Chinatown, Roman Polański e il cinema noir

Questo articolo racconta il film Chinatown di Roman Polański in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Il genere Noir, che tanto ha avuto fortuna dagli anni Quaranta del Novecento in poi, anche se nato negli anni Venti negli Stati Uniti ha origini ben più lontane. Deriva direttamente dai romanzi gotici britannici del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo, che in questi anni, dove tutto oramai diventa una serie tv, ha riscosso molto successo. Un esempio più “culturale” e meno pregno di ardori adolescenziali da operetta è stato Penny Dreadful di John Logan, dove in salsa horror si è costruita una serie molto interessante su molti aspetti, e che solletica molto la letteratura. Eloquente e certamente poco conosciuto, si tratta di un omaggio al poeta inglese William Wordsworth, citato da un’insolita ma apprezzabilissima versione della creatura creata dal dottor Frankenstein, ma soprattutto con uno spirito decisamente più armonico dell’essere “Deniriano” nell’opera di Kenneth Branagh.

La storia di Chinatown di Roman Polański, armonizzata nella canicolare Los Angeles degli anni Trenta, ha già di per sé il tipico simbolismo del regista parigino: l’acqua infatti, problema storico per la città, che scarseggia per molti periodi nell’anno, ma anche il nome del “cattivo” che non di certo per caso si chiama “Noah” (interpretato da un mito della storia del cinema come John Houston). La stessa inondazione, subita dal malcapitato Gittes ci induce a parabole bibliche, e riporta al centro un tema, quello dell’acqua già utilizzato dal regista agli esordi con Il coltello nell’acqua del Sessantadue.

La trama, a volte affaticata da una corruzione dilagante, è resa più asciutta ed aggrovigliata da Polański e curata dal losangelino Robert Towne. Lo sceneggiatore riesce bene a fare emergere tutta la disillusione del protagonista: il detective Jake “J.J.” Gittes, interpretato da un Nicholson già ben avviato sulla via dell’immortalità artistica, con una apparente cinicità che sa sviluppare bene, dando un assist alle classiche armonie polańskiane, pregne di quell’ansia, avvisaglie di pericolo imminente, di un male che striscia approfittando dell’ombra. La Chinatown losangelina disegna tutto il caos della condizione umana, dove non esiste più nessun precetto e con il detective Gittes alle prese con la più classica delle opere Cervantesiane, tentando in ogni modo di smascherare l’ombra di profonda cupidigia e bassezza morale che affligge la città.

Il suo rifiuto alla ripugnanza è forte ma allo stesso tempo impotente, tutto ciò paradossalmente però lo mantiene vivo ed ancora disposto a lottare per “fare fuori i pesci grossi”. Anche questo potrebbe rappresentare le manifestazioni che infiammarono tutti gli anni Sessanta e Settanta, affogate poi dal capitalismo selvaggio e la bramosia del possesso, che a differenza della canzone di Battiato nulla hanno a che fare con l’eros. L’ennesima critica al libero mercato viene mossa dallo stesso Nicholson dal barbiere, sottolineando già le profonde radici che uniscono quest’ultima alla politica: tema toccato a dire il vero anche da Coppola e dal film che quello stesso anno strapperà la statuetta proprio a Polański, Il Padrino parte II.

La personificazione dell’immoralità più intrinseca nella storia è certamente rappresentata proprio da Noah Cross/John Houston, che strizza l’occhio al demonio stesso di Rosemary’s Baby che tanto ha significato nella filmografia del regista francese. Con la rappresentazione schietta e violenta attribuibile al genere hard boiled, anch’esso nato negli Venti con Dashiell Hammett, per poi essere affinato da Raymond Chandler negli anni Quaranta: sarà quello che darà nuova linfa al genere poliziesco cinematografico, che oltre alla pellicola in questione aprirà i filoni filmici dell’ispettore Callaghan, ma anche del cruentismo di Anthony Burgess e Stanley Kubrick e del loro personaggio Alex DeLarge.

La bella e tormentata Evelyn Cross Mulwray, figlia del magnate e con un segreto terribile da custodire, è interpretata dalla sempre perfetta Faye Dunaway, così terribilmente vera nella sua tragedia personale da impreziosire ulteriormente quello che è a tutti gli effetti un capolavoro del cinema. La corposità dei dialoghi, conditi da una espressività del cast veramente considerevole, nasconde una vera e propria guerra ad un sistema che sarebbe dilagato nei decenni a venire e sin ora impossibile da scardinare, governato da eminenze sfocate ed irraggiungibili.

Lo stesso finale fu fonte di controversie tra il regista e lo sceneggiatore, proprio perché quest’ultimo dopo la rassegnazione avrebbe voluto lasciare uno spiraglio di luce. Al contrario, il regista francese, ancora profondamente segnato dalla morte della compagna Sharon Tate, volle a tutti costi una conclusione amara. La pellicola nel Novanta ha avuto un prosieguo, con alla regia lo stesso Nicholson alle prese con il ritorno nei panni del detective. Ovviamente il film non è riuscito a bissare il successo del suo illustre predecessore, ma risulta comunque interessante ammirare un seguito malinconico e denso di fascino.

Polański e la sua raffinatezza figurativa, principe assoluto di un umanesimo dominato da passioni profonde, ma soprattutto da angosce, segna la sua repulsione verso tutto il convenzionale, intortato bene per farci andare a letto la sera felici. Ma l’insana e ammaliante attrazione per l’ignoto, l’incerto che lo contraddistingue, lo trascina ancora una volta nell’olimpo del cinema che conta.

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