I migliori film per (ri)scoprire Mario Bava

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È stato il regista che ha portato il fantastico e il sovrannaturale nel cinema italiano e per tanti anni prima del suo esordio ufficiale è stato probabilmente il miglior tecnico di Cinecittà, direttore della fotografia per Mario Monicelli e Steno, creatore di effetti speciali straordinari (per l’epoca) e a bassissimo costo, nonché aiuto-regista da chiamare nel momento del bisogno, pronto a risolvere ogni problema tecnico ed eventualmente anche a sostituire momentaneamente i registi delle grandi produzioni americane che giravano in Italia. Mario Bava è stato tutto questo e anche di più: un uomo che ha vissuto sempre il cinema come un lavoro, senza particolari ambizioni artistiche (è sempre stato il primo a sottostimare il proprio lavoro) e che, forse inconsapevolmente, ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema.

Il cinema di Bava ha influenzato intere generazioni di cineasti, non tanto a livello di contenuti ma di stile, e ancora oggi (ad oltre un secolo dalla sua nascita e a quasi quattro decenni dalla sua scomparsa) possiamo trovare film contemporanei che ripropongono soluzioni visive prese a piene mani dal cinema baviano (ad esempio il bellissimo Babadook del 2015). La carriera di Bava come regista è durata solo 17 anni, nel corso dei quali però il regista sanremese trapiantato a Roma ha realizzato una lunghissima serie di film, rimasti a lungo sottotraccia, che meritano di essere recuperati e ricordati per il loro contributo fondamentale allo sviluppo di un certo tipo di cinema. Quello che segue è l’elenco dei film fondamentali del regista, quelli che è impossibile saltare.

La Maschera del Demonio

Pochi registi esordiscono con il loro capolavoro assoluto: Bava lo ha fatto con questa pellicola del 1960 passata praticamente inosservata in Italia ma diventata istantaneamente un cult in Francia e negli Stati Uniti. Fotografato in un bianco e nero che lascia senza fiato e che da solo vale la visione, questo film dà il via al filone del cinema gotico italiano (di cui sarà un grande esponente anche Antonio Margheriti, a partire dal bellissimo Danza Macabra) e si distingue in maniera molto netta dai film “concorrenti” della coeva Hammer per il livello di violenza molto alto per gli standard dell’epoca (si apre con una barbara uccisione con dovizia di particolari), per gli effetti speciali particolarmente cruenti, tra cui un corpo mummificato che torna lentamente al suo aspetto originario e un volto che invecchia improvvisamente senza stacchi di montaggio e, soprattutto, per essere uno dei primi horror della storia dove il mostro sanguinario è una donna, per la precisione la bellissima Barbara Steele, che viene lanciata da quest’opera nei panni della diabolica strega Asa e che per il ventennio successivo sarà una delle scream queen più gettonate in assoluto del cinema italiano e non. Un film eccezionale e lodato da registi come Martin Scorsese, Quentin Tarantino e Tim Burton, che l’ha usato come principale base di riferimento per il suo Il Mistero di Sleepy Hollow

Ercole al centro della Terra

Bava adorava il fantastico e l’horror, ma doveva lavorare su commissione: questo significava accettare ogni progetto proposto dai produttori, ma non impediva di fatto che si potessero fare strane contaminazioni. Questo peplum con protagonista l’eroe più forte della mitologia greca è un film forse abbastanza dimenticabile a livello di trama ma non lo è affatto per quello che rappresenta, dal momento che è probabilmente il primo film in epoca sonora in cui avventura, horror, fantasy e commedia slapstick si fondono in qualcosa di unico, il tutto condito da una fotografia coloratissima che anticipa di ben sette anni il periodo pop del regista.

