Perché Friends è molto più che una parabola di vita post-adolescenziale

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La storia della celebre sit-com Friends è questione risaputa: una divertente comitiva di amici sulla trentina, che raccontano le loro vicende quotidiane all’interno di una cornice comedy, con sfondo New York. Uno dei più classici riferimenti che gli anni Novanta – specie oltreoceano – hanno enfatizzato nella cultura di massa, su piccolo e grande schermo, rendendolo scenario destinato a rimanere immortale.

Ciò che si vede è la crescita, fisiologicamente lenta per via del successo e del prolungamento delle stagioni, di ciascuno dei racconti relativi alle persone che animano la serie. Molti sono i caratteri che la fanno rimanere impressa come la più riuscita – o comunque sicuramente sul podio, tra quelle fantomaticamente ascritte a quest’olimpo – tra le commedie televisive per il grande pubblico, in grado di generare modelli per le generazioni che successivamente hanno calcato quelle stesse orme. In più, la caratterizzazione dei personaggi ha sempre fatto denotare un equilibro perfetto che si assesta nella giusta porzione di mezzo tra il divertimento e la narrazione più profonda: chi è che non ricorda l’estenuante love story tra Ross e Rachel appena sente pronunciare la parola Friends?

Le loro vite, togliendo dagli orli quella sottile pellicola di ilarità e spassionata convivenza che contraddistingue toni e sviluppi episodici, sono difatti tutt’altro che il manifesto di una parabola post-adolescenziale semplice e perfetta. In fondo, sono diversi gli elementi che parafrasano l’evoluzione dei nostri beniamini verso le pressioni di una vita futura responsabile, ricca di incertezze. Come tutti noi, a metà tra la scelta di una strada sicura e la voglia di rimanere ancorati ad una fase esistenziale libertina, a scompigliare le carte arrivano le responsabilità.

Se guardiamo più da vicino ciascun protagonista, i fedelissimi del Central Perk passano per l’intera durata della serie una cospicua fetta di tempo ad interrogarsi su cosa vogliano essere davvero, cambiando talvolta totalmente natura dei loro obiettivi, passando per difficoltà di tutti i giorni e disparate questioni private. Sia che si tratti di capire che tipo di vita sentimentale vogliano, che di stabilire il lavoro che li possa rendere maggiormente appagati rispetto ai loro sogni, i volti dei sei famigerati abitanti a 90, Bedford Street a Manhattan hanno davvero bisogno di tempo per realizzare una loro vera natura.

Rachel sogna una carriera nella moda, districandosi con un finto entusiasmo come assistente per sedicenti negozi di prestigio ed estenuanti stage sottopagati, per arrivare alla grande occasione di una vita dopo ben dieci stagioni. Chandler, nonostante sia munito di sarcasmo pungente per ogni occasione, è l’incompreso perfetto, perché nessuno (e probabilmente neppure lui) sa cosa voglia davvero, né per che azienda lavori e quanto guadagni veramente (scrittura che verrà secondo molti riproposta integralmente in How I Met Your Mother per Barney Stinson). Non sa in effetti cosa fare della sua vita finché non arrivi in suo soccorso Monica, che lo convince a mollare l’azienda e il lavoro che snobba continuamente, senza trovare stimoli, per progettare una nuova – per quanto rischiosa – carriera, da zero. La stessa Monica che, d’altro canto, è (prima di Chandler) alle prese con diverse crisi sentimentali, causate da uomini molto più in là con gli anni rispetto a lei, in cui cerca una forza probabilmente più grande di lei stessa. La vera risposta che cerca, ovvero l’idea di realizzare una famiglia nel breve termine, resta però ampiamente in dubbio fino all’arrivo di quello che immediatamente prima era uno dei suoi migliori amici. In mezzo, cerca a fatica di portare avanti la sua passione tra i fornelli, tra diner americani, ristoranti e società gastronomiche dalla dubbia credibilità.

Phoebe e Ross, apparentemente due poli opposti, sono – sorprendentemente rispetto quanto ci si aspetti – coerenti con i loro auspici: entrambi visti dal gruppo come bizzarri ed incurabili speranzosi, hanno il merito di cogliere nella loro particolare auto-emarginazione lo spunto per guardare la loro strada alternativa come qualcosa di essenziale. La prima alle prese con il tentativo di ricostruire il suo passato – aspetto peraltro mitizzato molto bene dalla sua personalità fuori dagli schemi, dal suo semplice ed entusiasta atteggiamento rispetto la vita – e di contrastare le logiche del mondo circostante attraverso la spensieratezza. In Mike troverà con ogni probabilità la sua tranquillità emotiva, prima ampiamente in difficoltà per via di un perenne rifiuto di parte della famiglia d’origine, nei suoi confronti. Il secondo, che a conti fatti svolge forse la curva più lineare rispetto la prospettiva di carriera che si prefissa, ha il cruccio di cercare rimedio nell’amore un appagamento che si rivela a cadenza fissa un ludico gioco crudele del destino, che culmina con tre divorzi (uno persino a causa di una sbronza a Las Vegas) e una rincorsa perenne all’unica, vera donna che ama.

