Kurt Cobain, David Cronenberg e la fine del Secolo Breve

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È cosa nota che lo storico britannico Eric Hobsbawm abbia interpretato il XX secolo in una prospettiva di mutamenti politico-culturali omogenei, restringendone i confini temporali; perlopiù compresi tra l’inizio della Prima Guerra Mondiale (1914) e il crollo dell’Unione Sovietica (1991), da cui la definizione di Secolo breve ormai adottata anche al di fuori degli ambienti accademici.

Sulla scorta di questa tesi, noi che ci occupiamo di cultura pop vogliamo provare a giocare con la Grande Storia indicando alcune date non convenzionali che arricchiscono a nostro modo la definizione calzante del dott. Hobsbawm.

Ci concentreremo sull’ultimo scorcio del secolo passato, appoggiandoci a due grandi intellettuali che ne hanno indagato le peculiarità: Zygmunt Bauman, che ci ha fornito i concetti paradigmatici di modernità solida e liquida; e Jean Baudrillard, con le sue riflessioni sul potere e la capacità dei media – la televisione in particolare – di sostituirsi alla realtà.

Inizieremo da quest’ultimo: la sua profezia sul delitto perfetto compiuto dal mezzo televisivo ai danni della realtà, fagocitandola o sostituendola, si realizza appieno negli ultimi lustri del secolo quando i network privati, già dominanti oltreoceano, avanzano sul mercato delle telecomunicazioni anche in Europa a partire dagli anni ’80.

Prima che ciò si compia sul vecchio continente, in Nord America si è da tempo consapevoli della natura e dimensioni del fenomeno. C’è un regista in particolare che è perversamente affascinato dalle implicazioni del media televisivo: è David Cronenberg, che nel 1983 ci regala un film provocatorio e destabilizzante come Videodrome.

Qui il mezzo televisivo è trasformato in un mostro animato e palpitante che vive in simbiosi con lo spettatore, del quale riesce a trasformare il corpo producendo una mutazione genetica evolutiva.

Ci sono implicazioni politiche e complottistiche nel film, essendo Videodrome niente meno che la video-arena in cui si lotta per il controllo della mente e lo schermo televisivo il vero unico occhio dell’uomo contemporaneo: la televisione si sostituisce alla realtà, la realtà diventa meno della televisione. La distinzione filosofica tra realtà e percezione è espressa con efficacia visionaria, l’inconoscibilità del reale rimane un concetto sullo sfondo.

In Videodrome la TV si palesa anche sotto forma di setta religiosa, grazie a una sedicente Chiesa Catodica che aiuta i bisognosi offrendo loro momenti di visione televisiva gratuiti. Il fondatore indottrina e comunica con i seguaci, anche dopo essere morto, attraverso monologhi registrati su videocassetta. La TV si fa Chiesa secolare e culto misericordioso in grado di sfamare gli affamati e donare la vita eterna al di là della morte: l’onnipotenza del digitale è solo a un passo, ma il dominio della tecnica e la sua pretesa di riproducibilità del reale è già in atto.

Con Videodrome il cinema di genere documenta la presenza del nuovo mostro – la TV – nell’immaginario popolare: sarà un tema oltremodo frequente nella nuova fantascienza che domina gli anni ’80, come nel caso della serie tv Max Headroom lanciata nel 1987.

Infarcita di stereotipi cyberpunk, racconta le avventure di un’emittente televisiva e del suo reporter di punta, mostrandoci il classico futuro distopico in cui ad avanzatissime tecnologie si accompagnano grandi diseguaglianze socioeconomiche. Uno degli elementi ricorrenti nella caratterizzazione ambientale, che ritroviamo in opere analoghe, è la presenza di ghetti urbani dove comunità di homeless bivaccano tra fuochi accesi nei bidoni e schermi televisivi che trasmettono a ciclo continuo: come a dire, toglieteci tutto ma non la TV. È un sentore anticipatorio di quello che sarà il futuro immediato – “20 Minutes into the Future” la tag-line della serie – ovvero la dipendenza da un altro genere di schermo: quello del PC prima e dello smartphone poi.

La distopia è già in atto e assume le forme dickiane dell’iper-realtà, alimentata dal voyeurismo di spettatori parcellizzati al riparo di uno monitor. Tornano in mente le parole di William Gibson, che in una vecchia intervista fece notare come le nostre giornate si svolgano ormai prevalentemente davanti a uno schermo: il parabrezza dell’automobile, il televisore, il monitor del PC e più di recente il display dei nostri smartphone.

In Europa ci si arriva un po’ dopo. L’avamposto del vecchio continente è l’Italia, in cui il cambio culturale di rotta può essere identificato con una data precisa: il 16 ottobre 1984, quando i pretori di Torino, Roma e Pescara oscurano le reti Fininvest, accusate di violare de facto il monopolio RAI sulle trasmissioni nazionali.

L’ondata veemente di proteste all’indomani dell’ordinanza, ritenuta incomprensibile dalla maggioranza del pubblico, ci fa capire il radicale mutamento intervenuto nella società italiana, che d’un tratto si sentì privata di un diritto fondamentale: il diritto all’intrattenimento. O meglio, il diritto a trasferire la propria esistenza e il vissuto emozionale dentro la programmazione televisiva, un film, una soap-opera o un gioco a quiz.

