I corpi derelitti di Antoine d’Agata

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La sottomissione. Negli scatti del fotografo francese, la prostrazione degli esseri umani a una vita allucinata, oltre i nitidi confini dell’ordinarietà, è centrale e indipendente rispetto a ogni elemento ritratto nelle foto. Uomini e donne, esplosioni di carne e fattezze irreali, distorte, quasi aliene. E come gli alieni, i soggetti immortalati dai click della macchina del francese rappresentano la materia oscura, qualcosa di insondabile e di poco comprensibile per la maggior parte delle persone dalle vite semplici e improntate al rispetto delle regole e degli assiomi della civiltà.

Il sociologo Émile Durkheim utilizza il termine anomia per indicare le situazioni in cui l’integrazione degli individui all’interno della società è carente o addirittura assente. Di fatto, l’attenzione del fotografo si concentra morbosamente sul disagio spersonalizzante delle persone intrappolate in una condizione tale, alienate in un tempo morto e incapaci di intendere la moralità. Tossici, rifiuti sociali, puttane… insomma, derelitti umani abbandonati al loro brutale destino.

La perdita del controllo. Antoine d’Agata afferma essere l’unico mezzo che gli consente di sperimentare una piena e onesta visione della vita e delle cose. Allora d’Agata assume sostanze stupefacenti, intrattiene rapporti sessuali con i suoi derelitti, si mischia con loro in un tripudio di caos nervi e fibre, un quadro degenerativo in grando di consegnargli in mano le chiavi per l’accesso a ciò che è estraneo.

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I corpi si attorcigliano trafitti da spasmi e violenza, le espressioni dei volti sono sofferenti, spesso segnati dalle scosse di un piacere estremo, bracci tesi e lacci emostatici, una pera d’eroina e per un quarto d’ora il mondo se ne va a puttane, e con lui lo schifo e l’impossibilità di ottenere una vita migliore. Così come la droga, il sesso rappresenta una via di fuga da una vita difficile da accettare; ma l’atto sessuale si rivela soprattutto un modo per imporre la propria esistenza, per sentirsi vivi e trarre dal relativo piacere le forze e le speranze ultime rimaste.

La fotografia di Antoine d’Agata esula dagli schemi tecnici, trovando rifugio tra le braccia spastiche dell’improvvisazione. La perdita del controllo permette all’artista di balzare oltre i suoi limiti e di slanciarsi in territori pregni di incoscienza. Le sue foto testimoniano i tremori, la paura e l’adrenalina che sperimenta durante i frangenti in cui si distacca dal corpo e dalla mente — mediante l’assunzione di droghe pesanti, sesso e situazioni estreme e pericolose —  legandosi visceralmente alle vite più dissolute e sgretolate, pure manifestazioni di istinti reconditi e selvaggi, sentimenti arcaici e grezzi come lana che attende di essere lavorata.

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“Ho visto persone la cui vita è una reazione all’oppressione politica ed economica”

Il suo percorso di ricerca artistica è affollato da uomini e donne molto spesso alle prese con un’esistenza infernale, vittime di un sistema economico e politico cieco e corrotto. Lo stesso Durkheim circoscrive all’industrializzazione massiccia e alla crisi economica le cause dell’anomia. Il lavoro di Antoine d’Agata nasce da un impulso personalissimo, un muto grido interiore a cui tenta di dar sfogo mischiandosi attivamente con le vittime di un gioco spietato, se te la vivi da emarginato: la vita. Egli stesso ha assunto le sembianze del derelitto umano, è un tossicodipendente per scelta, un camaleonte capace di adattarsi a ogni genere di situazione. Tuttavia, se a lui è concesso il privilegio di poterne uscire in ogni momento, lasciandosi alle spalle tutta la merda e l’orrore con cui si è confrontato quando per la prima volta, quasi quarantenne, ha impugnato la macchina fotografica, la sua gente, invece, non ha scampo, nella merda ci affonda, muore velocemente sotto gli occhi di nessuno, senza lasciare traccia, nell’anonimato più ridicolo e spaventoso.

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Sei punk, Antoine.

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