L’Ombra della Luce: Franco Battiato e la ricerca della dimensione superiore

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Analizzare un testo di Battiato non è un’arma a doppio taglio, ma una che taglia e basta. Parliamo di un uomo che ha fatto della musica la sua vita (come ogni cantautore?), ma soprattutto di un filosofo, e nella maggior parte dei casi il filosofo è tale perché nessuno riesce ad arrivare al suo pensiero, nemmeno analizzando un disegnino fatto dallo stesso per far capire ciò che vuole esprimere. Ci fornisce una sorta di bussola, dei punti cardinali per orientarci, nient’altro. Il resto lo capisce lui. Un musicista che attraversò tutte le fasi della musica, dal pop al progressive, fino ad arrivare all’elettronica, alla musica etnica e all’opera lirica. Battiato nei suoi testi ha sempre inserito i suoi interessi e non quelli degli altri, in particolare ciò che lo ha affascinato maggiormente nella sua vita: l’esoterismo e la meditazione orientale. La somma di tutti questi elementi la troviamo nel brano ritenuto dallo stesso come l’apice della sua carriera: L’ombra della Luce.

“È troppo lontano dalla mia portata, il nome è sempre lo stesso ma cambia l’immagine che si ha. Sono troppo impuro, troppo sporco per potermi avvicinare a lui.”

Questa frase è la risposta di Battiato ad una domanda più che opportuna: “Parli spesso di cose spirituali, ma che rapporti hai con dio?”

Ogni nostro passo, ogni nostra aspirazione è accompagnata da un obiettivo che l’esistenza ci impone: il risveglio, il raggiungimento dello stato finale che ci porterà a concludere questo ciclo di vita ormai superato a causa/grazie alla concretizzazione delle nostre massime aspirazioni spirituali. Il risveglio non è altro che la “luce”, la stessa che ci darà le risposte a tutte le domande della nostra esistenza, una percezione ultraterrena, un’altra dimensione: la quarta, quella spirituale. Solo il saggio è in grado di raggiungere questo risveglio, gli altri vivranno soltanto all’ombra della luce e nessun avvenimento, nemmeno la gioia del più profondo affetto, renderà l’idea.

Il brano è definito da Battiato come l’apice della sua produzione musicale e in un certo senso la “luce” della sua carriera. Venne scritto durante un periodo di meditazione lungo sei mesi. Come si nota dall’introduzione, la filosofia orientale/buddista sta alla base della canzone, e nel caso di Battiato possiamo dire che si trova nelle fondamenta della sua “esperienza” musicale.

Nel libro del semiologo italiano Paolo Jachia, intitolato E ti vengo a cercare – Franco Battiato alla ricerca di Dio, si trovano alcuni aneddoti interessanti sulla tanto ricercata “luce”. Durante l’intervista si parla di quanto sia difficile comprendere la natura divina e delle esperienze spirituali raggiunte da Battiato in persona grazie alla meditazione e ad uno sforzo della fantasia. L’intervista si concluse con la seguente dichiarazione, più che esaustiva: “io ho un’idea mistica del creato, la mia idea del divino è la mia continua ricerca.”

Difendimi dalle forze contrarie
La notte nel sonno quando non sono cosciente
Quando il mio percorso si fa incerto

E non abbandonarmi mai

Se un’esperienza mistica alla nostra portata – come quella provata da Franco –  è qualcosa di immenso, figuriamoci ciò che sta al di sopra. La pace interiore tanto ricercata, l’esperienza più vicina alla dimensione finale, viene quasi percepita dal cantautore nei monasteri in cui si dedicò alla meditazione: “perché la pace che ho sentito in certi monasteri / o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa / sono solo l’ombra della luce.” Solo l’ombra della luce, un’esperienza così intensa per un essere umano è allo stesso tempo lontana anni luce dalla sua vera essenza.

Il brano è ispirato dal “libro tibetano dei morti”, un testo focalizzato sulle esperienze dopo la vita, in particolare nell’intervallo di tempo che secondo la cultura buddhista sta tra la morte e la rinascita. Il bardo. Il tema, come già affermato, è il più noto tra le filosofie orientali. In Tibet addirittura – come racconta il cantautore siciliano – ci sono maestri che usano una tecnica antichissima per far emergere il cosiddetto “occhio interiore”. Con un legnetto simile ad uno stuzzicadenti fanno una piccolissima operazione nel centro della fronte, l’allievo successivamente dovrà stare per tre giorni al buio e senza mangiare, ed infine soltanto così percepirà ciò che normalmente verrebbe percepito attraverso una via spirituale.

Vale la pena riportare una bella analisi di Paolo Talanca sul forum Concerto di Sogni:

 

La canzone è del 1988 ed anche qui è importante la dicotomia tra ombra e luce (che si esplicherà nel 1991 appunto con L’ombra della luce) e si evidenzia l’impossibilità di risolvere la truffa dei poeti, essendo, Battiato, un cantante che canta l’importanza del silenzio, una preterizione che rientra perfettamente nelle regole del fare poesia.

Quando dicevo che Battiato non cerca una verità rivelata, mi riferivo al fatto che con le sue canzoni non si va alla ricerca di Dio o di un essere superiore, anzi. Nella contrapposizione tra buio e luce, come detto fondamentale, il buio è proprio un burattinaio invisibile che ci tiene il cuore come in uno scacco. Battiato lo chiama “il Re del mondo”, mutuando l’espressione da un libro di René Guénon, apice di una tradizione esoterica. A questo proposito è fondamentale ricordare – Jachia pag.171-172 – “il legame della riflessione di Battiato con l’insegnamento di Gurdjieff e con le correnti più aperte del sufismo, una forma di altissimo misticismo e antropologia d’ispirazione islamica”.

Per Battiato l’unico essere superiore è, mi si permetta, una ricerca perfetta che porti a superare la falsità del reale o, per meglio dire, che porti a scorgere l’esatto significato di una realtà sfuggente e difficile da capire.

“Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
È tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non abbandonarmi mai…”

Magari questa ricerca, poi, porterà all’esistenza di un Dio creatore e non creato; però, prima di quel “poi”, c’è tutto un “ciclo di vite” da attraversare, da consumare nella contemplazione. In una intervista rilasciata a La Repubblica il 5 agosto 1989, dunque proprio il periodo di mezzo tra le due canzoni L’oceano di silenzio e L’ombra della luce, è lo stesso Battiato a dichiarare: “la mia idea del divino è nella mia ricerca. Non mi sono mai immaginato nulla se non quello che sperimentavo. Quindi non sono né musulmano, né induista, né cattolico. Come si fa a dire: sono questo, sono quello?”

Il resto lo capirete soltanto ascoltandolo intensamente, in un determinato periodo della vostra vita, dopo un avvenimento importante, quando sarete pronti.

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