La Città Perduta: il caso unico di un film che non lascia indifferenti

All’epoca, molti critici tra i più prestigiosi confessarono di appartenere a chi non aveva capito questo film, giudicato troppo complesso. Su tutti il critico del Chicago Sun-Times dal 1967 fino alla sua morte, nel 2013, che nel 1975 vinse il Premio Pulitzer per le sue autorevoli critiche: perfino lui se ne occupò ma “Molte persone probabilmente non si troveranno in sintonia con le pretese tecnologiche esagerate di questo film – scrisse Roger Ebert – mentre altri lo troveranno il miglior film in mesi o anni. Voi sapete chi siete. Non sono uno di voi.” La sospensione dell’incredulità non è cosa per tutti.

All’inizio, sembra proprio una storia classica: un bimbo è nella sua casa, aspetta Babbo Natale che, dopo poco, scende dal camino. Ma non è solo: ne arrivano altri e da figure bonarie si trasformano in invadenti ed inquietanti pupazzi. Il più innocente dei sogni si trasforma presto in incubo e questo perché: “C’era una volta un scienziato che non avendo né moglie né figli, se li creò con i suoi alambicchi. Come sposa concepì la più bella principessa del mondo. Ma una malvagia fata genetica lanciò un incantesimo e la principessa nacque piccola. Poi clonò a sua immagine e somiglianza sei bei ragazzi, fedeli e laboriosi, e così somiglianti tra di loro che li si poteva confondere. Ma la fata colpì di nuovo, e li condannò ad essere paurosi e creduloni. E infine creò Krank, l’uomo più intelligente del mondo, quello che avrebbe dovuto essere il suo capolavoro. Ma la malvagia fata genetica non rinunciò a completare il maleficio, e condannò il povero piccolo Krank a non sognare mai. L’infelicità del piccolo Krank lo fece invecchiare giorno dopo giorno, e impazzire giorno dopo giorno.”

Chi narra è Irvin, il cervello col mal di testa conservato in un soffocante acquario dallo stesso scienziato che dà inizio alla vicenda. È l’incipit di una favola dalla connotazione tanto buia quanto affascinante, manifesto steampunk di metà anni ‘90, presentato in concorso al festival di Cannes, premiato con il César nel ‘96 e inspiegabilmente ignorato dal mercato italiano al punto di uscire tempo dopo solo in home video e ben più avanti in DVD e Blu-ray.

La città perduta (“La cité des enfants perdus”) è una perla molto ben nascosta firmata da Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet – e del co-sceneggiatore Gilles Adrien – già geniali creatori, 3 anni prima, di Delicatessen, commedia grottesca dove gli “arrivano i nostri” erano un gruppo di vegetariani squilibrati. Jeunet sarà poi il regista di Alien – La clonazione e soprattutto il creatore de Il favoloso mondo di Amélie cui seguiranno altri film meno fortunati. La prima stesura risale al 1982 ma gli ideatori riuscirono a realizzarlo solo grazie allo strepitoso successo di Delicatessen: dovettero però modificare sia l’idea che la sceneggiatura perché nel frattempo molta acqua era passata sotto i ponti e di “mostri” più o meno credibili il cinema ne aveva già lanciati tanti. (Dai Gremlins a Predator, ma anche figure dalla svolta romantica come Edward mani di forbice).

Nella fatiscente e malsana zona portuale di un non luogo, ogni giorno vengono rapiti alcuni bambini che, imprigionati in carri decrepiti, vengono trasferiti su una piattaforma che emerge in alto mare. Lì abita Krank, il malvagio e patetico creatore di cloni la cui mente deviata gli impedisce di sognare. Come si intuisce dall’incipit, il terribile scopo è quello di prelevare i sogni dei piccoli innocenti per trasferirli nel suo immaginario e dare finalmente pace al suo impossibile riposo. Tutto però si rivela inutile: i bambini sono talmente spaventati – e li sembrano davvero – che possono “regalare” solo incubi.

I bimbi continuano a sparire, ingoiati tra baracche arrugginite e anfratti ossidati, prelevati a forza da orridi Ciclopi al soldo di Krank, figure deformi e guerce ma dall’udito finissimo che vengono ricompensati con occhi artificiali e motivati all’interno di una setta di fanatici. Il Ciclope più “anziano” sarà autore di uno degli omicidi più inquietanti e creativi per un film di “genere”.

Quando scompare anche il piccolo e teneramente vorace Denrée, il fratellino del possente One, quest’ultimo decide di fare di tutto per ritrovarlo e far cessare i rapimenti. Insieme alla piccola Miette seguirà le sue tracce dentro la Città dei bambini perduti accompagnato da una sorta di baby gang molto determinata.

