2001, Odissea nello Spazio: un’opera che pesa su noi tutti

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L’abitudine moderna ci suggerisce di svolgere le nostre principali azioni correndo. Probabilmente si tratta di un’abitudine forzata da esigenze economiche che strutturano le relative dinamiche sociali. Corriamo perché abbiamo impegni e scadenze, ognuno nella propria realtà, dalla mattina appena ci svegliamo con un telegrafico caffé fino alla sera, gettando l’immondizia nei cassonetti ricolmi con la città che sembra trovare pace e una sua logica più affascinante. Bene, vi sono esperienze in grado di farci riconnettere con un universo genuino e grandissimo. Il pensiero diviene nuovamente acuto libero e profondo. Trasportati magicamente nell’eterno dilemma esistenziale, fluttuiamo nello spazio e nel tempo assorti nell’ammirare 2001: Odissea nello Spazio.

Offrire una collocazione di genere per un’opera cosi grande può risultare concettualmente un errore, come lo è limitare il mastodontico regalo che Stanley Kubrick ha donato all’umanità ad un film di fantascienza (o comunque ad un film). È bello invece lasciarsi guidare dal più grande regista di tutti i tempi in un viaggio bellissimo e perfetto. La domanda è sempre la stessa, si perde nella notte dei tempi e contempla  la filosofia, la scienza e la religione. Qual è il nostro ruolo rispetto all’universo e allo scorrere del tempo? La risposta è il concepimento più alto e complesso che il genio umano potesse offrire.

La pellicola si divide in quattro macro blocchi, dall’alba dell’uomo, con un opening in nero totale di tre minuti, fino al passaggio all’uomo spaziale, grazie alla presenza di un misterioso monolite che troveremo anche nella seconda parte del film, che a sua volta giustificherà la terza macrosequenza, La Missione Giove. La quarta ed ultima sezione del film, Giove e oltre l’infinito, chiude il capolavoro.

Un grande viaggio che lo spettatore ha il privilegio di poter condividere con il regista, perché la presenza di Kubrick all’interno della pellicola è potente come i suoi film e come le sensazioni che si provano anche giorni dopo la visione. Sembra di stare effettivamente in Vietnam, e la follia della guerra te la senti appiccicata addosso, dopo Full Metal Jacket. L’esercizio dell’amata ultraviolenza ci fa pensare alla sua illogicità, alla desolazione dei palazzoni municipali e all’inconsistenza della struttura sociale come fulcro responsabile, dopo Arancia Meccanica. Il magico stordimento onirico sensoriale post-Eyes Wide Shut rimane piacevolmente ancorato alla nostra anima e nella nostra psiche. E il viaggio che l’astronauta David Bowman compie in 2001: Odissea nello Spazio è lungo, profondo e intrinseco all’uomo.

Nella quarta sezione del film, dopo un passaggio spazio temporale che assurge a poesia pura, il protagonista si troverà in una stanza prevalentemente bianca e asettica stile impero. Quello che succede è il distillato dell’arte, del pensiero, dell’emozione. Bowman si troverà ad esistere nella stanza ad età diverse, in diversi punti della stanza stessa, e contestualmente vedendosi invecchiare. Disteso sul letto, tenterà faticosamente di congiungersi con il monolite ma rinascerà nella sequenza successiva, in gigantesche sembianze fetali, osservando il pianeta Terra. Kubrick crea un nuovo linguaggio su un tema senza tempo e la risultante è a sua volta un esperienza senza tempo.

Quella di Bowman non è un’Odissea che porta alla conclusione della vita, bensì ad un nuovo inizio, una metamorfosi nella quale la fisica abbraccia le emozioni, i dubbi e le speranze del genere umano, percuotendolo vigorosamente ma alla fine stringendolo in un familiare abbraccio, come quello del suo immenso deus ex machina:

“Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio”.

I temi che vengono trattati nel film generano sensazioni profonde, che il regista amministra come nessun altro nella storia del cinema. Probabilmente l’abbraccio sta proprio nella libera e singola interpretazione dell’opera e del senso dell’uomo sulla Terra. Forse pochi, pochissimi altri registi hanno raccolto il testimone di un’eredità così grande tentando opere che potessero avere la stessa importanza storica. Com’è facile immaginare, 2001 ha pesantemente condizionato le generazioni successive nell’estetica e nel costume della società, annessi ovviamente decine di cineasti.

Probabilmente Steven Spielberg fra tutti è quello più vicino ad un ideale di visione perfetta e contestualmente uno dei più coraggiosi. In Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo vi è un cinema che parla di speranza, amore e comunicazione universale. Il tema centrale e le domande sono proiettati verso l’esterno. Il quesito fondante del film, se siamo gli unici in questo universo, trova una risposta magistrale in un altro esempio di grande cinema. Spielberg si rivela un coraggioso, in primis nel proporre il film pochi anni dopo l’opera di Kubrick, scelta che ancora oggi ha il sapore di un azzardo, poi per aver creato una distanza proprio dal tema centrale di 2001. L’indagine di Spielberg è tesa all’esterno e la sequenza nella quale gli scienziati si interfacciano con le intelligenze extraterrestri attraverso la musica invita ancora oggi alla riflessione e all’armonia oltre che un saggio eccellente di cinematografia.

L’indagine di Kubrick ha una matrice invece antropocentrica. La sua è un’opera interna e verte sull’uomo, sul suo sviluppo, sulla religione e sull’umanizzazione della tecnologia, che rischia però di divenire qualcosa di diabolico: tutta la parabola dell’intelligenza artificiale di HAL 9000 ne è un fulgido esempio.

L’opera di Stanley Kubrick nella sua totalità, nella sua perfezione, nel suo immenso genio creativo, ci invita a diverse considerazioni. Non dovremmo mai perdere la percezione del concetto di bellezza. La geometrica cura maniacale del suo lavoro, il suo impegno e i suoi quesiti. Il mainstream e la sua velocità sta fagocitando il pensiero e con esso il gusto, il talento, l’intelligenza. Un manipolo di pochi eroi ha cercato e sta cercando di mantenere intatta una certa coerenza qualitativa ed estetica. Spielberg, Scott, Cameron e adesso Nolan. Anche Nolan è un fantastico coraggioso. Il suo Interstellar (che parla molto di Kubrick), uscito nel novembre 2014, è costruito sulle teorie spaziali del fisico Kip Thorne. La durata di 169 minuti e i contenuti non propriamente commerciali ne accrescono il valore, partendo da un impianto visivo e di scrittura di pregio assoluto.

Questi cineasti, tutti figli artistici del grande Kubrick, ereditano una grande responsabilità con le loro opere: non disperdere il suo messaggio. A noi il compito di  trovarlo e ricercarlo, costantemente, nelle nostre azioni, nella nostra vita quotidiana.

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