Ian Curtis in Control: la caduta di un artista maledetto dalla vita

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È enorme l’alone di leggenda che circola ancora oggi intorno al nome di Ian Curtis,  cantante e leader dei Joy Division. È qualcosa di prossimo alla venerazione, vissuto da diverse generazioni di fan, compresi quelli che sono venuti dopo la sua morte e lo scioglimento della band. Ed è ovviamente qualcosa che ha più a che fare con ciò che Ian ha offerto tramite la propria espressività musicale: lo stile depresso, gli accordi ipnotici, i testi che non lasciano alcuno spiraglio. La poetica del vuoto esistenziale. È questo che identifica Ian Curtis, i Joy Division e la loro musica. Ma non è questa la componente essenziale di Control, il film di Anton Corbijn del 2007 dedicato a loro.

Perché se i Joy Division sono leggenda per il valore aggiunto che hanno apportato, anche Corbijn sa benissimo che un’opera d’arte, per potersi definire tale, ha bisogno di offrire un valore aggiunto. In questo caso, il contributo del regista è quello di aver raffigurato il personaggio nelle sue vesti umane. Ossia, nella forma più debole possibile. Per questo il film si chiama Control. Perché parla di un individuo a cui la vita è letteralmente sfuggita di mano. Per mille ragioni, ma tutte in qualche modo subite dal protagonista, che alterna lampi di buone intenzioni in cui vorrebbe riprendere le redini dei vari aspetti declinanti della propria vita a momenti di estremo sconforto per la fondamentale incapacità di riuscirci. È la grande debolezza di Ian Curtis: non essere riuscito ad addomesticare quella bestia imbizzarrita che era la propria vita. O forse era la vita che, nel suo caso, aveva deciso di mettercela tutta per farlo crollare.

Control copre un arco di vita di Ian Curtis lungo circa sei anni: da quando conosce quella che diventerà sua moglie (si sposeranno quando lui ha 19 anni) alla sua morte, il 18 Maggio 1980, a 23 anni. In mezzo, tutta la serie di elementi che hanno destabilizzato la sua vita. A partire dall’epilessia, che come noto emerge in tempi largamente precoci, prima ancora che la band scopra il successo internazionale. È l’emblema di come tutto intorno alla figura di Curtis verrà gestito: non è consigliabile, non è possibile andare avanti ignorando il problema, ma non è ammesso fermarsi. Così andrà anche per il suo graduale distacco dal nido familiare e per l’amore che in lui stava nascendo per Annik, quella che negli ultimi anni della sua vita sarà la sua amante e la scintilla che farà andare a monte la relazione con la moglie.

La musica, in tutto ciò, è contemporaneamente un indispensabile accompagnamento alla storia (come ovviamente qualsiasi spettatore si aspetta) e un elemento chiarificatore delle fasi cruciali della vita di Ian Curtis. Transmission, She’s Lost Control, Love Will Tear Us Apart emergono nelle tappe fondamentali in cui si snoda la storia, e accanto alla musica dei Joy Division si vanno snodando tutti gli artisti che li hanno influenzati (David Bowie, Velvet Underground, Iggy Pop e così via), fino alla simbolica chiusura col fumo nero su sfondo grigio e Get Out, canzone che sarà scritta dalla formazione nata dopo la morte di Ian Curtis, i New Order. Ma la musica c’è solo fin quando è necessaria, andando gradualmente dissolvendosi nella seconda parte del film, quando il controllo della vita di Ian si va perdendo. Lì, il suono che più resterà impresso è quello del basso viscerale durante la seduta di ipnosi, preso da Hypnosis dei New Order ma così vicino al battito cardiaco di un uomo precipitato nella propria oscurità.

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