Di cosa parla realmente C’era una volta… a Hollywood?

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Quanti film riesce ad essere allo stesso tempo C’era una volta… a Hollywood? E soprattutto, di cosa parla realmente questa pellicola? Quentin Tarantino ha rischiato di peccare di hybris scegliendo un titolo così importante, che richiama due capolavori intramontabili di Sergio Leone e sembra quasi tentare di posizionarsi di fianco ad essi, come se la nona fatica cinematografica del regista volesse chiudere con gli altri due una sorta di trilogia ideale sui tre grandi miti americani: il west, l’epoca dei gangster e la cara vecchia Hollywood. Sarebbe molto romantico ma anche molto riduttivo, in primis perché Tarantino non è Leone e poi perché C’era una volta… a Hollywood, su stessa ammissione del regista, chiude in modo definitivo un’altra trilogia, quella iniziata con Bastardi Senza Gloria e proseguita con Django Unchained, dove il cinema riscrive completamente la Storia e ci consegna una realtà alternativa, un Tarantinoverse in cui Hitler è stato fatto esplodere in un cinema francese e in cui uno schiavo nero che si è liberato dall’oppressione ha decimato un Ku Klux Klan ancora nella sua fase embrionale.

C’era una volta… a Hollywood chiude anche questo discorso e, coerentemente con questa idea, ci regala un mondo alternativo in cui la meravigliosa Sharon Tate si è salvata dal massacro di Cielo Drive perché i suoi aguzzini sono entrati nella villa sbagliata (per loro) e hanno incontrato le persone sbagliate sul loro cammino. Certo, questo film parla del tramonto di un’epoca (come facevano i C’era una volta leoniani) e indubbiamente riscrive un pezzo importantissimo della Storia recente (come gli altri capitoli della trilogia tarantiniana) ma forse nasconde anche qualcos’altro: il significato più profondo della poetica d’autore di Tarantino, che per la prima volta (dopo essere stato ripetuto per anni in centinaia di interviste) emerge in tutta la sua forza in un film ad esso interamente dedicato. C’era una volta… a Hollywood è un capitolo peculiare della filmografia del regista di Knoxville: dopo un flirt durato 27 anni, Tarantino ha finalmente realizzato un film che parla di cinema, che mostra il mondo del cinema e che vive di cinema nella sua interezza. In C’era una volta… a Hollywood il cinema non è più uno strumento per cambiare il mondo e nemmeno un piacevole argomento di discussione in attesa d’altro, perché questa volta tutto ruota attorno ad esso. Ad essere ancora più precisi ruota attorno ai suoi protagonisti, in particolar modo quelli più sfigati: quelli che Tarantino ama di più.

Per Tarantino (come abbiamo già visto parlando di Pulp Fiction) non esistono un cinema alto e un cinema basso, ma soltanto film riusciti e film non riusciti indipendentemente dal genere, dal budget e dalle intenzioni. Il suo nuovo film ha per protagonisti due uomini del cinema basso, due manovali della settima arte: un attore che sembrava destinato a grandi cose ma la cui carriera è giunta alla fase calante senza mai essere realmente decollata e il suo stunt double, un uomo dal fisico eccezionale che però ha un enorme scheletro nell’armadio che gli impedisce di lavorare.  L’attore Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e il suo stuntman, tuttofare e migliore amico “poco meno che una moglie” Cliff Booth (Brad Pitt) vivono un rapporto di quasi simbiosi durante quella fase di transizione tra Vecchia e Nuova Hollywood che Rick non comprende e alla quale non è in grado di adattarsi in nessun modo. Rick era una piccola star della televisione: sul finire degli anni cinquanta interpretava il cacciatore di taglie Jack Cahill nella popolare serie televisiva western Bounty Law, che ha fatto chiudere anzitempo per inseguire il suo sogno di gloria nella Hollywood dei pezzi grossi. Per un paio di settimane il nostro Rick era quasi riuscito a sostituire Steve McQueen ne La Grande Fuga (1963), e ancora oggi immagina di vedere sé stesso al posto del grande divo nelle scene migliori di quel film (sogno che vediamo anche noi grazie ad un capolavoro di sostituzione digitale ad opera del grande John Dykstra), ma poi la sua carriera è andata verso la direzione sbagliata: ha accettato per ragioni alimentari alcuni ruoli da protagonista in film di serie b, come il western Tanner e il war movie I quattordici pugni di McCluskey (un piccolo Bastardi Senza Gloria ante litteram, per la gioia di Tarantino che voleva Di Caprio in quel film), nel quale dà fuoco ad alcuni gerarchi nazisti con un lanciafiamme che poi ha voluto tenere per sé anche a lavorazione conclusa, in quanto simbolo concreto del suo impegno. Questi suoi film vengono notati dal produttore e agente Marvin Schwartz (Al Pacino), realmente esistito, che dopo aver illustrato chiaramente a Rick la parabola discendente della sua carriera (fare la guest star malvagia in episodi random di vari show televisivi è il preludio della fine per lui) gli propone di trasferirsi per un periodo a Roma per diventare un eroe degli spaghetti western, genere che Rick detesta ma che accetterà di buon grado nel giro di due giorni, dopo essersi reso conto di essere ancora in grado di recitare molto bene, grazie anche al non-aiuto di una baby attrice di grande talento (Julia Butters), conosciuta sul set dell’episodio pilota della serie televisiva Lancer.