Ercole (Ray Park) e l’amico Teseo (George Ardisson) sono una sorta di Bud Spencer e Terence Hill ante-litteram che devono sconfiggere il diabolico Lico (Christopher Lee), che ha rapito e portato nel mondo degli inferi la bella Deianira (Leonora Ruffo). Il grande Sam Raimi si ricorderà molto bene di questa pellicola quando dovrà realizzare L’Armata delle Tenebre e la serie tv Hercules, ma quello che resta maggiormente impresso è la presenza di veri e propri zombie, che emergono dal terreno e dai sepolcri come faranno tanti anni dopo quelli di Romero e di Fulci e che qui addirittura sono in grado di volare. Un film a tratti quasi lisergico, da recuperare

I Tre Volti della Paura

Film suddiviso in tre episodi, con introduzione ed epilogo finale ad opera del grandissimo Boris Karloff (l’indimenticabile mostro di Frankenstein). Una giovane donna viene perseguitata al telefono da un maniaco sessuale; un capofamiglia nella Russia dell’800 (Karloff) viene morso da un vampiro e torna a casa per infettare tutta la famiglia; una donna ruba un anello ad un’anziana deceduta e viene perseguitata dal suo spirito.

Uno dei film più famosi di Bava: il titolo internazionale è Black Sabbath (sì, l’omonima band l’ha preso da qui) e la pellicola è degna di rimanere nella storia essenzialmente per due motivi, ovvero lo spaventoso fantasma del terzo segmento (maschera realizzata da Eugenio Bava, padre di Mario), che terrorizzò così tanto John Landis da fargli inserire una citazione in The Blues Brothers (la Pinguina che sembra volare all’indietro sulle scale) e l’epilogo finale davvero sorprendente in cui la macchina da presa si allontana da Karloff che cavalca nella notte e svela la finzione del set. Una mossa all’epoca molto audace e sorprendentemente ironica

La Frusta e il Corpo

Per Quentin Tarantino, Bava è un regista “action painter” perché quando usa il colore nelle sue pellicole non si limita a fare un film a colori, ma è come se tirasse delle vere e proprie secchiate di colore sui volti dei protagonisti e sugli ambienti. Il modo migliore per capire questa definizione è vedere questo film assolutamente unico nel suo genere, una sorta di equivalente degli odierni torture porn (Saw, Hostel) per gli anni sessanta. Christopher Lee interpreta il sadico barone Kurt Menliff, che fa ritorno al proprio dall’aldilà per iniziare una torbida relazione sadomasochistica con la cognata Nevenka (Daliah Lavi) mentre il resto della famiglia indaga su un terribile complotto. Una trama da romanzo gotico condita da scene e tematiche molto forti per far presa su un pubblico sempre più smaliziato: il film è girato a bassissimo costo ma non lo sembra neanche per un secondo grazie alla tecnica e alla fotografia straordinaria del regista, che confeziona l’ennesima perla

Sei donne per l’assassino

Gli storici del nostro cinema tendono ad identificare la nascita del giallo all’italiana col film, sempre firmato da Bava, La ragazza che sapeva troppo del 1963, ma l’anno successivo il regista ha superato sé stesso facendo uscire questa pellicola veramente disturbante, in cui anticipa di ben undici anni gli orrori del Dario Argento di Profondo Rosso. La trama e la soluzione del mistero non sono particolarmente significative: quello che conta è che qui abbiamo un assassino mascherato, vestito come gli assassini di Argento di qualche anno dopo, che uccide le sue vittime (giovani donne di un atelier di moda) con metodi veramente brutali e che niente è lasciato all’immaginazione, sfiorando livelli di morbosità inediti fino a quel momento. Argento perfezionerà la tecnica e inserirà una componente freudiana e onirica che renderà più artistico l’insieme, ma il sentiero era già stato ampiamente tracciato da questo film. In una scena l’assassino usa un guanto chiodato in un modo che ricorda molto quello che farà Freddy Krueger. Imperdibili i colori della fotografia, qua davvero sperimentale

Terrore nello Spazio

Il cinema italiano non ha mai trovato il giusto approccio per affrontare la fantascienza, forse per mancanza di mezzi o per mancanza di voglia, fatto sta che l’unico titolo veramente rilevante in questo genere prodotto dal nostro cinema nel suo periodo d’oro è Terrore nello Spazio, firmato proprio da Bava.

