La Coscienza di Zeno: la narrativa psicanalitica di Italo Svevo

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Ho incontrato molti illustri scrittori italiani e stranieri, e quasi sempre, anche quando non ho riportato delusioni, ho dovuto distinguere tra l’uomo e lo scrittore: in tutti i casi la bilancia scendeva da una parte e dell’altra, ma in ogni modo la bilancia si muoveva. Non nel caso di Svevo:in lui si sentiva la presenza di un solo blocco, di una certezza che non deve averlo abbandonato mai.”

Questa la testimonianza di Eugenio Montale. E in realtà la vita di Svevo ci appare, oggi, come una vita fondamentalmente orientata nel suo difficile rapporto con la letteratura. Tutta la sua biografia si raccoglie attorno alla sua carriera di scrittore, alla quale egli fu incatenato da una serie ininterrotta di sogni e di delusioni, di progetti e di ripudii, di sdegni e calde speranze.

Dopo l’insuccesso del suo secondo romanzo Senilità, scriveva sul suo diario:

Dicembre 1902. Noto questo diario della mia vita di questi ultimi anni senza propormi assolutamente di pubblicarlo. Io, a quest’ora e definitivamente, ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura. Io voglio soltanto atttraverso queste pagine arrivare a capirmi meglio. (…) Poi getterò per sempre la penna e voglio saper abituarmi a pensare nell’attitudine stessa dell’azione; in corsa, fuggendo da un nemico o perseguitandolo, il pugno alzato per colpire o per parare.”

Ma ecco il controcanto in un’altra pagina del 1899:

Io credo, sinceramente credo, che non c’è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che quella di scribacchiare giornalmente. Si deve tentare di portare a galla dall’intimo del proprio essere, ogni giorno un suono, un accento, un residuo fossile o vegetale di qualche cosa che sia o non sia il puro pensiero, che sia o non sia sentimento, ma bizzarria, rimpianto, un dolore, qualcosa di sincero anatomizzato tutto e non più. Altrimenti si cade, il giorno in cui si crede d’essere autorizzati a prendere la penna, in luoghi comuni e si travia quel luogo proprio che non fu a sufficienza disaminato. Insomma fuori dalla penna non c’è salvezza.”

Tra questi due poli si divide la vita di Italo Svevo: tra il ripudio amaro e quasi violento della letteratura, e l’impegno dell’attenzione e del giudizio sui minimi moti della coscienza come radice della verità letteraria.

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In realtà la cultura di Svevo fu fondamentalmente quella di un autodidatta, di un uomo alla ricerca di risposte a suoi quesiti personali; ma proprio per ciò, la sua formazione culturale seguì felicemente la sua curiosità e gli consentì un’assoluta libertà di giudizio.

Il fallimento letterario che lo perseguitò dopo l’uscita dei suoi primi due romanzi gli evitò il rischio del professionismo letterario e cambiò di segno la sua concezione di vita come malattia: sull’infelicità e inettitudine dei personaggi dei suoi primi romanzi nasce la saggezza di Zeno, l’uomo senza qualità che sconta errori e colpe con una sfacciata fortuna.

L’importanza del primo romanzo, Una vita, costituisce una matrice indiscutibile del mondo sveviano, come anticipazione di tutti i suoi temi essenziali. Il romanzo è letterariamente ancora acerbo, soffre di una sorta di ingorgo di motivi ancora prematuri, che vengono accatastati l’uno sull’altro senza una precisa selezione e distinzione. Ma là dove esso è più libero da ipoteche culturali ingenuamente assunte e si concentra nella sua potenza di analisi, esso è già indiscutibilmente sveviano e costituisce una premessa rivelatrice del mondo di Zeno.

Se l’importanza determinante di Una Vita consiste nell’invenzione di un personaggio e della sua struttura morale quale è l’inetto, in Senilità la novità è data dall’assedio portato al tempo. In altri termini, mentre attorno ad Alfonso (protagonista di Una Vita) gravava una sostanziale solitudine e la realtà ambientale era sottoposta alla sua divorante passione di giudicarla e di evaderne, Emilio, prima di esserne respinto e ferito, ne è affascinato, ne soffre il fiato seducente e caldo.

Il pessimismo sveviano si articola qui nelle sue due componenti essenziali: una impietosa e quasi allegra ironia, e la compatta conclusione che l’uomo è impotente di fronte alla vita.

