L’esercito Delle 12 Scimmie: analisi e spiegazione di un film folle

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Sogno o realtà? Inquietante premonizione di un tetro futuro o delirio complottista di un uomo affetto da schizofrenia? A Terry Gilliam non piace mai dare troppe risposte e non lo fa nemmeno in uno dei suoi più grandi successi commerciali, L’esercito delle 12 scimmie (uscito nel 1995), secondo capitolo della sua Trilogia del futuro dopo Brazil (1985) e prima dell’enigmatico The Zero Theorem (2013).

Un film che anche nella realtà è particolare quanto la storia che vuole raccontare, che non nasce direttamente dalla mente del regista americano ma dall’idea di uno dei produttori (Robert Kosberg) e da una sceneggiatura non originale firmata da Janet e David Webb Peoples (quest’ultimo già coautore dello script di Blade Runner) basata sull’innovativo cortometraggio La Jetèe, realizzato nel 1962 da Chris Marker; prodotto da Charles Roven per un grande studio come la Universal e di fatto commissionato all’ex Monty Python, che riesce comunque ad ottenere il final cut nonostante i rapporti con la casa di produzione siano ancora tesi dopo i travagli produttivi di Brazil.

Un film che unisce tre tipi diversi di regia ed estetica cinematografica, apparentemente inconciliabili ma che qui si sposano alla perfezione: uno stile completamente folle, fatto di inquadrature da punti di vista insoliti o completamente sbollate per tutta la prima parte; uno stile iper-classico, volutamente retrò (se non fosse per la presenza in scena di Bruce Willis e Madeleine Stowe potremmo pensare di essere veramente di fronte a scene scartate di Intrigo Internazionale) nella seconda parte, fino al pre finale; uno stile surrale e pesantemente retrofuturista, di bladerunneriana e braziliana memoria, nei segmenti ambientati nel futuro, dove le tecnologie sono tanto avveniristiche quanto rudimentali, quasi ad un passo dallo steampunk. Un film in cui, nel limitato spazio di un breve articolo online, diventa anche difficile elencare tutti i momenti cult e degni di essere memorizzati.

Il tutto in un’epoca cinematografica dominata da disaster movies e da blockbuster dal montaggio frenetico e ricchi di pallottole: ci sono tutti i presupposti per temere il flop del decennio e invece L’esercito delle 12 scimmie stupisce gli executive della Universal e non solo incassa cinque volte il suo budget (che Gilliam è riuscito a non sforare nonostante infiniti problemi produttivi e il suo noto perfezionismo che sfiora la maniacalità) ma diventa negli anni un cult talmente amato da ispirare un intero filone di film e serial sui viaggi nel tempo, dai grandi successi di Source Code e Looper fino al piccolo cult Predestination e ad una (in realtà abbastanza dimenticabile se confrontata con l’originale) serie televisiva/remake 12 Monkeys, che probabilmente non avrebbero mai visto il semaforo verde se non ci fosse stato questo grande apripista vent’anni prima.

Tra questo film e Brazil (che rimane il capolavoro assoluto di Gilliam) ci sono più connessioni di quanto possa sembrare ad una prima visione, a partire da sogni: il protagonista de L’esercito delle 12 scimmie, James Cole, interpretato splendidamente da Bruce Willis (pare che il regista abbia fornito all’attore un “elenco clichè attoriali di Bruce Willis” da NON utilizzare sul set) è perseguitato nei propri sogni dal ricordo di una donna vista tanti prima, quando da bambino si recò coi genitori all’aeroporto di Filadelfia e fu testimone di una violenta sparatoria in cui un uomo perse la vita per mano della polizia, e non sa ancora che nel suo destino è previsto un nuovo incontro con quella donna, in una modalità totalmente inaspettata.

Ricorda forse il mite Sam Lowry di Brazil? Sì, decisamente.

Le connessioni non finiscono qui, perché anche in questo film torna lo spettro del terrorismo, anche se i tempi sono molto cambiati: l’11 settembre è temporalmente più vicino (anche se ovviamente nessuno poteva prevederlo) e in quest’opera il terrorismo non è un atto di ribellione verso un sistema totalitario ma una minaccia su scala globale, talmente pericoloso da essere in grado di sterminare con un virus il 99% della popolazione mondiale.