Il merito più grande di questo fanta-horror a bassissimo costo, oggi veramente molto datato? Aver anticipato di quattordici anni alcuni dei momenti più suggestivi di Alien, di Ridley Scott. Certo, il capolavoro di Scott ha tutto un altro fascino, impossibile negarlo, ma le similitudini tra le due pellicole non sono poche e soprattutto non sono casuali. Due navi spaziali ricevono un misterioso segnale di soccorso e sbarcano su un pianeta apparentemente deserto, dove prima ritroveranno un gigantesco e spaventoso scheletro ed in seguito scopriranno orrori inimmaginabili, fino ad un finale cattivissimo. Oggi è più un reperto storico che un film di intrattenimento, ma un regista del calibro di Nicolas Winding Refn lo considera oggetto di culto, ed è giusto così

Operazione Paura

“Espressionismo a colori” è il termine migliore per descrivere questo film incredibile, forse il migliore di Bava dopo La Maschera del Demonio. Giacomo Rossi Stuart è un medico, uomo di scienza, che arriva in un villaggio sperduto di fine ‘800 dove il terrificante spettro di una bambina morta tragicamente anni prima semina il terrore tra gli abitanti.

Girato in dodici giorni e con una sceneggiatura ridotta veramente all’osso, quest’opera è un vero incubo fissato su pellicola: nonostante le ristrettezze economiche Bava sfoggia i suoi migliori effetti speciali e una delle sue fotografie migliori, creando un’atmosfera allucinante e consegnando alla storia alcune scene veramente memorabili (quella di Rossi Stuart che insegue sé stesso è stata ripresa identica da Lynch in Twin Peaks). Inutile parlare di una trama che non esiste quando il film parla da sé: il cuore della pellicola è la tecnica incredibile del maestro che l’ha realizzata. La bambina fantasma sarà ripresa da Federico Fellini (buon amico di Bava) l’anno dopo per Toby Dammit

Diabolik

Nella seconda metà degli anni sessanta il cinema italiano cominciò a sfruttare la popolarità dei fumetti neri con una serie di film ispirati a Kriminal, Mister-X, Satanik e naturalmente Diabolik, che Dino De Laurentiis volle affidare a Bava per la sua indiscutibile capacità tecnica e i suoi tempi rapidi di lavorazione. Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare da un maestro del brivido, il Diabolik di Bava abbandona le atmosfere violente dei primi anni del fumetto e abbraccia la controcultura della summer of love: Diabolik non è più un assassino senza pietà ma una sorta di terrorista che prende di mira spesso e volentieri il governo e i suoi ridicoli rappresentanti, che ruba quintali di banconote per farci l’amore in mezzo con Eva e che sfida i più potenti boss malavitosi del paese.

Con questo film Bava abbandona l’espressionismo per inseguire uno stile più pop e più in linea col cinema di quel periodo: il risultato è un film fresco e ritmatissimo, che a distanza di cinquant’anni (e a differenza di tutti gli altri film coevi dedicati ai suoi “colleghi”) si fa rivedere con molto piacere e sente poco il peso del tempo. Le musiche sono di Ennio Morricone e il brano Deep Down è stato coverizzato in anni recenti da Mike Patton. Leggenda vuole che De Lauentiis, colpito dal risparmio in termini di tempo e denaro durante la lavorazione, abbia proposto a Bava di girare un seguito e che questi abbia rifiutato nettamente

Il Rosso Segno della Follia

Ispirato in parte ad Edgar Allan Poe, questo thriller sovrannaturale è uno dei film meno noti e più interessanti di Bava, caratterizzato da uno stile sempre in bilico tra l’onirico e il reale e scandito da una bella colonna sonora di Sante Maria Romitelli, che crea un’atmosfera davvero particolare. Steve Forsyth interpreta John Harrington, il proprietario di un atelier di abiti da sposa ossessionato dal ricordo dell’omicidio della madre, che comincia a sua volta ad uccidere a sangue freddo giovani donne. Ucciderà anche la moglie (Laura Betti), che però comincerà a perseguitarlo come fantasma.