Sì, è naturale, a descrivere le cose in questo modo suonerà a tratti uno scenario apocalittico. In realtà, attraverso gli espedienti della scrittura comico-umoristica e alla capacità degli attori di destreggiarsi credibilmente su più fronti e più strade che i corrispettivi personaggi incontrano, tutto rimane saldamente coerente a quanto ci si aspetterebbe. Tutto mostra una naturale evoluzione della vita, al punto che l’ultimo episodio della serie sembra davvero chiudere le porte ad ogni possibile cambiamento in corso d’opera, nelle vite di ciascuno. Per tutti, tranne che per Joey.

Joey Tribbiani è probabilmente l’inclinazione così tanto accidentale eppure così logica di ciò che Friends vuole raccontare. Nonostante una caratterizzazione buffa, talvolta ai limiti dell’innocente demenzialità, la sua fame di combattere lì fuori per ottenere quello che vuole davvero dalla vita è motivo imprescindibile per poter valutare l’intera storia come autentica. Perché proprio dai suoi fallimenti, dalla sua goffa rincorsa verso il successo nel cinema e nella tv, ognuno di noi si sente meno solo con i propri sogni. Sembrerà sempre di perdere le sue chance, di ricevere inevitabili porte in faccia che lo inducano a cambiare corso degli eventi. Eppure Joey sarà sempre lì, curiosamente quanto fedelmente saldo al timone dei suoi obiettivi personali.

La vera storia dell’italo-americano è fatta di compromessi perenni, di una breve, episodica e fortunata apparizione in una sit-com di successo (la celeberrima Days of Our Lives, in cui interpreta il Dr. Drake Remoray), che in maniera altrettanto bizzarra è egli stesso a farsi sfuggire. Le sue vicende come attore misconosciuto ruoteranno perennemente attorno ad errori e tribolazioni, alla sua non spiccata intelligenza ed occasionalmente grottesca aderenza ai più sfortunati episodi che il mondo del lavoro può riservare. La sua agente le procurerà saltuariamente occasioni in film di serie B, comparsate per improbabili blockbuster mai veramente concretizzati, spot commerciali dei più svariati generi che diventano siparietto ricorrente della sua rocambolesca ricerca. Joey non si cura davvero della sua scarsa abilità riducendo tutto all’entusiasmo di poterlo fare, di vivere di qualcosa che aveva deciso di portare avanti.

Che i nostri tempi ci abbiano insegnato quanto sia o meno possibile perseguire su un cammino simile al suo è difficile dirlo, se davvero vivere in quello strettissimo confine tra sogno ed illusione è la metafora giusta su cui perseverare. Ma la sfida che gli vediamo affrontare rappresenta, fedelmente, la giovane generazione odierna, disegnandone contorni e controversie in anticipo con i tempi. Per questo e per decine di altri motivi il suo rimarrà l’unico cerchio a non chiudersi ma anche il simbolo più genuino della vita post-adolescenziale. Né l’amore, da cui fugge stabilmente per incarnare un ruolo da progressista quanto controverso playboy (e che solo in sporadicissime occasioni gli vediamo effettivamente affrontare, come, ahnoi, durante la discussa tresca finale con Rachel, nella stagione finale), né l’amicizia, in cui crede genuinamente, probabilmente più di ogni altro personaggio, lo sottrarranno dalla costante incertezza sul futuro.

Ironia della sorte, sembra proprio Chandler, a cui Joey tiene più di tutti, ad essere contestualmente la persona che ripone i maggiori dubbi, in maniera probabilmente legittima, sulle reali capacità dell’amico di poter sfondare, sulle prospettive di un concreto futuro che possa appagarlo. Neanche questo, per lui, fermerà il desiderio di voler smentire chiunque possa nutrire dubbi su ciò che gli bazzica in testa. Perché tutti cercano una trama risolutiva, attorno a Joey, e creano presupposti per sfuggire da quel porto certo, parzialmente o consistentemente convinti di poter affrontare la vita, quella “da grandi”, da allora in poi.

Perché sì, nel frattempo tutto cambia davvero. La scena finale di Friends, con le chiavi dei benamati appartamenti riposte sul tavolo durante l’addio, ci dice quanta vita sia trascorsa dentro quelle quattro mura, restituendoci come d’improvviso il senso del tempo che ha sensibilmente modificato le sorti di ciascun personaggio.

Ma malgrado le sorti degli altri trovino man mano appigli saldi, lasciando Joey incarnare ancora una volta l’emblema dello spirito libero, alla ricerca di qualsivoglia risposta, il ritratto più autentico e verosimile del trentenne che vive le stesse aspirazioni e progetta sogni di indecifrabili dimensioni, oggi, come ieri, rimane lui.

Non cambierà il suo personale scenario nemmeno di fronte all’evidente necessità di dover costruire un piano alternativo a quel sogno, trasferendosi in un’altra città con la sorella, ripartendo ancora una volta da capo (che ispirerà l’improbabile spin-off Joey, durato due sole stagioni, dedicato proprio al futuro dell’attore). Per quanto preoccupato dall’emblematica porta che si chiuderà sul gruppo – sul cui destino di longevità confida forse più tangibilmente, rispetto agli altri – Joey vuole ancora che siano le responsabilità ad inseguirlo, senza il timore che gli scivoli via quella spensieratezza che lo contraddistingue. Senza dover fare i conti con sé stesso finché non sarà, davvero, il momento giusto.

In fondo, chi può biasimarlo? Non siamo un po’ tutti come lui?

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