Syd Barrett: il diamante pazzo della psichedelia e la vita fuori dallo showbiz

“Retired musician”. Nel certificato di morte si legge questa definizione sulla casella che si riferiva all’occupazione del soggetto. Syd morì il sette luglio 2006 nella sua abitazione, in cui era rientrato da circa una settimana dopo un mese in ospedale a causa del suo cancro al pancreas. Nonostante i problemi di salute (derivati anche dal diabete ed ulcera), era riuscito a mantenersi stretta la sua privacy, di cui giustamente andava geloso.

Il suo ultimo concerto risale al 1972, quando a Cambridge cercò di mettere in piedi una band di nome “Stars” che, nonostante il moniker, si rivelarono in realtà più una meteora. Mentre i residui tentativi musicali riguardarono le session del 1974, quando Peter Jenner convinse il chitarrista a tornare agli Abbey Road Studios per riprendere in mano la sua carriera solista. Il progetto (fin troppo) ottimistico si prefiggeva di incidere tutto in tre giorni: nel primo la chitarra, nel secondo gli altri strumenti e ne terzo le parti vocali. Realisticamente non si andò oltre qualche sovraincisione di basso e chitarra, Syd tardò ad arrivare nel secondo giorno, presentandosi successivamente con un’ acustica senza corde. Sistemato il problema grazie al contributo di Phil May dei The Pretty Things, Barrett ricominciò a dare segni di insofferenza , lasciando il produttore Peter e il tecnico del suono John Leckie senza molte possibilità se non quella di assemblare quel poco che c’era. La Emi, ancora detentrice formale dei diritti sull’artista, era interessata ad ottenere del materiale da offrire in pasto all’audience, considerando che nel frattempo il successo dei Pink Floyd cresceva a dismisura, ma tutto quello che si trovò tra le mani è questo bootleg di 11 demo di assoluta vaghezza. Il critico musicale Phil Smee, tra i pochi ad aver sentito materiale aggiuntivo di quella session, parlò di sensazioni simili all’udire un bimbo che imbraccia la chitarra per la prima volta e la strimpella un po’ mentre mormora a tratti.

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Il mood descrittivo non è lontanissimo dal resto della sua fascinosa carriera solistica, se non fosse che stavolta, con tutta probabilità, stiamo ascoltando un performer che non vorrebbe essere lì o forse nemmeno è conscio di esserlo. Con la sua musa era probabilmente andata via anche ogni volontà musicale. Nella stessa estate Storm Thorgerson (celebre artista concettuale dietro molti artwork dei Pink Floyd e non solo) aveva provato a persuadere Syd al fine di fare qualche foto per promuovere la sua discografia solista, ma lui aveva persino rifiutato di aprire la porta. E quando più tardi alcune formazioni punk chiesero il suo contributo in cabina di regia (come l’esordio dei Sex Pistols e The Damned per il loro secondo disco), la risposta fu la medesima. A parte la storica visita ai suoi ex compagni musicali nelle session di Wish You Were Here, non ci fu modo di rimetterlo all’opera. Il suo volersene stare sulle sue non aveva in realtà molto a che fare con relativi problemi psicologici. La sorella del musicista ci tenne a far presente che Syd mostrava progressi ed era più sereno rispetto all’instabilità degli ultimi periodi con la sua band. Semplicemente non voleva averne più a che fare dello showbiz.

Il contatto più recente (e probabilmente da episodio isolato) con quel mondo artistico lo ebbe nel 2002, quando autografò ben 320 copie della edizione deluxe (costo 800 euro, sold out immediato) di Psychedelic Renegades, meraviglioso libro fotografico di Mick Rock che lo ritraeva in numerosi scatti. Lo storico fotografo fu forse l’ultima persona di quella sfera mediatica ad incontrarlo. Mentre l’orbita della psichedelia musicale continuava a gravitare in parte sulle sue note di qualche decennio prima, lui non se ne curava. A stento vide il documentario che la BBC2 gli dedicò nel novembre del 2001, trovandolo “un po’ chiassoso”. Almeno così dice Rosemary, la sorella probabilmente è stata la figura più vicina a quel Barrett, immerso in attività di giardinaggio e a dipingere grandi quadri. Raffigurazioni che non di rado bruciava dopo averle fotografate. Perché per lui era importante il poter dare sé stesso su tela, il prodotto era secondario, lo immortalava a volte per farlo vedere alla sua parente e basta. Aveva smesso con gli stessi concerti perché, per lui, l’esibirsi assomigliava al ricevere la commissione per un quadro. Inoltre non ascoltava più granché di Rock, bensì Jazz, e aveva una passione particolare soprattutto per Thelonious Monk e Charlie Parker.

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La copertina di Psychedelic Renegades

Al Mirror, Rosemary narrò la giornata tipo che conduceva il fratello: “Si alzava tardi, faceva colazione con uova e pancetta, saliva in bici e faceva un giro per supermercati. Dove comprava molte cose di cui non aveva bisogno ma che magari lo colpivano per i colori o il fare scintillante”. A questo punto qualcuno si immaginerebbe chissà che dettaglio oscuro o introverso, figlio di una figura che noi abbiamo praticamente cristallizzato decenni prima, in realtà il racconto prosegue con lui impegnato in articoli “fai da te” e ad acquistare vernice e compensato a grandi quantità. Considerando infine che non guardava praticamente mai la TV, potremmo iniziare a riflettere su come potremmo definirci più “strani” di quanto lo fosse lui, semmai. Infatti, per quanto la figura leggendaria di Syd rimarrà ancorata alla sua nomea di diamante pazzo negli sregolati atteggiamenti con i Pink Floyd e in composizioni eccellenti di Lo-Fi solista, sarebbe anche bello ventilare l’ipotesi che Barrett abbia successivamente ripreso in mano parte della sua vita e si sia goduto il resto della sua esistenza in maniera libera, come lo era la sua musica.

A tal proposito vien spontaneo parafrasare la frase “Have You Got It Yet?”, titolo di bellissimo confanetto/bootleg creato dai fan in maniera del tutto gratuita, che racchiude una serie generosa di chicche della breve ma intensa carriera dell’artista. Una umile alternativa al box The Early Years 1965-1972, o meglio, la sua versione anticrisi, per godere piccole, piacevolissime ed effimere nuvole di musica. Semplici, come il suo autografo nelle sopracitate copie del libro di Mick Rock, dove si firmava solamente “Barrett”. Sette leggerissime lettere e nient’altro.

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4 comments

  1. Alla fine succede così. Il mondo è qualcosa di troppo diverso da te, e viverci dentro è una tortura. Ci si esilia e si mette una lunga distanza perchè la musica non salva da certe tragedie e dalle malattie interiori. La morte è l’inizio.

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