Un mix di generi molto riuscito per questo film che segna una svolta nella filmografia del regista: se fino a questo momento i film di Bava avevano quasi sempre una certa ironia di fondo, da adesso in avanti saranno sempre più pessimisti e cupi. Memorabili gli omicidi nell’atelier e la scena della morte della moglie, dove una goccia di sangue che cola dal braccio della donna rischia di far scoprire il segreto di Harrington (scena ripresa in maniera simile da Raimi nel primo Spider-Man). C’è spazio anche per un’autocitazione: in tv viene trasmesso Boris Karloff (morto l’anno prima) ne I Tre Volti della Paura

Reazione a Catena (Ecologia del Delitto)

Con questo giallo dalla trama a dir poco delirante Bava anticipa involontariamente il genere slasher di qualche anno e solo questo sarebbe sufficiente a renderlo imperdibile. Come nei migliori film baviani la trama non ha quasi importanza: alcuni progetti di speculazione sulla proprietà di una baia incontaminata sono il pretesto per mostrare una serie di omicidi, uno più ingegnoso e crudele dell’altro, fino ad un finale quasi nonsense perfetto per il tono del film.

Sono tante le soluzioni di regia che i registi horror americani degli anni ’80 prenderanno da qui: la più clamorosa e ai limiti del plagio è quella dell’omicidio dei due amanti nel letto, che verrà rifatta da Steve Miner nel sequel di Venerdì 13, L’assassino ti siede accanto, ma ci sono addirittura delle soggettive di un assassino (mai inquadrato) che insegue la vittima a grande velocità e che ricordano tantissimo le carrellate folli che si vedranno dieci dopo con La Casa. Un giallo italiano molto interessante e che non ha assolutamente nulla a che vedere con tutti gli altri gialli italiani

Lisa e il Diavolo

Siamo nel 1972 e Bava torna a sorpresa al genere gotico, che aveva abbandonato da anni, con questa pellicola particolarissima in cui troviamo Telly Savalas (un anno prima di Kojak) nei panni del diavolo in persona, che attira con l’inganno la giovane Lisa (Elke Sommer) in un castello dove tiene prigioniere le anime di una nobile famiglia caduta in disgrazia.

Tra necrofilia e incubi, Lisa e il Diavolo è uno dei film più originali e meglio scritti in assoluto di Bava (qui anche sceneggiatore), ma per anni è rimasto chiuso in un cassetto perché il produttore Alfredo Leone ha preferito rimontarlo aggiungendo delle scene (bruttissime) girate da lui e ispirate a L’Esorcista, per poi distribuirlo nel 1975 col titolo La Casa dell’Esorcismo. Fortunatamente il tempo ci ha restituito il bellissimo e malinconico film originale, che oggi merita di essere riscoperto da tutti gli appassionati e da chi è alla ricerca di pellicole veramente fuori dal comune. Nello stesso anno Bava e Leone realizzano Gli Orrori del Castello di Norimberga, che condivide con Lisa e il Diavolo parte del cast ma non è altrettanto bello

Cani Arrabbiati

Chiudiamo questo lungo elenco con quello che forse è il titolo più clamoroso di Bava, un film che potrebbe tranquillamente essere un segmento perduto di Pulp Fiction o un prequel/sequel di Le Iene. Con Cani Arrabbiati (pellicola naturalmente idolatrata da Tarantino) Bava realizza l’unico film pulp della sua carriera e, come sempre, lo fa con uno stile incredibile.

Una banda di tre rapinatori spietati e sporchissimi, composta da Il Dottore (Maurice Poli), Trentadue (Geaorge Eastman) e Bisturi (un sorprendentemente ottimo Don Backy), in fuga dopo un colpo con un ostaggio (Lea Kruger), rapisce un uomo (Riccardo Cucciolla) che sta portando il figlioletto gravemente malato in ospedale. Comincia una folle corsa in cui non mancheranno dei colpi di scena clamorosi. Un film semplicemente perfetto ma molto sfortunato (come tutti quelli realizzati in coppia con Leone), realizzato nel 1974 e rimasto clamorosamente senza distribuzione ufficiale per oltre vent’anni e riscoperto solo grazie all’avvento di Tarantino e alle pressioni dell’attrice protagonista. Possiamo solo immaginare il clamore che avrebbe fatto se fosse arrivato in sala all’epoca

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