Blade Runner 2049: spiegazione completa e analisi del film

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Partiamo subito dalla domanda più ovvia: ha senso dare un seguito a Blade Runner? La risposta è la stessa che si potrebbe dare nel caso di ipotetici sequel di Arancia Meccanica, Taxi Driver o Pulp Fiction: no, non ha senso in quanto assolutamente non necessario. Non se ne sentiva veramente il bisogno e il cinema, insieme al mercato che lo sostiene, avrebbe comunque goduto di ottima salute. Partendo dal presupposto che non era minimamente necessario è comunque interessante constatare che Blade Runner 2049, uscito trentacinque anni dopo il capolavoro immortale di Ridley Scott, colonna portante di tutto il cinema sci-fi (e non solo) venuto dopo, è comunque un film molto bello.

Inseguito per lungo tempo da Scott, che coccolava l’idea insieme ad Hampton Fancher fin dalla seconda metà degli anni ’80, il seguito di Blade Runner comincia a prendere forma soltanto a partire dal 2011, quando (fallita l’idea dei fratelli Scott di realizzare una serie di cortometraggi dal tiolo Purefold, prequel dello storico film) la Alcon Entertainment acquista i diritti di sfruttamento del franchise e mette in cantiere il film. Ci vogliono circa quattro anni prima che la produzione possa partire: per un breve periodo sembra che Ridley Scott in persona sia destinato a dirigere il film, ma dopo un lungo lavoro sulla sceneggiatura il progetto viene affidato al canadese Denis Villeneuve, il nuovo golden boy del settore, che dopo una serie di film puramente indipendenti realizzati nel proprio paese è sbarcato ad Hollywood con titoli raffinatissimi del calibro di Prisoners, Sicario e Arrival, lasciando in molti a bocca aperta.

Villeneuve porta il suo indiscutibile talento visivo, aiutato dalla fotografia eccezionale di Roger Deakins, mentre Scott produce e plasma una storia (insieme ai fedelissimi Fancher e Michael Green) in cui sono presenti tutte le tematiche ricorrenti della sua ormai lunghissima filmografia: cosa può nascere da un simile matrimonio?

La trama

2049. Siamo ancora a Los Angeles, ci sono ancora dei replicanti da togliere dalla circolazione (i Nexus 8, superiori ai vecchi Nexus 6) ed esiste ancora la divisione Blade Runner della LAPD, incaricata di trovare e ritirare i vecchi “lavori in pelle”, ma questa volta c’è una grande differenza: il blade runner migliore, l’agente KD6 – 3.7 (Ryan Gosling) è a sua volta un replicante, appartenente ad una nuova e molto più docile generazione creata dal potentissimo industriale Niander Wallace (Jared Leto), che da alcuni anni ha raccolto l’eredità dello scomparso Eldon Tyrell.

Il film comincia con una scena (opportunamente riadattata) che all’epoca doveva aprire Blade Runner e che fu scartata poco prima delle riprese: l’agente KD6 – 3.7 fa visita ad un replicante Nexus 8, ora allevatore di “proteine” di nome Sapper Morton (Dave Bautista) e riesce a ritirarlo non senza difficoltà dopo una violenta colluttazione. Morton però, che prima di essere ucciso lascia intendere al poliziotto di essere stato testimone di un non meglio precisato miracolo, nasconde un segreto: nascosto in un baule sepolto sotto le radici di un albero morto giace lo scheletro di una donna, che successive analisi riveleranno essere morta durante il parto ventotto anni prima. Le sorprese però sono appena cominciate, perché la donna in questione era una replicante. Il fatto che i replicanti non siano semplici e sterili organismi sintetici ma vere e proprie forme di vita autonome, in grado di procreare, è una notizia tanto destabilizzante che il capo della polizia (Robin Wright), decisa ad insabbiare il tutto, ordina a KD6 – 3.7 di far luce sul mistero ed eventualmente di uccidere il bambino nato anni prima da quella donna.

Il nostro protagonista è un replicante estremamente ligio al dovere, anche se l’idea di uccidere qualcuno che è nato (e che quindi a sua detta possiede un’anima) lo disturba. All’interno del suo piccolo appartamento, situato in un palazzo abitato da umani che spesso e volentieri lo prendono di mira, KD6 – 3.7 cerca di vivere alcuni frammenti di “vita normale” grazie alla compagnia di Joi (Ana de Armas), un’intelligenza artificiale che si manifesta sotto forma di proiezione olografica e che lui vede come amica, complice e amante. Giunto alla sede della Wallace Corporation per proseguire la sua indagine, il poliziotto-replicante viene accolto da Luv (Sylvia Hoeks), l’assistente personale e anch’essa replicante di Niander Wallace, che lo accompagna negli archivi della società, dove scopriamo che lo scheletro della donna morta anni prima è quello di Rachael (Sean Young), la protagonista femminile del film precedente, della quale sono rimasti negli archivi alcuni frammenti vocali del test Voight-Kampff che le fece il blade runner Rick Deckard (Harrison Ford) trent’anni prima, presso la sede della Tyrell Corporation.