Rick non si rende bene conto di quanto sia fortunato ad avere una spalla su cui piangere grazie a Cliff, un veterano di guerra che nonostante la prestanza fisica eccezionale non può più lavorare se non per l’amico: alle spalle ha una brutta fama dal momento che circola la voce, mai chiarita ma molto probabilmente fondata, che alcuni anni prima abbia assassinato la moglie durante una gita in barca e sia riuscito a farla franca. Cliff entra subito nel panteon dei personaggi tarantiniani e si distingue per essere uno dei più taciturni, grazie soprattutto all’incredibile performance fisica di un Brad Pitt a livelli di bravura mai visti. La prima cosa che scopriamo di Cliff è che lui è uno stuntman dalla pellaccia dura che sa sempre come cadere senza farsi male: il suo passato è tormentato, la galera lo insegue senza successo da tutta la vita e non sarà certo una sveltina con una hippy minorenne a mandarcelo (ma quanto gli piacerebbe correre quel rischio) e ormai non c’è più niente che possa realmente turbarlo. Ha perso l’ultimo lavoro perché ha dato una lezione a suon di botte ad un odioso Bruce Lee (Mike Moh)? Beh, in fondo me la sono cercata, ragiona tra sé e sé mentre ripara l’antenna di Rick. Lo stesso Rick vuole scaricarlo, dopo anni e anni di amicizia-simbiosi, perché dopo il nuovo matrimonio non può più permettersi i suoi servizi? Beh, in fondo è giusto così, Rick deve occuparsi del proprio bene.

Forse Cliff nasconde anche un altro segreto, un amore non dichiarato nei confronti di Rick: forse sua moglie lo detestava perché aveva scoperto la sua omo o bisessualità, forse la hippy che gli propone un rapporto orale in auto, Pussycat detta Pussy (Margaret Qualley), in fondo non gli piace poi così tanto come sembrava. Quando Rick gli chiede di guardare insieme la sua puntata di FBI risponde di averlo dato sempre per scontato e di avere già preso le birre, ma soprattutto, quando un’inaspettata intrusione in villa rischia di mettere in pericolo la vita di Rick, Cliff non si fa problemi a rivelare agli intrusi la presenza in casa della neo-moglie dell’amico, mentre si guarda bene dal dire loro che c’è un’altra persona in piscina. Forse anche lui (come qualcun altro in questo racconto) sta soltanto aspettando il momento buono.

A Cliff può accadere di tutto, perché tanto gli scivolerà addosso senza lasciare troppe tracce: a fine giornata sfreccerà comunque con la sua decapottabile verso un drive-in, per poi tornare alla sua roulotte ad accudire Brandy, la sua dolce e letale Pit Bull. Quello che Cliff non può tollerare però sono i torti alle persone a lui care: quando si accorge che il vecchio cieco (e ormai pure un po’ rincoglionito) proprietario del glorioso Spahn Movie Ranch (Bruce Dern) è stato plagiato da una comune di hippy fuori di testa si arrabbia parecchio, quando uno di questi figli dei fiori buca una ruota dell’auto di Rick comincia a prenderlo a pugni in modo estremamente efficace e, infine, quando tre ragazzi di quella stessa comunità entrano in casa di Rick la notte dell’8 agosto 1969, minacciando la sua vita e quella della moglie Francesca (Lorenza Izzo), Cliff tira fuori tutta la violenza di cui è capace e compie lui stesso a mani nude il massacro di Cielo Drive (aiutato all’ultimo minuto da Rick e dal suo infallibile lanciafiamme), solo che nel Tarantinoverse le vittime non fanno parte della famiglia Polanski ma della famiglia Manson.

