Il primo album dei Noam Bleen: oltre l’alternative rock

Ci sono parole o concetti che, dopo alcuni anni, perdono la loro potenza espressiva e il loro inchiostro improvvisamente sbiadisce. Definizioni come “Alternative Rock” ad esempio, non possono avere più la medesima valenza di quando venivano utilizzate nel concreto a metà degli anni ’80. L’etichetta è divenuta oramai un mero fascicolo separatorio per evitare che i Sonic Youth finiscano nella stessa trincea degli Eagles in uno dei pochi negozi di dischi forniti rimasti della vostra zona. A prescindere dal fatto che Dirty sia divenuto o meno un ‘classico’ imitatissimo da un bel po’ di mainstream band e che certi lidi siano diventati consuetudine affermata.

Questo però non impedisce a realtà musicali contemporanee di percorrere quelle vie, fornendo nuova linfa e un senso più sentito a quelle due parole virgolettate. Noam Bleen nasce inizialmente da un’idea di un terzetto della periferia di Macomer, cresciuto sulla ruggine dei dischi di Seattle e della sua periferia artistica limitrofa (Failure, A Perfect Circle e Hum). Questa momentanea formazione, nel 2016, decide di incidere un EP d’esordio prima che le vite dei singoli membri prendano direzioni diverse. Sette tracce autoprodotte che suonano come un disco di medio/alto budget, quegli album su cui potevi permetterti di investire laute cifre perché sapevi che eri in un periodo di vacche grasse: come al casinò, puntando sui singoli giusti, potevi vincere un goloso numero moltiplicato rispetto alla posta in gioco.

Nell’EP d’esordio c’erano almeno due brani che non avrebbero faticato ad ottenere gli airplay dei vari “Mtv Headbangers Ball” del periodo. La granulosa Underplay, in bilico tra il power pop dei Replacement di seconda parte di carriera e gli Helmet, e il fragore di Placebo Button, con il riflesso agli albori ai primi Alice In Chains. Non per questo parliamo di un lavoro che complessivamente mira ai polpacci dell’ascoltatore con un solo assalto frontale. Il restante scheletro sonoro del lavoro aveva in comune un certo gusto delle architetture alla The Edge in Achtung Baby, misto ad un carisma che potremmo definire elettricamente visionario. Un lavoro che iniziava deflagrando e si chiudeva placido tra le note di una chitarra acustica strumentale.

Quando successivamente Antonio Baragone (voce e chitarra, unico superstite del marchio) si trasferisce nei pressi di Ravenna non porta solo il suo strumento musicale ma anche le idee che sono più vicine a questa seconda parte dell’esordio. Incontrando il polistrumentista Nick Bussi decide di ripartire da un duo, spartendosi anche le tracce da cantare. Tra cartelle Dropbox, scampoli di sale prove nei ritagli dei lavori, turnisti e un inossidabile impegno che li porta a curare ogni dettaglio di quello che sarebbe poi divenuto Until The Crack of Dawn. Il primo full album per questo moniker.

La cadenza maggiormente lisergica di questa esperienza si denota già dal primo brano, Feeling Bleen è un frammento del muro Floydiano che si stacca su una chitarra paranoica ad interpretare un disturbo costante. Opera House si fa largo tra una coltre di tastiere e un appeal vagamente post punk nelle ritmiche e un tremolo continuamente incitato al lamento. Se nell’Ep si puntava qualche volta all’impatto deciso, qui si preferisce la carezza di un suono storcente, malato e in cupidigia. Departure (sopra) ne è l’esempio più radicato in tali coordinate, sarebbe potuta venire in mente a Vedder durante le sessioni di Ten se solo quest’ultimo avesse provato un mood claustrofobico di un treno regionale di provincia italica durante le calure estive. Gli U2 rimangono a far capolino sull’imprinting delle sei corde in diversi angoli del disco, innegabile su Memory Lane (sotto), in condivisione con una struggente nostalgia che avremmo potuto trovare sui solchi di Bloodflowers dei The Cure. Il loro disco più chitarroso appunto.

Il mood del lavoro non resta solo come un pendolo oscillante tra il lisergico e il melanconico, strategicamente As of Yore diventa la mina per scuotere il percorso e mischiare nuovamente le carte nel mazzo, con una mano in doppia coppia pokeristica di Deftones e Incubus. Una “partita” non semplice da leggere ai primissimi ascolti, proprio per la qualità degli arrangiamenti cuciti in canzoni spesso brevi ma ricche di dettagli, melodie ricercate e referenze che non scendono mai verso la qualità di un plagio o restano attaccate ad una influenza specifica per più di una canzone. A tal riguardo Blue Mist Road si bagna un po’ dei Radiohead del periodo The Bends, ma anche di un tocco Buckleyano, senza il suo lato barocco.

Considerando anche lo shoegaze della title track, possiamo constatare un imprinting verso certe sonorità senza chinare mai il capo davvero a qualcuno in particolare e tenendo uno stile decisamente personale a fine della corsa e dopo qualche giro di album sul lettore. Perché la proposta è sicuramente ambiziosa e potrebbe scoraggiare parzialmente ad un primissimo ascolto, abituati a diversi dischi del settore certamente più “ruffiani” usciti nell’ultimo decennio. Si è abituati a vedere la melodia come un elemento che a tutti i costi porta verso l’easy listening, quando in realtà spesso non è così. Basti pensare a capitoli discografici di Cocteau Twins o Peter Gabriel, che portano decisamente ad una dimensione sensoriale a sé con le loro parti cantate, nonostante richiedano una iniziale pazienza poi del tutto ripagata in un secondo momento. I Noam Bleen in questo frangente della carriera sono un po’ così, artigiani dell’alternative rock con una venatura di art pop nel cuore. White Shirt si descrive esattamente con le precedenti parole appena utilizzate.

Un’alta qualità di produzione che avrà certamente avuto dietro ore di impegno ma soprattutto uno sforzo di budget insolito per questo genere di autoproduzioni, perché senza un ramificato tour è quasi scontato andare in passivo. Facendosi strada inoltre in un periodo di bulimia artistica, una saturazione di proposte, molto dissimile da quei magici anni ’90 di rock a cui rendono omaggio loro. Tale evenienza però non sembra scoraggiare il progetto, che ha lo scopo di mirare ad ottenere un posto verso una certa audience di nicchia che sicuramente potrebbe (e dovrebbe) apprezzare molto questo lavoro.

Il meglio che possiamo fare per onorare il loro impegno è quello di mettere da parte gli auricolari dell’Iphone, prendere dei bei cuffioni vecchio stile, e lasciare che le proprio udito venga abbracciato dal calore di questo sound, vintage si, ma comunque profondamente alternativo.

Noam Bleen
su
YoutubeFacebookSpotifyBandcamp

Until The Crack of Dawn, il primo album dei Noam Bleen, esce il 16 Settembre

Testo: Federico Francesco Falco

Gli articoli sponsorizzati di Auralcrave sono un mezzo moderno e efficace per promuovere i lavori, gli eventi, le uscite più interessanti per il pubblico di oggi. Per richieste, partnership, informazioni o per sottoporre una nuova proposta, contattaci su info@auralcrave.com.

Rating: 4.5/5. From 6 votes.
Please wait...

One comment

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.