È proprio dallo sterminio della popolazione umana che inizia il racconto: siamo nel 2035 e quel poco che resta dell’umanità vive nei sotterranei delle grandi metropoli. A Philadelphia, un gruppo di scienziati ha sviluppato alcune importanti tecnologie che permettono tra le altre cose di viaggiare indietro nel tempo: il nostro Cole è un recluso che sta scontando una condanna all’ergastolo (per motivi completamente sconosciuti) quindi non c’è nessuno meglio di lui, in quel mondo da incubo, che possa essere usato come cavia per andare indietro nel tempo in cerca di informazioni utili sull’origine del virus e sull’organizzazione che dovrebbe averlo diffuso, il fantomatico “esercito delle 12 scimmie”. Informazioni molto preziose, che possano magari permettere ai “cervelloni” di sviluppare una cura o un vaccino che possa permettere ai pochi uomini rimasti di tornare a vivere in superficie.

Questo è l’elemento più interessante della parte fantascientifica del film: il concetto di viaggio nel tempo è ispirato alle teorie della predestinazione, dell’eterno ritorno e al Principio di autoconsistenza di Novikov, secondo il quale non è in alcun modo possibile modificare gli eventi del passato, che possono soltanto essere rivissuti nei panni di spettatori o addirittura causati in prima persona.

Non c’è nessun mondo da salvare e nessuna strage da impedire: quello che è successo è successo.

Cole non è un eroe, è soltanto manodopera sacrificabile: deve tornare indietro nel 1996, a volte per errore anche nel 1990 e addirittura nel 1917 durante la Grande Guerra (perché, idea geniale dei coniugi Peoples, la macchina del tempo è difettosa e spesso e volentieri manda le cavie nei tempi e nei luoghi sbagliati) solo ed esclusivamente per cercare informazioni. Non può salvare nessuno, semmai può uccidere alcuni individui che si oppongono al raggiungimento del suo obiettivo.

Preso per pazzo e internato in un manicomio dopo essere approdato per errore nel 1990, Cole incontra Jeffrey Goines, un Brad Pitt ottimo, pieno di tic e dalla parlantina iperveloce (ottenuta sottraendo le sigarette all’attore sul set), che è il personaggio più interessante di tutto il film: completamente matto e costantemente in preda a deliri ambientalisti e complottistici (il migliore dei quali, che riassume parte del reale pensiero di Terry Gilliam, è quello secondo cui i pazzi della società contemporanea sono coloro che non accettano di essere meri consumatori di prodotti), il giovane Jeffrey è figlio di uno dei più importanti virologi degli Stati Uniti (che ha creato in laboratorio il virus che distruggerà l’umanità) nonché futuro leader dell’esercito delle 12 scimmie, e potrebbe essere stato influenzato nel suo piano criminale addirittura dallo stesso Cole, che commentando un servizio televisivo sulla sperimentazione animale durante un momento di relax in manicomio ha pronunciato di fianco a lui la fatidica frase: “Forse l’umanità deve essere sterminata”.

Qual è l’aspetto più interessante della figura di Jeffrey? Che non è lui il vero colpevole, così come l’esercito delle 12 scimmie non è affatto responsabile della diffusione su scala globale del virus, ma solo di una folle bravata animalista: liberare per la città tutti gli animali dello zoo di Philadelphia e rinchiudere in una gabbia il padre di Jeffrey (Christopher Plummer, che anni dopo sarà per Gilliam il Dottor Parnassus), “colpevole” di aver condotto esperimenti su cavie animali. Il grande plot twist del film si basa infatti sulla figura di questo ragazzo che, a causa della sua manifesta follia, viene scambiato fin troppo facilmente per il terrorista che porrà quasi fine alla vita sulla terra, quando in realtà il vero terrorista è il Dottor Peters (David Morse) primo assistente del Dottr Goines, tremendamente fissato col concetto di apocalisse: un pazzo più discreto, molto meno appariscente rispetto al povero Jeffrey e di conseguenza molto più pericoloso.

