Io e Annie: un concentrato di nevrosi per un Woody Allen d’annata

Questo articolo rivela elementi importanti della trama di Io e Annie di Woody Allen, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

“C’è Vecchia storiella. Due vecchiette sono ricoverate nel solito pensionato per anziani e una di loro dice: “Ragazza mia, il mangiare qua dentro fa veramente pena”, e l’altra: “Sì, è uno schifo, ma poi che porzioni piccole!”. Bé, essenzialmente è così che io guardo alla vita: piena di solitudine, di miseria, di sofferenza, di infelicità e disgraziatamente dura troppo poco. E c’è un’altra battuta che è importante per me; è quella che di solito viene attribuita a Groucho Marx, ma credo dovuta in origine al genio di Freud, e che è in relazione con l’inconscio; ecco, dice così – parafrasandola – ehm… «Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me». È la battuta chiave della mia vita di adulto in relazione alle mie relazioni con le donne”.

È così che inizia uno dei capolavori massimi del genio di New York in uno dei suoi periodi cinematografici più floridi. Un film che, per sua stessa ammissione, prese spunto dalla vita trascorsa insieme a Diane Keaton, che rappresenta non solo una musa ma l’eterno rincorrersi tra uomo e donna nelle incomprensioni quotidiane.

Alvy Singer, (Allen), è un comico che lavora per la televisione e sta galoppando verso i quaranta in una New York settantina quasi sognante. Dopo qualche matrimonio alle spalle incontra Annie Hall, (Diane Keaton), presentata dal suo vecchio amico ossessionato dalla California Rob. Dopo una partita a tennis, i due si troveranno a casa di Annie per un bicchierino: da lì nascerà un sodalizio che divertirà lo spettatore, tra manie di antisemitismo e riflessioni su cospirazioni americane.

Come sempre però il dolceamaro di Allen presto si farà sentire: Alvy cercherà di innalzare gli interessi di Annie, che si emanciperà dall’uomo più anziano per andare in California, costringendo Alvy a prendere un aereo per cercare di riprendersela. Gli esiti saranno diversi da quello che si aspettava, proprio perché Annie, avviatasi ad una carriera da cantante, non vorrà più ritornare in una New York in cui non si rispecchia.

Il film è chiaramente un addentrarsi nella psiche della coppia ed in maggior specie di Allen, che nei suoi rapporti amorosi riesce sempre a far andare storto qualche cosa autosabotandosi. Annie è solo l’ultimo dei suoi fallimenti e lo costringerà a riflettere tramite flashback temporali sulle cause di questa sua “Anedonia” (l’incapacità di provare piacere anche nelle attività usualmente ricercate perché trovate piacevoli, che avrebbe dovuto essere in origine anche il titolo del film).

A distanza di più di quarant’anni dall’uscita, Io e Annie rimane il film più sincero di Woody sul tema dei rapporti di coppia. La sua autoanalisi, a volte comica, a volte più amara, costringe lo spettatore ad interrogarsi sulle proprie scelte: “Perché amare qualcuno che ci ama, se noi stessi non ci consideriamo all’altezza di quell’amore?”. Questa domanda porterà Alvy/Allen all’infanzia, dove si rivedrà ad una seduta dallo psicologo, esprimendo l’inutilità del vivere a fronte di una fine certa: il dottore gli consiglierà di godersela, senza prendere in considerazione il futuro, superando il concetto del godere per un fine, e prediligendo il godere come atto privo di funzionalità. A questo, però, si contrappone un’educazione sessuale rigida, rappresentata dalla madre asfissiante (che esporrà sempre l’inadeguatezza del figlio anche dopo il successo) e da insegnanti eviranti, che porranno un’associazione tra l’essere privi di spinta sessuale e il raggiungimento di obiettivi personali.

Da lì avranno origine tutte le paranoie di Woody Allen. Rifacendosi alla scuola Freudiana (sempre presente nell’immaginario di Allen), la paranoia si baserebbe sulla proiezione di sentimenti o caratteristiche propri, o parti del sé, su altri oggetti o persone: da questo avrà origine anche il suo contemplare l’intelletto, scegliendo allo stesso tempo compagne apparentemente al di sotto delle sue competenze e muovendo l’autocritica (“Gli intellettuali hanno una cosa, sono la prova che puoi essere coltissimo e non afferrare la realtà oggettiva”).

Proprio per questo, approfittando della sua superiorità intellettuale, Alvy prende e quasi pretende la posizione dominante, che lo induce ad un non-coinvolgimento pieno della relazione, proteggendosi con dei rapporti sciapi e basati sulla sofisticazione. Con Annie però sarà diverso: lei lo costringerà a fare i conti con tutto ciò, ed in modo graduale si disinnamorerà dell’uomo considerato all’inizio superiore.

È chiaro che Alvy non riuscirà mai ad avere un rapporto lineare con la sua controparte femminile, accarezzando quel vecchio adagio secondo sui gli uomini e le donne provengono da due pianeti differenti. Nello specifico, il suo è un pianeta intriso di paranoie comuni a tutti noi, prive di ogni logica. Eppure, al sentimento di cui Allen cerca di parlare non possiamo di certo affibbiargli quest’ultimo aggettivo.

Ma allora perché noi tutti continuiamo con questa girandola che a volte può apparirci senza senso? La superiorità di Alvy/Allen sta anche in questo: lui alla fine ci concederà una risposta che anche a distanza di molto tempo è più che azzeccata:

“Uno va da uno psichiatra e dice: «Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina». Il dottore gli dice: «Perché non lo interna?». E quello risponde: «E a me poi le uova chi me le fa?».

Il che corrisponde a una concezione comune dei rapporti uomo-donna: rapporti fondamentalmente irrazionali, pazzi e assurdi, ma che continuano perché, in fondo, abbiamo tutti bisogno di uova.

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