È qui che il film scopre le carte e rivela la sua natura: nella nostra realtà è il cinema basso che permette al cinema alto di esistere (quando il sistema funziona bene sono gli incassi dei film commerciali che finanziano il cinema d’autore) e nella realtà fiabesca di C’era una volta… a Hollywood sono due manovali del cinema basso a permettere (senza nemmeno rendersene conto!) all’emblema del cinema alto di continuare ad esistere, perché è grazie all’incontenibile alcolismo di Rick (che per fortuna non ha smesso di bere come aveva promesso), al suo caratteraccio e al suo odio innato per gli hippy che Tex Watson (Austin Butler), Susan Atkins (Mikey Madison) e Patricia Krenwinkel (Madisen Beaty) hanno scelto la sua villa anziché quella al civico successivo, incontrando un destino per loro poco piacevole. Charles Manson non diventerà mai una leggenda del male in questo universo narrativo perché il suo piano delirante è stato disinnescato dai più improbabili degli eroi: due losers inconsapevoli che hanno cambiato il corso di quei tempi ai quali non sapevano (o nel caso di Cliff non potevano) adattarsi. Vediamo il piccolo Charlie (Damon Herriman) quasi solo sullo sfondo e per pochissimi istanti, come se fosse la più triste delle comparse: questa è la grande vendetta di Quentin Tarantino nei confronti del delinquente che è stato trasformato in leggenda del male grazie al clamore mediatico di un omicidio ideato durante un trip. A costo di scontentare parte del proprio pubblico, Tarantino riporta Manson ad essere poco più che zero, l’ultimo dei losers in un mondo che non ha il minimo ruolo per lui: il suo piano è stato sventato, lui rimarrà il signore di niente che è sempre stato e i suoi ragazzi verranno ricordati per poco tempo come tre sballati che volevano fare “i cazzi del diavolo” perché Cliff, a causa di una sigaretta intinta nell’acido era talmente fatto al momento del massacro da non capire nemmeno bene cosa stessero dicendo. Nonostante questa vendetta simbolica del regista, C’era una volta… a Hollywood non è (come i suoi predecessori nella trilogia) un film sulla vendetta, ma piuttosto sulla rivincita: dopo aver salutato Cliff che sta per essere portato in ospedale per le ferite riportate, Rick inizia a parlare con Jay Sebring (Emile Hirsch) e scopre che Sharon Tate e la sua compagnia sono suoi grandi fan, che colgono l’occasione per invitarlo ad entrare e presentarsi. Chissà, magari quell’incontro farà svoltare la sua carriera come ha sempre sperato.

In tutto questo che ruolo ha Sharon Tate? Tarantino dice di essersi innamorato di lei la prima volta che ha fatto ricerche sul suo conto e non è difficile credergli perché Margot Robbie è tanto radiosa nel ruolo da non sembrare nemmeno di questo pianeta. La sua Sharon balla tantissimo, ascolta musica in continuazione (va matta per Paul Revere & The Raiders) e sa che il suo grande momento è alle porte: si emoziona quando vede il suo nome sul cartellone del cinema che sta proiettando Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm (1968), riesce ad entrare senza pagare in quanto star del film (anche se all’inizio non la riconoscono) e si gode in pieno gli applausi di pubblico incantato dalla sua performance. Quando la sera prima si reca ad una festa presso la Playboy Mansion insieme al marito Roman Polanski (Rafal Zawierucha), vestito come Austin Powers, vediamo un malinconico Steve McQueen (Damian Lewis) osservarla con amore da lontano, mentre risuonano le note della bellissima Son of a Lovin’ Man dei Buchanan Brothers e lui riflette sul quasi-triangolo amoroso della donna con Jay Sebring: a lei piacciono gli uomini bassi, estremamente talentuosi e che sembrano ancora dei dodicenni e lui ormai sa di non essere mai nemmeno entrato in competizione per lei.