Un gigantesco black out avvenuto un paio di decenni prima ha cancellato tutte le informazioni esistenti su Rachael e Rick Deckard e così KD6 – 3.7 è costretto a procedere ad un’indagine d’altri tempi, con interrogatori e lunghi viaggi: la prima persona che incontra è Gaff (Edward J. Olmos), vecchio collega di Deckard, che però non ha molte informazioni da offrirgli. Nel frattempo, anche Niander Wallace è sulle tracce dell’erede: l’imprenditore può infatti produrre un numero limitato di replicanti (fondamentali per l’espansione umana nello spazio) ed è essenziale per lui che essi possano riprodursi. Tramite le parole di Wallace si scopre che Rachael è stata infatti “l’ultimo scherzo” di Eldon Tyrell (costruttore più dotato, verso cui Wallace nutre un complesso di inferiorità) che aveva capito, poco prima di essere ucciso da Roy Batty, come creare replicanti fertili.

KD6 – 3.7 prosegue la sua indagine, seguito in segreto e a distanza da Luv (che nel frattempo si introduce nei laboratori della LAPD, rubando i resti di Rachael), tornando nell’abitazione di Sapper Morton e scoprendo una fotografia che ritrae una donna con in braccio un neonato e un’inquietante incisione su una radice dell’albero sotto cui sono state ritrovate le spoglie di Rachael: 6-10-21, la stessa data incisa su un cavallino di legno che fa parte di un ricordo artificiale (che a questo punto potrebbe essere reale) dell’androide, che viene colpito da un dubbio atroce, dato che potrebbe essere egli stesso l’erede. Dopo aver esaminato un archivio di DNA in una banca dati, il blade runner scopre che in data 10 giugno 2021 risultano nati due individui (un maschio e una femmina) con lo stesso DNA, entrambi in seguito spediti all’orfanotrofio Morrill Cole (situato nei pressi di San Francisco), dove la bambina risulta deceduta per via di un’anomalia genetica.

È impossibile che due esseri umani abbiano lo stesso DNA, quindi uno dei due deve essere una copia, ma la cosa più terrificante per il replicante è che l’orfanotrofio Morrill Cole è esattamente il luogo dei suoi ricordi artificiali. Mentre è in viaggio verso l’orfanotrofio, l’agente viene attaccato da una banda di uomini ridotti quasi allo stato selvaggio, che vivono in un’immensa discarica a cielo aperto, ma viene salvato da un provvidenziale intervento a distanza di Luv, determinata a fargli portare a termine le proprie indagini. Giunto all’orfanotrofio, il replicante scopre che tutto ciò che riguarda l’annata del 2021 è sparito dai registri, ma l’unica cosa che conta per lui è che il cavallino di legno con la data 6-10-21 incisa nella parte inferiore è esattamente lì dove lui l’aveva lasciato nei suoi ricordi.

Ormai convinto di essere l’erede, Joe (così viene chiamato da Joi, dopo la scoperta) si reca dalla dottoressa Ana Stelline (Carla Juri), creatrice di ricordi sintetici, che vive isolata dal resto del mondo (dopo essere stata abbandonata in tenera età dalla famiglia) a causa di una malattia rara e che gli conferma, tra le lacrime, che il suo ricordo è reale. La vita di Joe è cambiata completamente: il test di reattività cui deve sottoporsi dopo ogni missione (evoluzione del vecchio test Voight-Kampff) mostra che il replicante non è più in grado di svolgere la propria attività presso il LAPD, ma grazie all’intercessione del capo l’androide guadagna qualche giorno di tempo prima di essere ritirato.

