Martin Scorsese vs. Marvel: cosa ha detto davvero il regista

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È stata la polemica più seguita di un autunno cinematografico caldissimo e ricco di titoli estremamente interessanti. Tutto è cominciato al London Film Festival, poco dopo la première europea di The Irishman (qui la nostra analisi) e l’onda lunga non accenna a fermarsi, con numerosi addetti ai lavori che continuano a riaccendere il dibattito: secondo Martin Scorsese, interpellato sull’argomento dalla stampa, il colossale franchise messo in piedi dai Marvel Studios (ventitré film in undici anni, con 22,5 miliardi di dollari incassati al botteghino) non è ascrivibile alla categoria del cinema. “Ho provato a guardarli, sapete, ma non è cinema. La cosa più vicina a cui riesco a pensare sono i parchi a tema”, ha detto inizialmente il noto regista e tanto è bastato per scatenare un putiferio via social fomentato da gran parte dai media specializzati, che sono arrivati a chiedere il parere di Francis Ford Coppola e addirittura quello di Ken Loach per alimentare la discussione. In seguito, lo stesso Scorsese ha cercato di chiarire la propria posizione con un lungo editoriale sul New York Times (che andremo a vedere a breve), ma nemmeno il chiarimento ha posto fine al dibattito. Negli ultimi giorni, un report di Variety ha segnalato che le parole di Scorsese non sono state ben accolte da alcuni membri della giuria degli Academy Award (“Che snob!”, si sarebbe lasciato sfuggire uno di essi), tanto da pensare che la polemica innescata potrebbe compromettere seriamente la corsa agli Oscar di The Irishman, che rischierebbe di rimanere a vuote almeno nelle categorie più importanti.

Ma cos’ha detto realmente Martin Scorsese? Innanzitutto, per chiudere la polemica in fretta, basterebbe osservare rapidamente la lista dei film realizzati da Scorsese negli ultimi cinquant’anni per capire che la sua personale visione di cosa sia il cinema difficilmente può conciliarsi con ciò che è stato prodotto dai Marvel Studios dal 2008 ad oggi, ma questo non andrebbe comunque a raffreddare la parte più rovente della sua dichiarazione, ovvero l’esclusione totale dalla categoria “cinema” di titoli come Avengers: Endgame, che è stata presa molto male dagli appassionati del franchise e da molti creativi che hanno investito anni di lavoro in questa saga. Per capire il pensiero di Scorsese dobbiamo intraprendere un percorso che comincia con un lungo passo indietro e tornare al 1979, quarant’anni fa, quando il regista italoamericano era impegnato nella faticosa realizzazione di Toro Scatenato (uno dei suoi massimi capolavori) e rilasciò un’intervista a Filippo Azimonti, della quale riportiamo alcuni brani:

“Non è vero che un autore affermato ha il massimo della libertà, al contrario. Per questo negli ultimi anni mi è capitato di rubare il tempo agli studios che mi avevano commissionato un alto film ad alto costo e di andarmene per un giorno con un gruppo di amici per realizzare un’opera in cui mi sentissi pienamente libero (…) Non so come si può uscire da questa logica di guadagno (…) Adesso credo che la situazione sia seria: siamo ad un punto in cui diventa indispensabile ripensare a come si fanno i film, perché credo che la lezione della Nouvelle Vague, del cinema italiano degli anni cinquanta, la nostra voglia di girare, ecco, tutto quel senso di libertà si sta perdendo. (…) Ma quello che mi preoccupa è che il cinema sta avvicinandosi alle proprie origini: sta tornando ad essere solo divertimento; e allora bisogna inventare nuove forme di distribuzione, infrastrutture, mostre e tecnologie che garantiscano il diritto a sperimentare e questo sta diventando sempre più difficile. (…) l’underground per me è stato importante, ma anche i film di Spielberg o di Lucas mi ricordano il cinema che ho imparato ad amare da bambino e anche di questo c’è bisogno. Penso che sia possibile lavorare insieme tra registi, ma sono le produzioni che ci danno dei problemi”

Parole molto interessanti se rilette col senno di poi: nel 1979 la New Hollywood stava volgendo al termine e Scorsese intuiva che il periodo d’oro della grande libertà creativa degli autori stava morendo con essa, preoccupandosi per il futuro di quel cinema completamente libero e inteso come forma d’arte in cui la poetica autoriale era messa davanti ad ogni cosa, persino agli incassi. Singolare poi che oggi stiano cominciando ad emergere quelle nuove di distribuzione e quelle infrastrutture che potrebbero permettere agli autori di continuare a sperimentare, come ad esempio Netflix (senza la quale The Irishman non esisterebbe), ma l’equilibrio ottimale è ancora molto lontano dall’essere raggiunto, basti pensare al fatto che tanti giovani registi fanno comunque ancora un’enorme fatica ad affermarsi o alle polemiche legate al mancato (o limitatissimo) passaggio in sala dei film destinati a queste nuove piattaforme.

