Io Non Sono Qui: il film sulla vita di Bod Dylan, tra postmoderno e citazionismo

Tutto si può dire di I’m Not There, il film su Bob Dylan diretto da Todd Haynes, tranne che che il regista si sia lasciato andare a descrivere minuziosamente un autore talmente complesso da poter distruggere la sua opera, invece di farla diventare la migliore trasposizione cinematografica del menestrello del rock. Fin dall’inizio vediamo un tentativo di vivisezionare il Dylan vittima del famoso incidente motociclistico. Missione fallita: Dylan è personaggio tanto geniale quanto sfuggente. Lo si può provare a raccontare, mai spiegare. E fortunatamente Todd Haynes nemmeno ci ha provato, infatti il risultato è stato sorprendente e probabilmente memorabile.

Un esperimento audace di un cineasta che sembra mettere in scena il caos, ma dimostra di saperlo orchestrare dall’inizio alla fine. Nel flusso incontrollato che ci sbalza attraverso i decenni e i contesti più disparati, il personaggio di Dylan verrà infatti interpretato in varie fasi della sua carriera artistica: Woody, il menestrello che viene dal sud, Arthur, il poeta visionario, Jude, il giuda della svolta elettrica, Robbie, la grande star del cinema, Jack/Pastore John, il predicatore evangelico ed infine Billy, il cowboy solitario. Tra tutti questi personaggi spicca una sorprendente Cate Blanchett, in un ruolo maschile adatto ad una donna dai tratti androgini, che con il suo charme riuscirà a dare ulteriore carattere al personaggio e a conquistare a Venezia la Coppa Volpi.

Le citazioni ai grandi registi del passato Europeo si sprecano, ed i svariati personaggi bizzarri che appaiono ricordano spesso quelli di Federico Fellini. La sequenza in cui Coco (ex ragazza di Dylan) cammina levata da terra ricorda Claudia Cardinale in 8 ½, Jude attaccato a un filo che volteggia nell’aria come se fosse un palloncino è la sequenza iniziale dello stesso film, esplicitamente citata, e con in sottofondo la musica del suo Casanova.

Giunto al suo quinto film, Todd Haynes non solo prova ad alterare le regole del biopic hollywoodiano con il suo postmodernismo, ma rimette a confronto l’idea del cinema stesso attraverso un processo compositivo, un collage in movimento fatto di idee e visioni che elevano l’arte ad ogni fotogramma. Il regista losangelino è riconoscibile sin dalla prima onirica inquadratura, sempre sfuggente, fatto di rimandi ad epoche di bellezza ed estetica seducente, nascondendo un filo di ipocrisia che destabilizza e sconvolge lo spettatore. Haynes, è così che solca il percorso degli Stati Uniti d’America, un paese intinto nella propria spacconeria, pieno di idiosincrasie inspiegabili, pronto a radere al suolo qualsiasi idea differente ed a puntare il dito contro una verità che si ritrova variegata e mai polisemantica.

Il film può essere considerato il seguito naturale di No Direction Home di Martin Scorsese, anche se con una cadenza più fascinosa, perché non obbligato a ricostruire la realtà delle cose, ma interessato a sovvertirla. In tutta questa mescolanza riemerge ancora una volta l’amore per il cinema europeo, cosa di cui viene spesso accusato: oltre che a Fellini, Haynes rende onore anche a Godard, nel complicato percorso sentimentale tra Heath Ledger/Robbie Clark e Claire/Charlotte Gainsbourg, tra il finto rimorso dei tradimenti e l’interrogarsi sulla esistenza di Dio, con campi e controcampi ravvicinati, voci fuori campo, rottura della quarta parete. Ritornerà però con il personaggio finale ad una atmosfera molto più americana, con il fuorilegge Billy (Richard Gere), la cui storia è ispirata chiaramente a Pat Garrett and Billy the Kid, film dove lo stesso Dylan partecipò, e che nella sua breve trama include tutti i western americani di fine anni Sessanta/inizio Settanta: campi lunghi, zoom, colori saturi e personaggi stravaganti, tutto ricostruito in modo eccellente e senza eccessivi manierismi.

Tutti questi generi omaggiati non sono fini a se stessi ma contribuiscono a creare l’identità del cantautore di Duluth in un’epoca piena di sconvolgimenti, culminata con l’assassinio di Kennedy, la guerra in Vietnam e l’asfissiante controllo del paranoico Nixon. Io non Sono qui alla fine non è né una biografia, né un film in senso canonico, ma va a collocarsi in quella ristretta categoria di nobili produzioni che la critica definisce come “esperienze visive”; e racchiude con in sottofondo Sad Eyed Lady of the Lowlands le parole di Billy:

“Per quanto mi riguarda, non lo so. Posso cambiare nell’arco di una stessa giornata. Quando mi sveglio sono una persona, e quando vado a dormire so con certezza di essere qualcun altro. Per la maggior parte del tempo, non so chi sono”

Chi può dire di saperlo?

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