I Polanski sono il coltello nella piaga del nostro eroe Rick Dalton, che nel momento più buio della sua carriera e della sua vita è costretto a subire la presenza di vicini così importanti: lui è il regista di “Rosemary’s fucking Baby” e Rick deve vivere all’inizio del film con la consapevolezza di essere il suo vicino e di non fare parte della sua corte, quando una cosa semplicissima come l’essere invitato ad una festa in piscina da Polanski potrebbe cambiare per sempre il suo destino. La cosa riesce allo stesso tempo sia ad abbatterlo che a dargli grandi speranze, perché forse Rick soffre di un lieve disturbo bipolare che spiegherebbe bene i suoi sbalzi d’umore repentini lungo il corso del film.

Tarantino ama sempre i suoi personaggi, ma questa volta forse ama in modo molto particolare questa galleria di persone reali e fittizie che si mescolano in continuazione e che lui sembra volere seguire quasi di nascosto, con un utilizzo massiccio di piani sequenza dall’alto che ci permettono di osservare insieme a lui tantissimi dei loro movimenti, come quando Cliff sfreccia su e giù per Hollywood a bordo di auto stupende, di notte e di giorni. Quando Rick è impegnato invece nelle lunghe ed estenuanti riprese del pilota di Lancer assistiamo al momento di massima riuscita del gioco tra realtà e finzione tanto caro a Tarantino: un personaggio fittizio (Rick) sta recitando il ruolo del cattivo nel pilota di una serie esistente nella realtà (su un set che Tarantino aveva già utilizzato per Django Unchained, riconoscibilissimo in un’inquadratura), diretto dal regista realmente esistito Sam Wanamaker (Nicholas Hammond, l’Uomo Ragno della serie televisiva degli anni settanta), che ha davvero diretto quel pilota, che conteneva davvero gli attori Wayne Maunder (Luke Perry, nel suo ultimo ruolo) e James Stacy (Timothy Olyphant). Una porzione lunghissima del film, una divagazione totale che però, oltre a mostrarci con montaggio alternato la rinascita di Rick come attore sul set e la nascita di Sharon come grande star in un cinema, diventa necessaria in quanto atto d’amore puro di Tarantino per quel mondo del cinema (e in questo caso della tv d’epoca) che per lui è tutto.

Le citazioni poi sono ovviamente così tante che diventa dura farne un elenco, ma quella più difficile da cogliere però è probabilmente quella doppia presente nel negozio di libri in cui si reca Sharon per fare un regalo al marito, quando vediamo la statuetta de Il Mistero del Falco (1941) e ci ritroviamo in una libreria di Hollywood parlando di prime edizioni come ne Il Grande Sonno (1946): in un colpo solo Tarantino cita i due film con Humphrey Bogart che hanno stabilito i canoni dell’hard-boiled cinematografico e lo fa con una scena (e all’interno di un film) che con l’hard-boiled non ha nulla a che vedere, mostrandoci ancora una volta quanto può essere malleabile la materia di cui è fatto il cinema. Quando vediamo brevemente la famigerata Squeaky Fromme nella scena allo Spahn Ranch, la sua interprete Dakota Fanning sembra vestita e truccata come Dakota Johnson in una particolare scena di Suspiria (2018) di Luca Guadagnino, un film molto amato da Tarantino (che l’ha visto in anteprima qualche mese prima delle riprese del suo film). Nel breve ma intenso bagno di sangue finale invece, per la seconda volta dopo The Hateful Eight il regista paga pegno nei confronti del genio sottovalutato di Sam Raimi, facendo muovere Susan Atkins (che ha la faccia devastata dal barattolo lanciatole da Cliff e dal coltello che le si è conficcato nel volto cadendo) come uno dei tanti corpi posseduti nella trilogia de La Casa.

Di C’era una volta… ad Hollywood si è detto tanto e si continuerà a dire tanto ancora per molto tempo: quello che è certo è che, giunto al suo nono film e all’alba dei primi trent’anni di carriera, Quentin Tarantino sembra ancora incapace di sbagliare un colpo. Forse la cosa più importante da sottolineare è proprio questa

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