Mentre Alfonso consumava il suo dramma nella vana ricerca di una filosofia della vita, Emilio nel suo sottile gioco con la realtà cerca dei complici, chiede di essere ingannato con moderazione; anziché immolarsi al proprio orgoglio come Alfonso, chiede di essere risparmiato.

Per primo, nella grande direzione del romanzo europeo del Novecento, Svevo individua esattamente il momento in cui l’uomo, abbandonata ogni metafisica, scoperti i territori laici della conoscenza, avverte che il crollo delle antiche fedi e della vecchia società lo lascia alla mercè di forze incontrollabili che sorgono dal profondo del suo stesso essere. Il vuoto dei valori apre il dramma esistenziale: un capitolo in cui l’uomo, questo millenario animale, è nuovo a se stesso. L’inetto è in ugual misura la caricatura di questo processo di autoesplorazione. L’ironia è la controfigura del dramma.

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Nella Coscienza di Zeno, che Svevo prese a scrivere nel ’19, dopo più di vent’anni di silenzio, vengono a confluire i motivi dei due precedenti romanzi , nel segno cambiato di una nuova e più matura filosofia della vita. La struttura stessa del romanzo lo dichiara: ha lo stesso impianto intellettuale che aveva Una Vita; ma è disposto per episodi scanditi in modo autonomo, nei quali si ripete la compattezza di Senilità. Possiamo considerare quindi senza più incertezze, la “coscienza” il libro conclusivo, il capolavoro dello scrittore.

La coscienza, in modo molto più sfumato e ironico, è introdotta e chiusa da due documenti: la lettera dello psicanalista dottor S., il quale dichiara che l’autobiografia che seguirà era un elemento della cura a cui Zeno si era sottoposto; e il diario di Zeno in cui si confessa che quella cura è fallita.

Ciò che è mutato rispetto ai primi romanzi, non è soltanto la qualità degli strumenti di indagine, tra cui anche la psicanalisi, ma in tutto e per tutto le conclusioni. Per Alfonso la vita era vendicativa e moralistica: per Zeno essa è, come si afferma più volte, “originale”. Zeno rimane, al pari di Alfonso, un inetto, le loro velleità sono sempre in anticipo, le loro decisioni sempre in ritardo. Ma la differenza sta nella concezione di vita come aggiustatrice di errori, di malattia nevrotica come elemento misterioso coeso al destino. L’alienazione che per Alfonso era un problema personale e si risolveva in una sorta di solipsistica impotenza, qui nella “Coscienza” è una regola di vita, gaia come tutte le altre avventure, sottratta al calcolo moralistico del giudizio. Il giudizio morale dello scrittore non si interroga più su avvenimenti e fatti dei singoli personaggi, ma sull’intera zona dei rapporti dell’uomo con se stesso, gli altri, il passato, il destino. Il tempo ha una funzione essenziale nella saggezza esistenziale di Zeno. Il tempo non è assoluto, ma una propedeutica all’aggiornamento continuo del giudizio su se stesso. E’ lo spazio dei mutamenti vitali.

La modernità assoluta della Coscienza di Zeno sta dunque qui: che il suo protagonista, personaggio psicologicamente agguerrito, immerso sino al fondo nella dimensione “tempo”, è sempre alle prese con un “a posteriori” che tende ad annullarlo come personaggio unitario. Il suo meccanismo di funzionamento appare quello di una marionetta, tirata da fili che, quanto più egli indaga, gli sfuggono.

Oltre il preambolo e il diario di Zeno sul tema della psicanalisi, che aprono e chiudono il libro, La Coscienza di Zeno si compone di cinque episodi, ognuno dei quali è praticamente concluso in sé e autosufficiente. Il primo è dedicato al motivo, certo autobiografico perché ricorrente nelle lettere, dell'”ultima sigaretta”; e pone subito l’accento con grande sottigliezza e con un inconfondibile timbro di allegria, sul diagramma infinitamente avventuroso della diplomazia con se stessi, l’inesauribile romanzo della coscienza. Zeno conserva come si è detto, molte caratteristiche dell’inetto, soltanto che il punto di vista dello scrittore è rovesciato. Il personaggio non è naturalisticamente oggettivato, con severo giudizio documentario; ma c’è nei suoi confronti mediata dell’ironia, una sorta di complicità, di allegra comunanza nella malattia.

