Harry Ti Presento Sally: le casualità della vita nel cult anni Ottanta

Questo articolo racconta il film Harry Ti Presento Sally in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La ciclicità degli eventi è cosa assai comune nella vita dell’uomo. Molto spesso infatti si conoscono persone, gradite o meno, nei modi più disparati. Quante volte ci sarà capitato di frequentare gente per via di qualche amico “infatuato” o per ragioni lavorative? A volte però a furia di starsi intorno può sopraggiungere la voglia di approfondire, anche con l’estraneo che fino al minuto prima non avevamo neanche considerato. Il progenitore morale di questa pellicola, che tra l’altro ha comunque un vago sapore “Alleniano”, è per l’appunto Io e Annie, che alla fine degli anni Settanta sviscera in maniera tragicomica il rapporto di coppia e la conoscenza di due persone forse nel modo più classico possibile: tramite amici comuni.

L’eterna domanda, a cui Jorge Luis Borges aveva dato una connotazione “erotica”, è se l’uomo e la donna possano realmente essere amici. Billy Crystal alias Harry Burns avrebbe detto anche la sua, forse in modo un po’ troppo esplicito, ma ugualmente comprensibile e convincente. Rob Reiner, figlio d’arte e Newyorkese di nascita, mantiene alto il nome della famiglia, mettendo in luce argomenti anche controversi, come in Stand by me – Ricordo di un’ estate, tratto dai racconti di Stephen King. In questo caso abbiamo la sceneggiatura della talentuosissima e compianta Nora Ephron, anche lei autrice di commedie romantiche che segneranno profondamente l’ultima grande epoca dei buoni sentimenti, che hanno rappresentato gli anni Novanta.

Così a trent’anni esatti dalla sua uscita nelle sale, ancora oggi riesce a colpire lo spettatore, agendo in modo detrattivo sulla trama, ma questo perché? La risposta è eloquente e piacevolmente banale: si concentra solo ed esclusivamente sui due protagonisti, senza creare intoppi di nessun genere. Raffigura un’epoca molto più “easy” nei rapporti sociali in generale, non afflitta dalla esasperata mania di protagonismo che attanaglia oggi buona parte della popolazione, così avvelenata dai social media da stentare la comprensione del reale, accantonando così i buoni sentimenti, etichettati come banali nella corsa a chi sembra più cool. Una commedia romantica atipica, che non sfocia mai neanche per sbaglio nel dramma, che vive di un equilibrio particolare, diviso equamente tra umorismo raffinato e romanticismo neanche vagamente sdolcinato.

Condito eccellentemente dalle note di Gershwin (anche da qui l’ennesimo richiamo ad Allen), Louis Armstrong & Ella Fitzgerald, ha momenti clou che rappresentano dei veri e colpi di genio passati alla storia, come la famosa scena dell’orgasmo simulato di Meg Ryan. “La fidanzatina d’America”, nei panni di Sally Albright riesce grazie alla sua interpretazione, a rendere famoso persino il locale dove fu girata la scena. Infatti il Katz’s Delicatessen di New York, ancora oggi riporta la scritta: “Dove Harry incontrò Sally… speriamo che abbiate preso quello che ha preso la signorina. Godetevelo!.” Tra l’altro nella scena compare anche la madre dello stesso Reiner, che dopo avere ascoltato la reazione della Ryan, recita la popolare facezia: “Quello che ha preso la signorina”. Battuta che è riuscita ad entrare al trentesimo posto nella lista delle migliori citazioni cinematografiche di tutti i tempi.

Nonostante la leggerezza percepita per tutta la pellicola, che certamente lascia divertiti, il film ricevette qualche critica proprio per la vicinanza d’impostazione alla produzione alleniana, ma che trovò nella sceneggiatrice la sintesi perfetta: “Ci sono due tradizioni nella commedia romantica: quella cristiana, dove c’è un ostacolo alla relazione; e quella ebraica, aperta da Allen, dove l’ostacolo di base sono le nevrosi del protagonista maschile”. Ciononostante ha immensamente aperto una vera e propria diatriba sull’argomento rapporti uomo-donna, tanto da ispirare nelle sue fondamenta la sitcom Friends, che ancora oggi permane come punto cardine del genere, e che ha avuto decine di imitatori con alterne fortune.

Da annoverare nel cast, oltre che ad i protagonisti, “la principessa Leila” Carrie Fisher, e l’ottimo Bruno Kirby. La pellicola rese famosissimo il regista newyorkese, che da allora alterna successi del botteghino a film di nicchia, e si diverte anche nel mestiere di attore: celebri le sue apparizioni in Pallottole su Broadway di Woody Allen, e più recentemente nel ruolo del “Mad” Max Belfort, papà irascibile dell’agente di borsa Jordan Belfort, interpretato da Leonardo Di Caprio nello Scorsesiano The Wolf of Wall Street.

Le riflessioni a cui ci lascia il film sono innumerevoli, facendoci assaporare quell’aura fantastica ed a volte realizzabile che rappresenta la casualità. La vivacità intellettuale dei protagonisti, dove spicca un Billy Crystal estremamente sarcastico ed impudente, caldeggiato da un’attrice simbolo dell’epoca come Meg Ryan, sogno recondito di molti, profondamente espressiva ed amabile, contribuiscono in modo decisivo al successo del film, e lasciandoci con l’eterno dilemma dei rapporti umani, così tanto importanti, ma allo stesso tempo complicati e piacevolmente inguaiati.

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