Dopo aver portato in casa una prostituta replicante di nome Mariette (Mackenzie Davis) e aver consumato un rapporto sessuale con lei e con l’immagine olografica di Joi sovrapposta e sincronizzata ai movimenti del suo corpo, Joe incontra per strada un mercante che esamina il cavallino di legno e lo indirizza verso Las Vegas, che ora è un luogo completamente disabitato a causa delle radiazioni. Giunto a Las Vegas (deserta, coperta di polvere, popolata da sculture gigantesche e fotografata magnificamente da Deakins con una tonalità arancione), Joe incontra finalmente Rick Deckard in un vecchio hotel abbandonato. Dopo un breve scontro fisico i due iniziano a parlare: Deckard spiega a Joe di essere il padre del bambino nato da Rachael diversi anni prima, del quale non conosce nemmeno il sesso. L’ex blade runner affidò Rachael poco prima della nascita del bambino ad una comunità di Nexus 8 fuggitivi (della quale faceva parte anche Sapper Morton), insegnando loro come nascondere la creatura una volta venuta al mondo, in modo che né il governo né i fabbricanti di androidi potessero servirsene per scoprire il suo segreto.

Mentre parlano, i due sono bruscamente interrotti dall’arrivo di Luv e di altri agenti armati di Wallace, che rapiscono Deckard e mettono k.o. Joe, prima che Luv distrugga il supporto su cui sono memorizzati tutti i dati di Joi (ponendo fine alla vita dell’IA). Dopo essere rimasto svenuto a lungo, Joe viene trovato e salvato dalla comunità di Nexus 8 che accudì Rachael e l’erede (e della quale fa parte anche Mariette, che aveva nascosto un localizzatore nella sua tasca dopo la notte passata con lui). La leader della comunità (Hiam Abbass) gli rivela che i replicanti sono in cerca dell’erede per dare inizio ad una rivolta contro gli oppressori umani, ma gli dà anche una brutta notizia: l’erede non è lui ma Ana Stelline, la creatrice di ricordi che, contravvenendo al regolamento, aveva creato un ricordo sintetico per Joe basandosi sul proprio passato.

Dopo essersi illuso inutilmente di essere speciale e aver inseguito per tutta la sua breve vita un desiderio di umanità che non si realizzerà mai in pieno, Joe torna verso casa (dopo essersi rifiutato di uccidere Deckard per conto della comunità) e incontra sulla strada un gigantesco ologramma pubblicitario di Joi (prodotta e venduta dalla Wallace Corp.), nuda e in pose provocanti, che gli fa intuire che tutto ciò che lo collegava ad una vita da normale essere umano era soltanto un artificio creato per assecondare i suoi desideri. Determinato a non rassegnarsi ad un’esistenza senza uno scopo reale, Joe parte per una missione suicida nel tentativo di liberare Deckard (che nel frattempo era stato torturato psicologicamente da Wallace, che era arrivato persino ad offrirgli una nuova versione di Rachael, e che ora sta per essere condotto da Luv in una delle colonie extramondo, per essere interrogato più approfonditamente), che lo conduce ad uno scontro violentissimo con l’assistente di Wallace, al termine del quale riesce ad avere la meglio anche se mortalmente ferito.

Dopo essere riuscito a salvare in extremis Deckard, che stava per affogare all’interno di uno speeder della Wallace Corp. precipitato in un fiume, Joe riesce a condurre l’amico (ora creduto morto sia da Wallace che dalla comunità di Nexus 8) dalla figlia che non aveva mai incontrato. Il film si conclude con la morte di Joe sulla scalinata del laboratorio di Ana, mentre Deckard si ricongiunge finalmente alla ragazza.

Analisi del film

Blade Runner 2049 non è un film esente da difetti, situati prevalentemente a livello di trama: la scelta di inserire un villain senza particolari sfaccettature (interpretato tra l’altro dall’unico attore “sbagliato” del cast, Leto) e con un arco narrativo interamente rimandato ad un sequel, immediatamente cancellato dopo l’insuccesso ai botteghini, banalizza un racconto che era invece partito splendidamente (e quanto sarebbe stato più interessante scoprire che la fertilità di Rachael non era qualcosa di programmato ma un evento puramente casuale), così come la brusca introduzione e l’altrettanto rapida uscita di scena della comunità di androidi rivoluzionari contribuisce a lasciare un senso di incompiuto alla storia che nel film originale serviva ad aumentare il fascino della storia, mentre qua lascia l’amaro in bocca.

Nonostante le pecche, cui si possono aggiungere i (fortunatamente pochi) momenti di puro fan-service, assolutamente non necessari per Blade Runner, il film riesce a risplendere (talvolta in maniera accecante) grazie ai propri innegabili pregi: rispetto all’originale, che era un film in cui gli androidi sconvolgevano la vita agli umani mostrando la loro superiorità (soprattutto morale), Blade Runner 2049 è prevalentemente un film di androidi, in cui gli umani sono ormai quasi del tutto assenti (o che comunque rimangono marginali) ma che rappresentano ancora il punto di arrivo ultimo per queste macchine senzienti.