Al di là della storia, già originale di per sé, la potenza visiva di questo film non può lasciare indifferenti. Tinte scure dai riflessi lividi, luci malate e totalmente avvolgenti , inquadrature storte e disturbate intrecciate con primi piani sfacciati che deformano gli attori: chi ha criticato la recitazione in questo film non si è accorto che la vera interpretazione è quella della fotografia e del movimento di obiettivo.

Interamente girato in studio con l’utilizzo massiccio del blue screen e di effetti analogici mischiati al digitale, “color grading” e “virate” dal blu all’arancione più cupo avviluppano nell’atmosfera truce soprattutto gli attori “adulti”, messi al servizio delle amplificazioni registiche più che della storia. Su tutti svetta Ron Perlman, irriconoscibile dopo il grande successo nei panni di Salvatore de “Il nome della rosa”, attore feticcio anche di Guillermo del Toro (Cronos, BladeII, Hellboy, Pacific Rim) nei panni di One, il forzuto dalle poche e stentate parole – e che ricorda il felliniano Zampanò de “La strada – ex arpionatore di balene al quale viene appunto rapito “mon petit frère” Denrée, interpretato da Joseph Lucien, 5 anni, di sorprendente bravura e purezza.

Prima di addormentarsi, nascosta in un giaciglio umido, insudiciato e per niente sicuro, Miette chiede: “One, cosa facevi prima? “ “Facevo il marinaio – risponde l’uomo – arpionavo balene. Una notte ho sentito le balene cantare e da allora sempre, sempre mancavo il bersaglio. One ha perduto il lavoro. “
“E come ci si sente ad avere un fratellino?” “Ci si sente… di corsa”

Uno degli aspetti più convincenti è la performance dei bambini, soprattutto quelli più piccoli, che recitano con una tale naturalezza al punto che si fatica a credere che veramente qualcuno abbia detto loro cosa fare, cosa dire e come muoversi.

Chi si è calato nella parte dei cattivi e degli sciocchi (come i figli di Krank, interpretati unicamente da un attore solo, Dominique Pinon, altro caratterista ricorrente nella filmografia di Jeunet&Caro) si è impegnato a rappresentarli nel modo più caricaturale e inquietante possibile e questo ne ha forse ha pregiudicato la resa attoriale, ma non importa. Quello che recita davvero in questo film è l’insieme dei colori mai nitidi, sporchi eppure perfetti, i movimenti di macchina, le scenografie (premiate con il César) e la musica di Angelo Badalamenti. Anche i costumi fanno la loro parte: Jean Paul Gaultier, in particolare stato di grazia, lascia che una delle sue creazioni si trasformi in un provvidenziale “filo di Arianna”.

È una fiaba paurosa, come le erano quelle dei fratelli Grimm, concepita pensando, oltre che al Terry Gilliam di Brazil, anche Jules Verne e Charles Dickens: l’infanzia rubata nel modo più becero ma anche il tremendo senso di abbandono e solitudine di chi ha tutto ma non ottiene niente, men che meno manipolando le menti altrui, diventando inevitabilmente il mostro.

In alcuni momenti possiamo provare “imbarazzo” di fronte a certe trovate che sono apprezzabili solo in piena “sospensione dell’incredulità” – concetto già noto a Shakespeare, che ne riferisce nel prologo dell’Enrico V – grazie alla quale trovano lo svolgimento che le rende perfettamente credibili: la chiave recuperata dal topolino con la calamita legata alla coda passando prima dal formaggio grattugiato fresco sul pavimento; le pulci ammaestrate dal Mago Marcello che vengono “armate” con microscopici aculei metallici riempiti di veleno che porta alla follia chi ne viene punto; uno strano essere subacqueo scriteriato; le orride gemelle siamesi direttrici dell’orfanotrofio-lager . L’andatura rientra nel più classico filone retro futurista e tutto si mischia per finire in un mare oleoso sul fondo del quale si muove un palombaro smemorato che metterà fine alla vicenda suo malgrado, perché capirà di essere stato lui l’inizio di tutto il delirio.

Guardando questo film anche a distanza di così tanti anni, la spinta creativa ci avviluppa nella narrazione e ci invita portarci avanti mentre, di contro, ci obbliga a rimanere nel momento, a sperimentare uno spettacolo dopo l’altro, a guardare oltre i personaggi e le loro preoccupazioni e ad apprezzarne il concetto: tra tutti i sensi, la vista è sicuramente quello più sollecitato per cui agli altri non è sempre permesso interferire a meno che non si faccia abile uso del pensiero laterale. Ma non importa. Farsi trasportare e perdersi nei minimi dettagli della “Città perduta” è abbracciare un esercizio di stile con pochi eguali nella storia del cinema di fantasia. Resta da capire chi fosse la “malvagia fata genetica”. Ma non importa.

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