Il tema è approfondito nel secondo episodio, dedicato alle relazioni di Zeno con il padre. E vi risalta la potenza della scena dello schiaffo che, proprio in punto di morte, il padre gli infligge nel tentativo disperato di districarsi dal figlio. In questa luce va interpretato un passaggio di questo capitolo nel quale viene teorizzata in modo smagliante la qualità positiva dell’uomo senza qualità:

“Oggi che scrivo, dopo di aver avvicinata l’età raggiunta da mio padre, so con certezza che un uomo può avere il sentimento di una propria altissima intelligenza che non dia altro segno di sé fuori di quel suo forte sentimento. Ecco: si dà un forte respiro e si accetta e si ammira tutta la natura così com’è e come, immutabile, ci è offerta; con ciò si manifesta la stessa intelligenza che volle la Creazione intera.”

Dall’ironia maliziosa di pagine come questa scappa fuori una difesa profonda della malattia senza sintomi. Al posto della filosofia che divertendosi, lo scrittore riduce in frantumi, egli stesso ci avverte con un ammicco che sarebbe difficile trovarne di migliori.

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Il terzo ed il quarto episodio, i più felici di tutto il romanzo, occupano la storia del matrimonio di Zeno e quella di un suo adulterio. Eccolo dunque in casa Malfenti, ove sono quattro figlie, di cui tre in età da marito. S’innamora di Ada, la più bella, ma ne è respinto; prova con la più giovane Alberta, ma non ha migliore successo; con piena irresponsabilità e per capriccio, ripiega sulla più bruttina, Augusta; e il matrimonio si rivelerà felicissimo. Inesperto di Borsa, per una disattenzione che gli fa ritardare certe vendite, fa migliori affari di Malfenti. Vede Ada, il suo vero amore, sfiorire in un matrimonio triste, umiliata persino da un volgare adulterio del marito; Guido l’uomo che gliel’ha portata via, si rovina in affari e finisce suicida, e sarà proprio lui, Zeno, con altre combinazioni fortunate in Borsa, a salvare la sua famiglia dall’indigenza. “Non avevo da risolvere niente, perchè tutto era stato risolto. Questa era la vera chiarezza.” dirà Zeno.

Il quinto ed ultimo episodio è una preziosa variazione su tema. Al contrario di Alfonso ed Emilio, egli si difende dal tempo della passione e sta in attesa del tempo della chiarezza. Zeno incontra Carla, una bruna e bella ragazza del popolo, che povera, ha bisogno di aiuto per continuare negli studi di canto; e se ne innamora dopo aver passato un breve stadio di filantropia. Ma la situazione è rovesciata secondo la logica che conosciamo: Zeno non è più in ginocchio di fronte alla ragazza, è sposato e benestante e poiché può permettersi la parte del tentato non si lascia sfuggir l’occasione: è al centro di un triangolo ove può tranquillamente esercitare il doppio gioco e ne approfitta. Quando Zeno esprime la preoccupazione di lasciare pervio il passaggio tra l’amore e il pentimento, tra la colpa e il rimorso, rivela sino in fondo la natura definitiva del suo doppio gioco, analitico e programmato. Zeno è un inetto che ha in più la virtù, in questo caso non cristiana, della pazienza. Egli sa che ciò che il tempo interiore aggroviglia pensa il tempo reale della vita a scioglierlo. La coscienza di Zeno in ultima analisi è questa: commettere di fronte a se stesso un delitto perfetto.

Concludendo, Svevo fu il primo romanziere che colse l’importanza della psicanalisi. Intuì in modo del tutto originale, il valore della malattia, mito che ha invaso l’Europa del decadentismo.

Per primo ha avviato alla dissoluzione il romanzo ottocentesco, come forma ormai inadeguata a raccogliere e contenere il flusso incomposto e informe della materia vitale. La sua letteratura coincide con l’antiletteratura, il suo realismo sfocia nella disintegrazione della realtà come tale. La sua narrativa si risolve dunque in una teoria sulla vita.

Fu questa la sua ultima battuta sul capezzale:

Vedendo Letizia piangere -racconta la moglie- la guardò pensoso e disse, dolcemente: “Non piangere, Letizia, non è niente morire.” Aveva già la lingua grossa e, vedendo il nipote accendere una sigaretta, fece un cenno di richiesta. Aurelio gliela rifiutò. Allora disse con voce già impacciata: “Questa sarebbe davvero l’ultima sigaretta.”

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