L’idea più originale del film (la replicante che ha messo al mondo una figlia) proviene da un racconto di Asimov, mentre l’amore di Joe e Joi è preso di peso dal bellissimo Lei di Spike Jonze (anche la scena di sesso tra i due, una delle migliori del film) ma, nonostante le apparenze, la cornice in cui si svolgono gli eventi sembra provenire molto più dal romanzo originale di Philip K. Dick (di cui vi avevamo già parlato in un’altra analisi) di quanto vediamo nel primo film (qui invece un’analisi comparata tra libro e film): la Los Angeles di 2049 è semideserta come la San Francisco del 1992 descritta da Dick nel suo magistrale romanzo (una città troppo grande, troppo vuota e non più a misura d’uomo, dagli orizzonti nascosti da nebbia e neve), così come tutti gli altri ambienti mostrati dal film sono palesemente ispirati alle fantasie del noto scrittore, come la Las Vegas devastata dalle radiazioni in cui si nasconde Deckard e proprio il distretto di San Francisco (l’omaggio più grande del film al romanzo) è ormai interamente ricoperto di palta, spazzatura.

La disperata e commovente ricerca di umanità di Joe (ottima la scelta di Gosling nel ruolo di questo Roy Batty al contrario) è messa in scena con grande cura da Villeneuve e Deakins che, aiutati da una colonna sonora di Hans Zimmer che omaggia, senza ricalcare troppo, il capolavoro immortale di Vangelis, regalano al cinema di oggi una serie di sequenze veramente memorabili, che non possono che regalare grande soddisfazione agli occhi più abituati al grande cinema. Paradossalmente, queste scene non sono quelle ambientate in città (che, bisogna dirlo, scompaiono ancora di fronte a quelle del film di Scott) ma tutte le altre: l’arrivo nella casa di Sapper Morton, l’ingresso a Los Angeles dall’alto, Las Vegas, San Francisco e il finale eccezionale nel fiume.

In estrema sintesi, Blade Runner 2049 non può essere accostato al predecessore sul piano qualitativo in quanto non ne possiede la portata rivoluzionaria né sul piano visivo (Blade Runner era retrofuturista, questo diventa a tratti retromane, pur cercando di differenziarsi, a volte con successo, dal modello e dalla scia di epigoni che ha generato nei decenni) né su quello contenutistico (la trama è troppo ingarbugliata e non emergono sufficienti sottotesti per reggere il paragone), ma il suo più grande pregio risiede nel fatto che una volta iniziata la visione tutti questi aspetti passano in secondo piano. Considerando il punto di partenza è già di per sé una vittoria non da poco.

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One comment

  1. Non sono d’ accordo sul giudizio al film. Sui suoi molti (per me) difetti si potrebbe parlare per ore

    Mi limito in questa sede a sottolineare l’ inadeguatezza della colonna sonora. Tanto era evocativa innovativa e geniale quella di Vangelis, quanto e’ scialba, mediocre e scontata quella di Wallfish e Zimmer.

    A parte che e’ copiata in parte da quella di Vangelis, ma soprattutto da quella di Terminator1 (sea wall), Ex Machina (joy e Rain), e poi assomiglia a molte composte da Zimmer in passato.

    E’ incredibile per me come due musicisti sicuramente bravi e preparati abbiano potuto accettare di avere poche settimane a disposizione per comporre una colonna sonora che doveva confrontarsi con quella cult di Vangelis.
    Perche’ inizialmente la scelta era caduta sul povero Johannsson (Rip) , poi sostituito l ‘ estate prima dell’ uscita del film dal duo Wallfish/Zimmer
    E questo lo si nota ascoltando il soundtrack che e’ veramente sciatto e tirato via , sia come melodie ma anche come arrangiamenti. Non c’ e’ veramente nessuna idea brillante e/o originale
    Certo , sono stati usati sintetizzatori analogici ma so per diretta conoscenza che strumenti come il yamaha Cs-80 , usato anche nel soundtrack del sequel, non sono semplivi da suonare (e programmare) specialmente per chi – come Wallfish- non sia un musicista di estrazione elettronica , ma prettamente classica.
    Tra l’ altro Villeneuve e’ regista che usa poco le musiche nei suoi film, e pure male

    Dispiace, per me enorme occasione persa. E pure una delusione , che certamente prevedevo seppur non in questi termini

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