Nico, 1988: un film toccante che (non) parla dei Velvet Underground

Esistono diversi aneddoti di quando Nico venne portata in tour da una giovanissima Siouxsie nel 1978, nel primo tour veramente serio per i Banshees. Inizialmente sembrava ripetere il tipico copione visto molte volte nella storia delle musica, in cui l’allieva porta con sé la maestra, il pubblico prende nota interessato e poco più in là una carriera finalmente ricomincia a decollare. In realtà no, la cruda e dura cronaca riporta un pubblico punk piuttosto oltranzista e rozzo che a Cardiff, dopo appena tre o quattro canzoni, decide di sbeffeggiare l’algida tedesca impegnata con i suoi Harmonium tetri. Lanciano lattine, sigarette e gomme da masticare sulla malcapitata fino a farla andar via. Un episodio che inciderà anche sulla sua prolungata assenza nel mondo della musica. Si stavano aprendo le porte degli anni ’80, c’era ancora spazio per lei in quell’ecosistema artistico? A qualcuno interessava ancora quella finestra socchiusa su una vita che si sarebbe interrotta presto e in una maniera piuttosto assurda?

Ci sono molti modi per realizzare una pellicola su Christa Päffgen. Quello semplice, dove si potrebbe semplicemente snocciolare clické e aneddoti incentrati sulla fugace presenza della modella nell’orbita di Andy Warhol e la Factory, quello più di nicchia, tracciando magari un perimetro che percorre tutta l’affascinante carriera solista di Nico. La regista di Nico, 1988, Susanna Nicchiarelli, sceglie in realtà il più inaspettato: percorrere gli ultimi anni della sua esistenza. Il periodo che compie un immaginario arco tra il 1986 e il 1988. Un azzardo enorme. Perché non solo non ci sono “banane” che tengano o belle pose da modella su cui indugiare, ma nemmeno particolari sodalizi artistici o aneddoti particolarmente simbolici per la stampa come quello svelato in apertura dell’articolo.

Descrivere Christa all’interno della metà degli anni ’80 vuol dire davvero plasmare i contorni di una figura in decadenza, a cui quasi nessuno voleva concedere più attenzione. E quei pochi chiedevano sempre di tornare agli stessi ricordi, che lei voleva invece respingere: come la storia della musica avesse inchiodato l’anima della donna indissolubilmente agli esordi dei Velvet Underground. Nonostante lei fosse poco più che una comparsa in quella situazione, che interpretava brani scritti da altri songwriters e che probabilmente venne cacciata perché “colpevole” di rubare la scena agli altri.

Lei era MOLTO di più di questo. Dinamica, dalla voce algida come un iceberg e la musicalità nera come la pece. Dopo un breve periodo più cantautorale, diede alla luce il capolavoro Desertshore, che ispirò artisti enormi del calibro di Dead Can Dance, Mark Lanegan, Cocorosie e Mercury Rev. Le sue canzoni soliste vennero riprese e sublimate da figure del calibro di Martin Gore, St. Vincent ed Elliott Smith. Eppure lei in vita non ebbe quel dovuto riconoscimento che avrebbe meritato. Ma forse non le sarebbe fregato un accidenti manco di questo.

La Nico dipinta in questo film (ed interpretata da un ottima Trine Dyrholm) è una donna anticonformista, amara, dai sentimenti claudicanti e i rapporti umani da lasciar guarire. Soprattutto il legame con suo figlio, avuto (ma mai riconosciuto) da Alain Delon. La sapiente regia lievita attorno ai protagonisti con discrezione, evitando di frugare sfacciatamente. Senza glorificare il rapporto dell’artista con i suoi demoni interiori. Anche il volume Please Kill Me di Gillian McCain e Legs McNeil  tendeva a “smitizzare” lo stereotipo che la voleva come un simulacro iconico, l’eterna musa, ma il volume mal celava anche una punta di cattiveria dei racconti narrati da altri musicisti. Nico, 1988, invece, sembra come schierarsi delicatamente dalla sua parte. Raccontando, e non giustificando, mesi travagliati di un tour in Europa, di una rinascita. O almeno di “un tentativo”.

La sua bellezza è sfiorita assieme ai suoi vizi, in anni turbolenti che li han visti fermare la sua carriera per anni e anni, ma il carisma no. Quello è quasi intatto, perché finalmente ha una sua identità. Non dipende più veramente da nessuno, se non dai suoi problemi. Portando in giro la sua particolarissima (e, per molti, ostica) voce tra concerti clandestini, stretti palchi di provincia, veri tuguri e un pubblico di pochi curiosi. Sforzandosi di trascinare con sé una sofisticata sua elaborazione del concetto di New Wave che sembrava però non arrivare a nessuno in particolare al periodo.

Per certi versi, Nico 1988 si avvicina alla profondità di Control, girato dall’immortale Anton Corbijn. In ambedue i casi (soprav)vivi le vicende di un anti eroe, sapendo già come terminerà, assorbendo la sua esistenza in dubbi, sbagli, emotività ed alto tasso di buona musica, contornata da ottima fotografia. Non c’è nemmeno un tentativo di indorare la pillola o rendere più accattivante il soggetto, perché verrebbe irrimediabilmente sporcato. Parafrasando il suo penultimo disco, lei era in esilio. Lei viveva il dramma di un esilio da sé stessa. Uno stato personale in cui è impossibile ambientarsi in un luogo, in un rapporto o addirittura ad in un nome.

La stessa protagonista esige dagli addetti ai lavori di essere chiamata come l’anagrafe ordinerebbe di fare, Christa Päffgen. “Nico” è solo un nome d’arte da appendere sulla gruccia di qualche meravigliosa discografia custodita in soggiorno. Una pila di ottimi album che questo film vi chiederà, senza dirvelo, di comprare. Di ascoltare. Di vivere.

“Non capisco bene come io faccia a vivere. E’ una continua lotta tra me e… me. E’ un dramma sentirmi come aliena a me stessa. Non ho alcun riferimento per capire chi io sia. Vivo come in un perenne esilio“.

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