Jim Jarmusch, RZA e il Samurai nero: Ghost Dog e il cinema concettuale

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“Di certo non c’è altro che il particolare scopo del momento presente. Tutta la vita di un uomo è fatta di momenti che si susseguono. Chi sa comprendere pienamente il momento presente, non dovrà fare altro, ne dovrà porsi altri scopi.”

Jim Jarmusch non è un regista di film. Jim Jarmusch è un fabbricante di situazioni. In Ghost Dog, il suo film del 1999 nominato per la Palma d’Oro al Festival di Cannes, gli accadimenti rappresentano la cosa meno importante. Sono solo un pretesto per mostrare le sfumature del mondo moderno e per voltare pagina, passando a un nuovo foglio bianco da riempire con i contenuti veri. E i contenuti veri sono i personaggi, la fotografia, le ambientazioni, la filosofia.

“Secondo gli antichi, una decisione andrebbe presa nello spazio di sette respiri. È necessario essere determinati e avere il coraggio di gettarsi al di là dello steccato.”

Anche la musica, perché no. Per un film che intendeva mettere insieme gangster moderni e antica sapienza orientale, Jim Jarmusch sceglie RZA per comporre la colonna sonora originale. E il rapper newyorkese capisce subito l’antifona: la musica non deve abbagliare come fuochi d’artificio in una notte stellata. Deve essere un accompagnamento. Uno sfondo morbido che fluidifica l’azione. Eppure è la musica uno dei protagonisti principali del film. Ci pensa il montaggio e le intenzioni di Jim Jarmusch a renderla tale, al suo solito modo: generando le situazioni che la valorizzano. Un furto d’auto non è nulla di interessante, ma se una volta alla guida tiri fuori un cd e lo metti nel lettore, lasciando che la musica riempia la notte sullo sguardo perso dell’uomo alla guida, ecco che d’improvviso è più che un semplice furto auto. Lo stesso per un piccione che vola nel cielo limpido, o per l’allenamento di un samurai nero sui tetti sporchi dell’America contemporanea.

“Chi colpisce il nemico sul campo di battaglia è come il falco che si avventa su un uccello: sebbene nello stormo se ne contino migliaia, il falco non presta attenzione a nessun uccello, se non a quello che ha puntato per primo.”

Ma c’è un’altra cosa che Jim Jarmusch ama, una presenza costante nei suoi film: l’arte del rappresentare il confronto degli opposti. Un confronto che non è mai distruttivo, ma che mira a esaltare le caratteristiche di ogni parte, pur tuttavia facendo in modo che ognuno ottenga nuovi elementi dall’altro. In Ghost Dog abbiamo un conflitto apparente (quello tra la vita di un mercenario nero assoldato dalla mafia e lo spirito dei samurai giapponesi che vive dentro di lui), un altro evidente (quello tra la fedeltà di principio delle sue azioni e l’incoscienza caricaturale della mafia americana) e una spettro di elementi eterogenei che arricchiscono l’azione: non si può mischiare filosofia orientale, cultura rap, letteratura e malavita in un unico film senza farne un pastrocchio inesplicabile. Non se non fai di nome Jarmusch.

“Si dice che ciò che siamo soliti definire ‘lo spirito di un epoca’ sia una cosa a cui non possiamo tornare. Il fatto che questo spirito tenda gradatamente a dissiparsi è dovuto all’approssimarsi della fine del mondo. Pertanto, sebbene coltiviamo il desiderio di riportare il mondo contemporaneo allo spirito di cento o più anni fa, ciò non è possibile. Per questo motivo, è importante che da ogni generazione si tragga il meglio.”

Lui invece ci riesce. E il motivo è semplice: con Jarmusch non assisti mai a un semplice film. La sua è l’arte di far evolvere i concetti astratti tramite immagini reali. È puro pensiero tradotto in elementi audiovisivi. Se l’oggetto della tua creatività è il pensiero, hai a tua disposizione una flessibilità senza fine. Puoi evolverti, sfumare, saltare passaggi necessari, liberare gli effetti del tuo eclettismo. Puoi generare un flusso in cui si passa dal freestyle hip hop di un gruppo di giovani neri americani in un parco alle immagini di un cartone animato in bianco e nero che descrive ciò che sta per accadere nel film, passando per la citazione di un passaggio del codice etico del Samurai giapponese, proveniente dal diciottesimo secolo e descritto nel libro Hagakure che riempe spesso lo schermo col suo testo. E puoi farlo senza che la continuità venga interrotta. Perché non è un film quello a cui stai assistendo. È un esercizio concettuale. Astrattismo trasportato sullo schermo. Non è sangue quel che scorre dentro e fuori dai corpi dei personaggi di Ghost Dog. È conoscenza.

“Nella regione di Kamigata è diffuso una specie di cestino da pranzo intrecciato che si usa un solo giorno, nelle passeggiate campestri. Al ritorno i gitanti se ne liberano calpestandolo. La fine è importante in tutte le cose.”

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