Philip K. Dick: perché leggere la fantascienza può cambiarti la vita

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“Ciò che lo scrittore di fantascienza cerca di catturare sulla carta è diverso da quello che interessa gli scrittori di altri generi […] egli è libero, ben felice di scrivere di un’infinità di mondi…” Questo scriveva Philip k. Dick nel 1980, benché egli tanto libero non fosse. Da sempre sottovalutato e rinchiuso in un genere ritenuto poco serio e inferiore, Dick è l’artefice di veri e propri tesori della letteratura americana.

Se è vero che una volta terminata l’opera il suo autore non ha più alcun legame con essa e che ciò che per il lettore conta è il rapporto diretto che crea con la stessa, il modo in cui la fa propria, è altrettanto vero che per lo scrittore in questione questo vale fino ad un certo punto. Dick è una personalità sempre presente nelle sue opere e per comprendere appieno la sua produzione è bene tenere a mente chi egli esattamente fosse. Due sono in particolare gli avvenimenti da considerare fondamentali nella sua formazione, sia come uomo che come autore.

Philip K Dick writer HarperCollins Publishers

Il primo riguarda la morte della sorella gemella Jane Charlotte. Nati prematuri di sei settimane, non bastarono le cure maldestre della madre Dorothy e la piccola morì di malnutrizione. Dick non perdonò mai alla madre la negligenza, o meglio l’ignoranza, che causò la prematura scomparsa della sorella. Questo sentimento/trauma si riflette sia nei suoi personaggi femminili, spesso distruttori o irrisolti, sia nei suoi rapporti sentimentali – sposato cinque volte, venne definito un monogamo seriale. Ma non solo. Per tutta la sua vita, egli mantiene un rapporto costante con la sorella defunta. Consumato dal senso di colpa per esserle sopravvissuto, è convinto che lei continui a comunicare con lui, che sia viva in un’altra realtà – forse in quella vera – tanto da convincersi, ad un certo punto, di essere lui morto.

Questa percezione del limite della realtà, della finitezza delle cose, trova concretezza nel secondo avvenimento che segna la sua vita. In “Io sono vivo, voi siete morti” la biografia scritta da Emmanuel Carrère, viene descritto l’episodio in cui Philip, bambino, si sente male al cinema durante il cinegiornale in cui dei marines bruciavano con il lanciafiamme un gruppo di giapponesi. Lo scrittore francese racconta del malore causato, non da una eccessiva sensibilità, ma dal fatto che:

“Aveva capito con assoluta certezza che non esisteva nient’altro. Solo quelle quattro pareti, il soffitto, il pavimento e gli altri prigionieri. Tutto ciò che credeva di sapere del mondo esterno e della sua vita in quel mondo era solo un cumulo di falsi ricordi[…]. Allora aveva giurato a se stesso che quando fosse uscito, o avesse creduto di essere uscito, avrebbe cercato di non farsi abbindolare, di ricordarsi che in realtà non si era mosso dalla sala e che non esisteva un’altra realtà. Ma sentiva che allora quel pensiero non avrebbe più avuto lo stesso grado di certezza, che gli avrebbe fatto l’effetto di un seducente paradosso e non di una verità ineludibile».

È il sublime, la meraviglia, il thauma. La percezione del nulla apre le porte ad una conoscenza straordinaria della realtà, un sentimento che non può essere contenuto o arginato. Va oltre la compiutezza materiale, non ha limiti. Un segreto, questo, che Dick custodirà sin dall’infanzia e lo porterà ad una convivenza forzata tra il reale e l’irreale, il terrore dell’ignoto e il mondo ordinario. La conoscenza del thauma, la sensazione di essere “gettati” nel mondo, apre nella mente dello scrittore americano una ricerca che si può definire filosofica in quanto volta a conoscere il senso di un’esistenza, di un sistema, che ne sono apparentemente privi.

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Una artwork ispirata al film Atto di Forza, tratto da un racconto di Philip K. Dick. Autore: Jeff Drew.

Del suo lavoro diceva: “sono un filosofo che si esprime in romanzi, non un narratore; la mia abilità nello scrivere viene da me impiegata come un mezzo per formulare le mie percezioni. Il nucleo di ciò che scrivo non è arte, ma verità”.

E la science fiction risulta essere il genere letterario più adatto ad ospitare il dogma della meraviglia.  Ritenuto dai più un genere inferiore – perché non si può essere seri con robot o pistole laser, giusto? – la fantascienza riesce a dare una via d’uscita dai suoi tormenti quotidiani, dall’orrore dell’esistenza, che non diventa un punto di arrivo, ma di partenza. Un genere che fa storcere il naso ai lettori “seri” – in realtà superficiali – ma  che invece riesce a rendere Dick uno scrittore libero, riesce a dare una risposta a quelle domande che da sempre lo hanno tormentato: “Cosa è reale? Cosa è umano?”. È la possibilità del non avere regole che gli consente di trasformare l’orrore del nulla, la meraviglia, per ottenerne qualcosa di buono.

Nelle sue opere ci sono temi che ricorrono, come il rapporto con la religione, le malattie psichiche, l’irrealtà, il tempo e la morte. Temi, questi, che, se si va oltre quegli elementi considerati trash che sono tipici del science fiction, consentono al lettore di scavare dentro di sé, di stimolare un’indagine sul significato dell’esistenza umana, dando il via ad una vera e propria speculazione filosofica.

Lo stupore, la meraviglia, sono la via di accesso per l’ignoto.

Per questo, parafrasando Lawrence Sutin in Divine invasioni, la vita di Philip K. Dick– l’altra biografia dedicata allo scrittore americano – se una grande balena bianca funge da simbolo letterario, perché non si potrebbe dire lo stesso di una muffa bavosa proveniente da Ganimede?

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