No, l’assassino di John Lennon non ha capito Il Giovane Holden

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“L’ipocrita deve morire, dice Il Giovane Holden”

“Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va.” Chi non ha mai desiderato di potersi confrontare col proprio scrittore preferito? Eppure, nonostante J.D. Salinger lo abbia detto per bocca del suo protagonista Holden Caulfield, se avesse ricevuto una chiamata da un fan, avrebbe sicuramente buttato giù il telefono.

Il suo primo romanzo è divenuto talmente popolare infatti, che egli fu costretto a ritirarsi a vita privata. La storia de Il Giovane Holden si dipana lungo un week-end, in cui il protagonista, un sedicenne newyorkese, abbandonata la scuola dopo esserne stato espulso, pur di non tornare a casa dai suoi, preferisce bighellonare per le strade di Manhattan, aspettando che arrivino le vacanze di Natale. In queste giornate gliene capitano tante, dall’incontro con una prostituta con tanto di ricatto, al tentativo di approccio sessuale da parte del suo professore di letteratura inglese che gli aveva offerto ospitalità.

Sembrerebbe il tipico romanzo di formazione, anche se nessuno si aspetti “stronzate alla David Copperfield” : il punto di vista è ironico, dissacrante e dichiaratamente inattendibile. “Sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra”, dice Holden che se non altro, a differenza di Zeno Cosini de La coscienza di Zeno, ce lo chiarisce subito. Tutti ci siamo sentiti, almeno una volta, in sintonia col pensiero del protagonista di questo libro cult che odia quasi tutto e tutti e sta “sempre lì ad aspettare la nota stonata”; tutti abbiamo condiviso con lui il disprezzo verso l’ipocrisia della società e qualche volta avremmo voluto anche noi il suo cappello da caccia rosso per prendere la mira e “sparare alle persone”.

Non fosse che qualcuno abbia preso alla lettera quanto detto da Holden Caulfield, più di quanto non avesse fatto lui stesso nelle pagine del romanzo.

La sera dell’8 dicembre 1980, Mark David Chapman venne trovato dalla polizia di New York, seduto sul bordo di un marciapiede nei pressi del Dakota Building con in mano una copia de Il Giovane Holden. Il frontespizio recita: “Questa è la mia dichiarazione”, firmato Holden Caulfield. Pochi minuti prima aveva esclamato “Mr. Lennon”, con tanto di cinque colpi di revolver. Poi aveva confermato : “Sì, ho appena sparato a John Lennon”.

Chapman si era totalmente identificato con la rabbia antisociale del protagonista del romanzo maledetto (anche John Hinckley, il mitomane che aveva sparato al presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, poichè ossessionato dalla Jodie Foster di Taxi Driver, ebbe a dire : “se volete una spiegazione tutto quello che dovete fare è leggere Il Giovane Holden”) e si era convinto di vivere nell’universo di Holden. Del resto John Lennon per Chapman era un “phony” per eccellenza, cioè nel gergo del libro di Salinger un falso, un ipocrita. Cantava la povertà vivendo nella ricchezza.

Ma la verità è che Holden Caulfield non avrebbe mai ucciso nessuno, perché troppo “vigliacco”. Chapman lo strumentalizza per mascherare il vero motivo del suo agire, ossia diventare famoso uccidendo una celebrità: “Era come se uscissi da una porta gigantesca per abbandonare il mio passato e andare incontro a un incerto futuro. Con addosso i sentimenti di Holden Caulfield”, disse ad un giornalista.

Un romanzo o una canzone possono spingere davvero a commettere un crimine? John Lennon è stato vittima di emulazione da romanzo, ma qualche anno prima anche Sharon Tate, la moglie del regista Roman Polanski (protagonista di C’era una volta… a Hollywood di Tarantino) era stata uccisa in nome di una guerra che prendeva il nome proprio da una canzone del White Album dei Beatles: “Helter Skelter”. Una guerra razziale che Charles Manson leggeva tra le righe del testo: “Look out, ’cause here she comes”.

Sembra un cortocircuito. Ogni opera di finzione può spingere una persona già problematica a compiere atti violenti nella realtà: “ma questa realtà e finzione stavano davanti al Dakota”, disse Chapman prendendosi in parte la responsabilità di quanto aveva fatto. Se solo avesse chiamato Salinger (e Salinger gli avesse risposto) avremmo avuto tutta un’altra storia.

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