L’altro incontro fondamentale per Cole è quello con la dottoressa Kathryn Railly (Madeline Stowe), la psichiatra che si interessa al suo caso e che nel corso della storia si rivela essere nientemeno che la donna del suo sogno ricorrente. Il rapporto tra Kathryn e Cole segue schemi narrativi già ampiamente consolidati nel genere: la donna è inizialmente molto scettica riguardo i racconti di Cole ed è convinta che egli sia affetto da un grave disturbo mentale, ma comincia a cambiare idea soltanto quando si trova di fronte a prove concrete della veridicità del suo racconto (una foto che lo ritrae in una trincea della Grande Guerra e il fatto che Cole conoscesse in anticipo la soluzione del caso della sparizione di un bambino del luogo). Tra i due nasce un’inevitabile storia d’amore che però è anche fonte di alcuni dei momenti più intensi di tutto il film, come quando ad esempio Cole (sconvolto dai continui viaggi temporali) comincia anch’egli a dubitare della propria salute mentale e si autoconvince di aver bisogno delle cure di Kathryn o come, soprattutto, nella celeberrima scena del cinema durante la quale, mentre sul grande schermo scorrono le immagini della scena dell’albero in La donna che visse due vole, i due (in fuga dalla polizia che vuole arrestare Cole per il rapimento di Kathryn) si travestono per non farsi riconoscere e Cole si rende conto che Kathryn, con una parrucca bionda e lo stesso soprabito di Kim Novak nel film di Hitchcock, è ora completamente identica alla donna dei suoi sogni.

La scena in questione è bellissima non solo per il riferimento palese al capolavoro di Hitchcock (che appariva anche in La Jetèe e che di lì ad un paio d’anni diventerà il film di riferimento di un altro grande surrealista del cinema americano, David Lynch) ma anche perché ci introduce ad un finale splendido, in cui tutti i tasselli del complicato puzzle tornano al loro posto: i due sono all’aeroporto di Philadelphia e Cole si rende conto di essere esattamente nello stesso aeroporto e nello stesso momento dei suoi ricordi di bambino (e rivede sé stesso) mentre Kathryn scopre che il virus è nelle mani del Dottor Peters. Dopo aver dato un disperato allarme ad un numero di telefono che gli era stato segnalato nel futuro, Cole tenta di fermare Peters e di impedire la diffusione del virus ma senza successo: viene ucciso dai proiettili della polizia sotto gli occhi di Kathryn e di se stesso bambino. È in questo momento che si realizza il vero destino di Cole: una pedina all’interno di un meccanismo più grande di lui, dalla storia perfettamente circolare e con un destino già scritto e condannato a ripetersi in un loop senza fine.

Il film si chiude col Dottor Peters a bordo dell’aereo, pronto a diffondere il virus in tutto il mondo, che trova seduta al suo fianco la signora Jones, una dei cinque scienziati del 2035, tornata indietro nel tempo grazie al lavoro di Cole e pronta a svolgere quel compito per il quale l’uomo è stato sacrificato.

Esiste anche una seconda chiave di lettura per L’esercito delle 12 scimmie, secondo la quale il film dovrebbe essere visto come le visioni deliranti di un uomo realmente affetto da schizofrenia paranoide: secondo questa teoria tutta la parte ambientata nel futuro e il finale del film sarebbero frutto delle allucinazioni di Cole, che nella realtà è internato dall’inizio alla fine nel manicomio di Baltimora.

A sostegno di questa tesi ci sono diversi indizi nel corso della pellicola, che rimane volutamente ambigua: il parallelismo tra i cinque scienziati e i cinque psichiatri e tra le due scene ambientate in una doccia (una nel 2035 e una nel 1990); il fatto che sia nel 2035 che nel 1990 Cole sia un recluso considerato violento e pericoloso (non sappiamo quali crimini abbia commesso nel futuro); la strana allucinazione uditiva che lo accompagna più volte nel corso del film; la scena delirante in cui l’uomo si strappa i denti dopo l’irruzione di un maniaco nel Motel in cui si è rifugiato con Kathryn, in quanto convinto che siano localizzatori.

Non esiste una risposta univoca, chiaramente. Quello che è certo è che questo film è una delle opere di fantascienza (e non solo) più rilevanti degli anni novanta, in cui Gilliam parte da un’ottima sceneggiatura, ricca di spunti innovativi per il genere, per costruire una pellicola in cui inserire tutte le ossessioni tipiche del suo cinema (la follia, lo scontro tra sogno e realtà, protagonisti dalle forti connotazioni negative, l’inganno delle apparenze, eccetera) e che riesce a funzionare allo stesso sia come film di puro intrattenimento che come vero e proprio film d’autore.

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