Se consideriamo che solo qualche anno prima le grandi proteste assumevano la forma – massificata, novecentesca – della grande manifestazione di piazza o dello sciopero per rivendicare diritti fondamentali, si capisce come la televisione stesse intervenendo geneticamente sul DNA della società, frammentandola e chiudendola nel salotto di casa sotto l’occhio ipnotico del tubo catodico – come Cronenberg aveva comprovato giusto un anno prima.

In questo contesto anche la musica rock segue un percorso analogo, attraversando faticosamente quegli anni ’80 in cui è relegata a seminagione sottotraccia per raccolti a venire.

Secondo la nostra libera interpretazione il Secolo breve si chiude simbolicamente il 5 aprile del 1994 con la morte di Kurt Cobain: con lui si estingue un intero corpo (solido) di rock novecentesco.

Perché a ben guardare il grunge è stato certamente la sintesi definitiva e l’ultimo grande sussulto – in termini di dimensione del fenomeno e incidenza sull’immaginario – di un certo tipo di rock: quello solido per l’appunto, riemerso dagli scantinati come reazione a un decennio di pop disimpegnato e perlopiù artificioso, inscatolato e sparato nell’etere dalle grandi catene televisive sotto forma di videoclip.

Rock solido poiché strutturato intorno alla triade chitarra/basso/batteria; fruito su supporti tangibili come lo erano il vinile, la musicassetta o il CD audio; concepito in comunità ben definite, quartieri cittadini e locali; diffuso al grande pubblico nei negozi di musica o dai network radio-televisivi di massa.

In questo senso possiamo affermare che le più influenti band del periodo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 quali Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden, Sonic Youth, R.E.M. e Hüsker Dü, hanno rappresentato per la X Generation ciò che Beatles, Stones, Zeppelin, Grateful Dead e Byrds sono stati per i baby boomers. Tutte con uno sguardo nostalgico al periodo aureo del rock a cui erano invidiate innocenza, vitalità primigenia e in fin dei conti una certa disposizione alla speranza e fiducia nel progresso; il tutto filtrato dall’esperienza punk che ne uccideva gli aneliti e virava la delusione in rabbia; compendiato alla fine in una miscela che ha chiuso e battezzato il ventesimo come il Secolo del Rock.

Nel 1994 anche la politica cessa ufficialmente di essere solida e compattata dai vecchi blocchi ideologici: comincerà a liquefarsi fra umori di popolo e appetiti consumistici individuali, in totale balìa di media, strateghi del marketing e di chi saprà meglio interpretare e parlare alla pancia della società.

Succede ancora una volta in Italia, paese in cui la politica novecentesca non può sopravvivere al mutato scenario internazionale; lo sfaldamento e il rimodellamento del sistema dei partiti porterà Silvio Berlusconi a fondare un movimento politico la cui ragione sociale fa appello alla passione degli italiani per la nazionale di calcio, facendogli vincere le elezioni del 28 marzo 1994 (otto giorni prima della morte di Cobain). Un insieme congiunto di fattori condurrà a quell’esito, non ultimi i sentimenti di protesta e antipolitica – oggi diremmo populisti – scaturiti dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli nonché la posizione di Berlusconi quale proprietario del più grande network televisivo privato presente in Italia.

In quel 1994 un insieme di eventi si sviluppa sotto la luce al fosforo del mezzo televisivo, giunto al suo apogeo di splendore e potere. E così l’annus distopicus orwelliano slitta di una sola decade, rivestendosi di nuovi significati: non più controllore centralizzato e totalitario come nei peggiori scenari prodotti o immaginati nel periodo solido della modernità, il Grande Fratello diventa dispensatore illimitato di informazione libera, ottenendo il medesimo risultato su spettatori vittime di un bombardamento che ne annulla le possibilità critiche.

“Quando tutto è informazione, allora non c’è più informazione” ci dice Jean Baudrillard, che metterà per iscritto le sue riflessioni sul nuovo modello di realtà clonata dai media pubblicando l’anno successivo il saggio Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?. Per ironia del destino, il sociologo francese era probabilmente ignaro che proprio allora il media televisivo stava per cominciare la sua parabola discendente e la catena alimentare tecnologica vedeva nascere un nuovo predatore: la rete si apprestava a fare il suo esordio a livello di massa, dopo che nell’aprile del 1993 il CERN decise di mettere il World Wide Web a disposizione di tutti rilasciandone il codice sorgente in pubblico dominio.

Dal 1994 in avanti ogni sorta di gabbia verrà scardinata, le categorie tradizionali dissolte e i confini cancellati con un modus operandi non dissimile a quello della globalizzazione dei mercati.

La rivoluzione digitale stravolgerà il modo di concepire e fruire la musica, moltiplicando all’infinito mezzi e canali di ascolto, offerta musicale e visibilità degli artisti.

La politica affilerà le armi del marketing diventando un desk di lavoro per i professionisti dei sondaggi; subirà al contempo una malcelata retrocessione a “tecnica amministrativa”, avendo ormai rinunciato al dialogo con la filosofia e perso la capacità di interpretare il presente in termini culturali.

Da ultimo, i social media porteranno a maturazione il processo spingendoci esattamente dove ci troviamo ora: solo venti minuti prima del futuro.

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