarsi della loro carne potesse restituire la giovinezza e la bellezza, mentre in psicologia sono associati alla sessualità ardente. Il coniglio e la lepre sono, inoltre, considerati nel folklore popolare legati alla Luna, mediante la quale si associano alla Madre Terra ed alla simbologia dell’acqua, come in una rinascita continua e, pertanto, costituiscono emblemi della fertilità.

In ambiente ebraico-cristiano, invece, il coniglio e la lepre iniziarono a diventare simboli negativi, legati alla viltà ed alla lussuria. È da notare, a tale proposito, che addirittura sul portale sud della famosissima Cattedrale gotica di Chartres è raffigurato un viscido uomo/coniglio intento a rapire una fanciulla. Con la fantasia possiamo considerarlo un antico precursore del personaggio appartenente al romanzo/ film di Donato Carrisi. In epoca relativamente recente, a partire dall’inizio del quindicesimo secolo, il coniglio è diventato anche un simbolo della Pasqua cristiana (Easter Bunny), come animaletto benefico che porta i doni ai bambini, probabilmente con derivazione dai miti pagani, riferiti alla celebrazione della fertilità in concomitanza dell’inizio della primavera. Nell’ambito del folklore italiano, vi è da segnalare che sulle colline del Monferrato, in Piemonte, nei pressi dell’antica abbazia romanica di Vezzolano, si tramandano leggendarie testimoninze sulla configurazione del cosiddetto “coniglio lunare”: dal novilunio al plenilunio sarebbe possibile ammirare sulla superfice della Luna, in maniera graduale, la sagoma di un coniglio.

Le sembianze di tale animale, pertanto, soltanto in apparenza mansuete, nell’Uomo del labirinto, celerebbero una costruzione psicologica complessa e contorta, adoperata da macabri individui, non solo per attuare le proprie perverse fantasie, ma anche per elaborare una sorta di codice in grado di trasmettere la propria malvagia essenza e di passare ad altri “figli del buio” il testimone dell’abisso. Non bisogna dimenticare che i segni grafici dei fumetti, come le linee cinetiche e gli stessi simboli collocati accanto ai personaggi, formano un vero e proprio sistema iconografico che, grazie alla divulgazione dell’opera stessa, è capace di diventare oggetto di esperienza condivisa da molte persone.

Il simbolo più importante del film, al punto da determinarne anche il titolo, è sicuramente il labirinto. Tale costruzione è sempre stata considerata come la metafora di un problema dal quale è complicato uscire. Il labirinto, per antonomasia, è quello di Creta, il luogo leggendario abitato dal Minotauro: un mostro per metà uomo e per metà toro, al quale dovevano essere sacrificate giovani vittime. Ma il labirinto è considerato, soprattutto, una sorta di “prigione della mente”, come dimostra la figura di Orlando nel poema epico di Tasso: la descrizione della sua follia evidenzia come la nostra lucidità sia sempre fortemente influenzata dagli ostacoli che si presentano durante la nostra esistenza.

Il labirinto, inoltre, è un importante simbolo esoterico della tradizione ermetica, rappresentando la via che porta al principio centrale ed interiore del macrocosmo. Chi entra in esso, non ha la possibilità di tornare indietro, perchè nel labirinto si può andare solo avanti, con la speranza di scegliere il percorso giusto. La stessa etimologia del termine “labirinto”, peraltro, dal latino labor+intus, rievoca il complesso cammino interiore, significando appunto “sforzo intimo”. Al contrario del labirinto, il dedalo indica lo spazio chiuso in cui l’uomo deve districarsi guidato dalle impressioni sensoriali, che offrono innumerevoli possibilità anche fra loro contraddittorie. Il dedalo, pertanto, a differenza del labirinto, simboleggia la vita esterna dove si impongono solo conflitti e confusioni.

Dal punto di vista tangibile, nel mondo esistono numerose costruzioni che corrispondono, più o meno, all’idea del labirinto. Nella maggior parte dei casi, esse sono costituite da una serie di corridoi e di spirali edificati con pietre o mattoni, anche se i labirinti più antichi, di cui si ricavano tracce nei manoscritti, sono rappresentati su rocce, formati con legna e con altri svariati materiali. Nel V secolo a.C., Erodoto descriveva le rovine del labirinto situato vicino al lago Moeris in Egitto, chiamato attualmente “Il Tempio dell’ingresso del lago” o “Amenhemet vive”. A tale proposito, Blavatsky, nella seconda parte della “Dottrina segreta”, sostiene che questo tempio sia perfino più antico della piramide di Cheope e che si tratterebbe di una descrizione simbolica delle razze umane e delle tre dinastie, antecedenti alle dinastie regali considerate prettamente umane. Gli storici ipotizzano che il complesso egiziano abbia ispirato il famoso labirinto di Creta, costruito molto più tardi e legato al celebre mito di Teseo, Arianna ed il Minotauro, già menzionato in precedenza.

A prescindere dalle costruzioni, i disegni raffiguranti l’immagine del labirinto sono stati ritrovati in quasi tutte le parti del mondo, con una datazione che risale a diverse migliaia di anni fa. I disegni presentano una struttura omogenea e costante, comprendente una struttura a spirale che conduce fino al centro. La forma di base è una croce circoscritta in un cerchio. La croce indica la terra o la personalità, mentre il cerchio simboleggia il sole o il macrocosmo. Ne deriva che lo spazio interno del labirinto deve tendere a conciliare due principi apparentemente contrapposti: la croce dell’uomo terrestre ed il cerchio dell’eternità.

Il labirinto raffigurato nel film di Carrisi richiama in parte l’iconografia classica: il percorso si dispiega serpeggiante in maniera imprevedibile, le circonvoluzioni occupano l’intero spazio interno, le aperture non sono visibili. Ciò serve a rendere la comprensione metaforica del labirinto come emblema della mente umana, utilizzando uno schema collaudato e storicamente consolidato. Lo stesso Minotauro, come Bunny, può definirsi una proiezione del nostro io egocentrico: a similitudine di Teseo, il cercatore può arrivare al centro del proprio labirinto interiore e scontrarsi con la forza oscura che emana da sé stesso, nelle sembianze di un terribile mostro.

Anche il nostro cervello è costituito da un gran numero di circonvoluzioni, tracciate nelle immagini esplicative in maniera simile a quelle di un labirinto. Lo spazio occupato dal cervello deve essere, perciò, sfruttato al massimo e nel migliore dei modi. Come gli studi scientifici hanno dimostrato, il funzionamento del nostro cervello è ancora in gran parte misterioso e vi è un’ampia area dello stesso che non è ancora utilizzata e di cui si ignora la funzione.

Dal punto di vista concettuale e filosofico, tuttavia, ciascuno, per poter mettere a frutto le proprie potenzialità spirituali, deve riuscire ad affrancarsi dal labirinto delle proprie percezioni sensoriali, molto spesso compromesse ed ingannatorie, proprio come il finale a sorpresa del film vuole significare.

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