Di grande importanza ai fini della nostra analisi è poi il passaggio sul cinema spettacolare e d’intrattenimento, allora principalmente in mano alle produzioni di Spielberg e Lucas, oggi in buona parte nelle mani dei Marvel Studios e, più in alto ancora, della Disney: Scorsese è pienamente consapevole del fatto che il cinema abbia le proprie radici nell’intrattenimento più puro, tanto che a queste sue affascinanti origini ha dedicato nel 2011 il film Hugo Cabret (non a caso l’unico, per ora, film per ragazzi della sua carriera), toccante omaggio all’arte e alla carriera di Georges Méliès e delle figure che hanno permesso l’affermazione della settima arte, ma allo stesso tempo la sua formazione come cinefilo, studente, docente e infine cineasta lo ha portato a cogliere a pieno le numerose diramazioni e le evoluzioni che il cinema, partendo da spettacolo di intrattenimento alle fiere, ha subito nel corso dei decenni successivi alla sua invenzione. Per comprendere meglio questo ulteriore passaggio dobbiamo dare un rapido sguardo all’editoriale pubblicato da Scorsese lo scorso 4 Novembre sul New York Times e intitolato Lasciatemi spiegare (traduzione a cura di BadTaste.it)

“Per me, per i registi che amo e rispetto, per gli amici che hanno iniziato a fare film nello stesso periodo in cui ho iniziato io, il cinema è una rivelazione – estetica, emotiva e spirituale. È incentrato sui personaggi – la complessità delle persone, la loro natura contraddittoria e a volte paradossale, il modo in cui possono farsi del male o amarsi a vicenda e improvvisamente devono affrontare sé stessi. Si tratta di affrontare l’inaspettato sullo schermo e nella vita che drammatizza e interpreta, ampliando il senso di ciò che è possibile fare a livello artistico. Ed era quella la chiave per noi: era una forma d’arte (…) Ma i franchise di oggi sono un’altra cosa ancora. Molti degli elementi che definiscono il cinema come lo conosco sono presenti nei film della Marvel. Ciò che manca è la rivelazione, il mistero, o il genuino senso del pericolo. Nulla è veramente a rischio. Questi film vengono fatti per soddisfare un insieme specifico di esigenze, e sono progettati per essere variazioni su un numero finito di temi. Vengono definiti sequel ma sono remake nello spirito, e tutto in essi viene approvato ufficialmente perché non si può fare altrimenti. È la natura dei franchise moderni: si fanno ricerche di mercato, si testano con il pubblico, vengono esaminati, modificati, ricontrollati e rimodificati finché non sono pronti per essere consumati (…) Negli ultimi 20 anni, lo sappiamo tutti, l’industria cinematografica è cambiata completamente. Ma il cambiamento più grande è avvenuto di nascosto, nel buio della notte: la graduale, ma costante, eliminazione del rischio. Molti film oggi sono prodotti perfetti confezionati per il consumo immediato. Molti di loro vengono realizzati da team di persone di grandissimo talento. Ma allo stesso tempo, gli manca qualcosa di essenziale per il cinema: la visione unificante di un artista (…) La situazione, purtroppo, è che ora abbiamo due campi separati: c’è l’intrattenimento audiovisivo globale, e c’è il cinema. Capita ancora che si sovrappongano, ma sta diventando sempre più raro. Per chiunque sogni di fare film o stia iniziando a farli, la situazione al momento è brutale e inospitale nei confronti dell’arte. E l’atto di scrivere semplicemente queste parole mi riempie di una terribile tristezza.”

A questo punto diventa chiaro che quella di Scorsese non è tanto la dura presa di posizione di un vecchio autore, che non comprende una nuova direzione presa dal cinema, ma piuttosto una riflessione un po’ amara che vuole aiutare a puntare i riflettori su una realtà concreta: in primo luogo, la distribuzione cinematografica in sala, specialmente negli Stati Uniti, è quasi interamente in mano alle grandi catene di multiplex; i blockbuster vengono distribuiti, occupando gran parte delle sale dei multiplex, lungo una finestra temporale molto ampia rispetto a quella dei film più piccoli, limitando lo spazio a loro disposizione; in secondo luogo il regista di Taxi Driver pone l’accento sul metodo di realizzazione dei moderni franchise cinematografici (o almeno della maggior parte di essi), nei quali la figura del regista è ormai sempre più simile, per effettiva importanza decisionale, a quella di un qualsiasi altro tecnico presente sul set.

Se nel 1979 i grandi blockbuster erano ancora in un certo senso proprietà dei loro autori (come nel caso degli amici Spielberg e Lucas), oggi questa situazione è sempre più rara e Hollywood sta riscoprendo ogni anno di più l’approccio “Studio driven” che aveva caratterizzato gli anni precedenti la “rivoluzione” di fine anni sessanta. Non è un mistero infatti che il deus ex machina dell’universo cinematografico Marvel (che Scorsese usa come esempio essendo al momento la major che lancia sul mercato i franchise di maggior successo) sia il produttore Kevin Feige, il quale ha l’ultima parola su ogni decisione relativa ai prodotti (emblematico il licenziamento di Edgar Wright a poche settimane dall’inizio della lavorazione di Ant-Man), scavalcando totalmente registi e sceneggiatori. In poche parole una situazione completamente opposta a quella che ci ha permesso di avere la generazione di autori di cui fa parte Scorsese (alcuni dei quali, ancora oggi, realizzano film importantissimi) e che, unita al proliferare di forme di intrattenimento come le più recenti serie tv (Breaking Bad, True Detective, Peaky Blinders ecc.), sta rendendo la vita sempre più difficile a un certo tipo di cinema, più piccolo, che trova sempre più barriere davanti a sé. Uniamo il tutto al fatto che Scorsese proviene da un percorso culturale lontanissimo da quello che caratterizza i comic book movies ed ecco che a questo punto possiamo cogliere il senso del suo discorso, che non nasce da snobismo o da un odio insensato.

Che si possa essere o meno d’accordo col grande regista, le parole di Scorsese possono portare ad una sana riflessione sullo stato di salute attuale del cinema, nella speranza che dalla discussione (specialmente ai “piani alti”) possano nascere idee in grado di portare a nuove possibilità di espansione della settima arte, possibilmente in tutte le sue forme.

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