Waking Life: un viaggio filosofico animato tra sogno e realtà

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“Sei un sognatore?”
“Si.”
“Ormai non se ne vedono quasi più. È un periodo duro per i sognatori. Dicono che il sogno è morto.
Che nessuno sogna più. Ma non è morto, è solo stato dimenticato”.

Può riuscire un film low budget a costruire una discussione filosofica sull’esistenza umana e catturare completamente l’attenzione dello spettatore fino a confonderlo come parte integrante della trama? Se il film si chiama Waking Life, la risposta è sicuramente si.

Scritto e diretto da Richard Linklater nel 2001, questo straordinario film d’animazione è un surreale viaggio d’esplorazione sulle teorie della coscienza e della realtà, all’interno del quale vita e sogno si confondono tra loro alimentandosi a vicenda e suscitando una serie di dialoghi e monologhi che obbligano lo spettatore a riflettere sui grandi temi di dibattito della filosofia, della società e della vita. Dall’esistenzialismo di Sartre all’autolesionismo e all’alienazione dalla società, dai principi del Buddismo al determinismo e all’esplorazione del sogno, Waking Life permette allo spettatore di tuffarsi in tantissimi temi di riflessione con chiarezza e pragmatismo cercando di esplorare il significato dell’esistenza umana in tutte le sue declinazioni.

Il tema principale dell’opera è sicuramente il sogno e in particolare quello lucido che, partendo dalla definizione di Stephen LaBerge, scienziato all’università di Stanford e fondatore del Lucidity Institute, sottintende “il sognare sapendo di stare sognando”. Il “sognatore lucido”, detto anche onironauta, può, con la pratica, esplorare e modificare a piacere il proprio sogno e dialogare apertamente con il proprio subconscio.

Le interpretazioni dei temi e delle discussioni proposte sono ovviamente molto variabili in base alla personalità e alla propria forma mentis, ma il film segue una linea abbastanza nitida che vede rappresentata nel protagonista sconosciuto la figura del pubblico e dell’individuo che si affaccia a questo nuovo mondo, cercando di rispondere ai principali dubbi che si creano nella mente della persona che affronta per la prima volta il sogno lucido. Non è infatti casuale la scelta del Rotoscope come tecnica di animazione, in quanto il movimento costante dell’inquadratura e la continua metamorfosi di linee e forme delle immagini trasposte ricorda visivamente il mondo dei sogni, dove anche le cose più strane possono accadere e tutto per noi sembra normale e ordinario, in quanto tutto è fluido e instabile e tuttavia appare vero e coerente.

Linklater dunque dà fiato ad una serie di riflessioni sull’esistenza ma anche sulla società in cui viviamo, criticando aspramente l’ideologia occidentale del ventesimo secolo, ispirato sicuramente anche dall’opera di Orwell per quanto riguarda il controllo della società e le possibili derive distopiche. La ricerca della propria libertà e della propria consapevolezza deve partire da una severa analisi dei condizionamenti culturali e sociali che devono essere riconosciuti e spazzati via per permettere un nuovo cammino all’umanità nel suo insieme.

In Waking Life è molto importante la teoria del situazionismo di Guy Debord e Raoul Vaneigem, la quale vede la moderna società dei consumi come una società dello spettacolo in cui i nostri sé sono assorbiti dai divertimenti di massa forniti da film, TV, musica pop, pubblicità e beni di consumo. L’autenticità è inghiottita dalla passività incoraggiata dall’assorbimento nello spettacolo, mentre il sistema economico è una produzione circolare di isolamento. Secondo questa corrente di pensiero, viviamo in un mondo così dominato dai beni di consumo che anche i nostri rapporti sociali sono mercificati e di conseguenza ci isolano dagli altri, permettendo esclusivamente di vivere in un mare di illusioni create dalla nostra infinita ricerca di beni: per Debord, siamo letteralmente “consumatori di illusioni”.

Uno dei principali messaggi di Waking Life è che la vita da svegli può essere intesa come un sogno di cui possiamo avere il controllo. Questo concetto, insieme alla riflessione sulla “nuova evoluzione”, frutto della commistione tra l’informazione analogica e quella digitale (ovvero delle neuroscienze, che permettono il connubio tra l’intelligenza artificiale e la biologia molecolare), secondo uno dei personaggi del film potrebbe generare una nuova tipologia umana, in cui non esiste una competizione tra gli individui a causa della collettività, ma solo una collaborazione tra uomini dotati di una nuova consapevolezza, che giungono a realizzare la propria potenzialità senza più limiti di spazio o di tempo.

Nel nuovo paradigma evolutivo, si spera di veder scomparire il parassitismo, il predominio, la moralità e le guerre e di offrire i tratti di un’umanità fondata sulla lealtà, sulla giustizia, sulla fede nelle idee, che porterà, di conseguenza, ad un’involuzione del vecchio concetto di evoluzione che si palesava esclusivamente attraverso l’adattamento sociale e la sottomissione alle leggi della collettività. Tutto si basa, sempre di più, su una nuova visione del mondo in cui non ci si limita più unicamente ai corpi e alla visione materialistica, ma si cerca di capire l’individualità, per comprendere cosa sia la libertà. Un richiamo e una rilettura importante nei confronti dell’Oltreuomo di Nietzsche ma con la consapevolezza della possibilità che vita e morte siano rinchiusi in un sogno.

“Quasi tutti i comportamenti dell’uomo e le sue attività in sostanza non sono diverse da quelle degli animali. Le più avanzate tecnologie e la nostra abilità artigiana ci portano al livello dei super-scimpanzé, non di più. In realtà la differenza fra, diciamo, Platone e Nietzsche e l’uomo medio, è maggiore di quella che esiste fra lo scimpanzé e l’uomo medio.”

Il film chiude con una seconda forte contraddizione: quella tra alienazione e inconscio collettivo. Come abbiamo detto, l’uomo nella società moderna vive in uno stato di alienazione dagli altri e in alcuni casi persino da se stesso tuttavia il film suggerisce la possibilità di una sorta di inconscio collettivo, rifacendosi al pensiero di Carl Gustav Jung. Secondo questa ipotesi, nei sogni ognuno di noi ha accesso alla inconscio collettivo del genere umano, una sorta di memoria genetica che potrebbe essere insita nel nostro DNA e che ci permetterebbe di oltrepassare i limiti di tempo e spazio in quanto semplici costrutti della nostra mente.

Seguendo questa teoria arriva il riferimento a Philip K. Dick e il suo rapporto tra realtà e coscienza: nel film viene raccontato un episodio sconcertante della vita dello scrittore che dopo aver scritto il romanzo Scorrete lacrime, disse il poliziotto conobbe delle persone reali che vivevano le stesse dinamiche del suo racconto e allo stesso modo scoprì di avere ripreso nella sua opera un passaggio della Bibbia con straordinaria somiglianza. Dick realizzò dunque che il tempo era un’illusione e Linklater si rifà a questa teoria per rimarcare la sua idea filosofica: viviamo in un momento sacro, in quanto vita e morte sono rinchiusi in un sogno, e il tempo non è che un’invenzione necessaria per permetterci di prendere consapevolezza della nostra essenza, intesa sia come coscienza che come esperienza di vita.

“Il nostro pianeta deve affrontare i problemi enormi di sempre, perciò non annoiarti mai, questo è in assoluto il periodo più eccitante in cui possiamo trovarci a vivere, ed è soltanto l’inizio”.

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