Il giovane Holden: l’adolescenza diversa di J. D. Salinger

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Nell’adolescenza si ha spesso un momento dove ci si ritrova a voler leggere i romanzi di formazione, convinti che possano migliorarti la vita, con le loro storie, le loro avventure quotidiane. Così si va in biblioteca, si cerca qualche libro di cui hai sentito parlare e ti ritrovi a prendere, che ne so, Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, o L’alchimista di Coelho, o ancora L’amico Ritrovato di Uhlman.

Oppure, ti capita di aver letto da qualche parte un titolo bizzarro e decidi di comprarlo. L’ha scritto un americano, Jerome David Salinger, nel 1951 e, quel titolo, non è nemmeno la vera traduzione dall’originale. “The Catcher in the Rye” era un titolo intraducibile per il mondo non anglosassone e, così, l’Einaudi decise di intitolarlo semplicemente Il giovane Holden.

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non va proprio di parlarne.

Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, sopratutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili. D’altronde, non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso natale, prima di ridurmi così a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia. Niente di più di quel che ho raccontato a D.B., con tutto che lui è mio fratello e quel che segue.”

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L’importanza di questo romanzo sta in diversi elementi – senza entrare in un ambito strettamente analitico.

Innanzitutto lo stile asciutto e colloquiale con il quale è scritto, senza molti giri di parole, e anzi basato molto sullo slang giovanile dell’epoca. Essendo scritto in prima persona ed essendo Holden Caulfield un sedicenne appena cacciato dal college di Pencey per il numero insufficiente di esami sostenuti, il linguaggio utilizzato non può che essere quello.

Il successo dello scritto, in Italia, può anche essere attribuito in qualche modo alla traduzione di Adriana Motti che all’espressione “and all” ha dato diverse trasposizioni in “e tutto quanto”, “e compagnia bella”, eccetera.

Senza stare troppo sulla storia raccontata – che sarebbe abbastanza inutile, siccome la bellezza di quel libro sta proprio nella lettura – il cuore del libro è quest’adolescenza diversa che il protagonista vive, una gioventù anti-conformista e in un certo senso anarchica, che però ha degli ideali e delle motivazioni che di fondo sono buone e, a volte, anche ingenue.

Tanto che verrà ripreso in moltissime forme d’arte: da I Laureati a Shining nel mondo cinematografico ai Green Day, The Offspring, Gun’n’Roses, Screeching Weasel e Francesco De Gregori nella musica. Nella letteratura stessa viene citato più volte in Norvegian Wood di Murakami, in Ragazzo da parete di Chbosky e in Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi.

Per non parlare, ovviamente, del videogioco Life is Strange (vera pietra miliare degli ultimi anni nel settore videoludico), dove la protagonista, Maxine, ha lo stesso cognome di Holden, oltre a un carattere molto simile. E questo approccio al mondo, se si vuole, si può trovare in molte serie tv, compresa quella The End of the F***ing World che sta spopolando su Netflix.

E se l’assassino di John Lennon, nel momento dello sparo, teneva questo libro sotto braccio, può avere anche un significato leggero e nascosto quanto sincero. No, non siamo assassini, ma ognuno di noi è un po’ Holden Caulfield.

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