Paolo Villaggio, uno di noi

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Paolo Villaggio verrà ricordato come l’unico (al pari di Totò) in grado di creare nel cinema italiano una maschera con cui veniva identificato e che non lo abbandonerà più: quella del ragioniere Ugo Fantozzi e della sua tragicomica vita impiegatizia. Ad accomunarlo al grandissimo comico napoletano anche la poca considerazione di certa critica, che sommariamente aveva deciso che quello non era cinema, semmai scenette per far ridere la pancia degli italiani.

Ma l’analisi sociale compiuta da Paolo Villaggio (prima nei suoi spettacoli di cabaret, poi nei libri e nei film), è stata assolutamente geniale e illuminante e ha tracciato un identikit pressoché definitivo sul mestiere spersonalizzante e umiliante dell’impiegato medio italiano (figura ormai degna dei migliori paleontologi, con la crisi vigente). Le risate generate dalle disavventure di Fantozzi, ultima ruota del carro sociale e semplice numero per i suoi superiori che ne storpiano il nome con disprezzo, lasciano un retrogusto amaro, amarissimo, perché quello che capita a lui non è molto lontano da ciò che viviamo o potremmo vivere. La sua condizione di frustrazione racchiude in sé la mediocrità, la sottomissione consapevole e vissuta nell’accettazione di una condizione sociale servile, che il boom dei primi anni sessanta ha fatto illudere fosse finita.

Fantozzi non è mai padrone della propria vita, ma subisce continuamente le scelte dall’alto, venendo costretto da qualche Mega Direttore Galattico a partecipare a situazioni scomode e lontane dai suoi standard. È inadeguato alla vita per natura e questo fa ridere, perché tutti pensiamo, dandoci di gomito, che assomigli a questo o a quell’altro, non ritenendo che forse parli anche di noi. Se da piccoli ridevamo alle urla disumane di Fantozzi dopo la martellata di Filini o ai devastanti salti sulla bicicletta “alla bersagliera”, con il tempo qualcosa è cambiato e rivedendo con uno sguardo più adulto la saga fantozziana, non si puo’ non restare con il sorriso spento per la sconfitta del ragioniere dopo l’unico moto d’orgoglio contro l’ennesima visione della Corazzata Potëmkin.

Fantozzi dopo i primi film di Luciano Salce (privi di una vera trama, ma capaci di rendere sul grande schermo le disavventure letterarie del ragioniere) perde piano piano la sua presa dirompente e scema verso una ripetizione stanca, che ne distrugge la solidità della scrittura di Villaggio in favore di un macchiettismo che poco ha a che fare con il personaggio ispirato alla novelle di Gogol.

Paolo Villaggio aveva continuato a interpretare varie pellicole e a segnare il box office per tutti gli anni ’80, ma il suo personaggio veniva comunque riproposto nelle pellicole con sfumature via via sempre più caricaturali. Vennero I Pompieri, Le Comiche, Scuola di Ladri, dove la sua caratura d’attore veniva messa a disposizione a volte di storie probabilmente poco degne. Poi, ci fu l’occasione di lavorare con Federico Fellini e ne La Voce della Luna tirò fuori un’interpretazione che riscosse plausi generali e un David di Donatello, tributato ex aequo con il suo amico Gian Maria Volonté.

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Paolo Villaggio e Roberto Benigni ne La Voce Della Luna (1990)

Di amici, appunto, ne ebbe pochi, ma buoni. Fu grande amico di Fabrizio De André (con cui scrisse Carlo Martello Ritorna dalla Battaglia di Poitiers) e con cui negli anni giovanili visse una breve esperienza come intrattenitore sulle navi da crociera: Faber (a suo dire) dilaniava le orecchie dei ricchi in prima classe, mentre lui provava a farli divertire con giochi di dubbio gusto. Il legame con Vittorio Gassman fu lungo e soprattutto vissuto nella maturità: fatto di rispetto e di complicità, veniva ricordato da Villaggio con commozione, perché Gassman, soprattutto verso la fine, era tutt’altro che un mattatore e si lasciava prendere da una malinconia che inteneriva. Ugo Tognazzi, invece, era preda dei suoi scherzi e messo alla berlina per i suoi gusti eccentrici in fatto di cucina: nelle famose cene dei dodici apostoli, organizzate per gli amici, Villaggio si divertiva a umiliarlo e a raccontare poi le schifezze che l’attore cremonese serviva.

Aveva uno sguardo lucido e sfrontato versò l’Umanità, cui non perdonava niente (come forse neanche a sé stesso) e sarcasticamente ne metteva in luce le bassezze quotidiane e le vergogne infinite. Odiava la vecchiaia, che si insinua ferocemente e silenziosamente nell’uomo fino a farlo crollare di schianto e a renderlo inutile. Non sopportava i cedimenti strutturali, l’appannamento della memoria e la finta accondiscendenza dei giovani verso gli anziani: sosteneva infatti che i vecchi si comportino spesso da carogne nei confronti di chi ha tutta la vita davanti e che si vestono da grandi saggi, ma sotto sotto godono nel vedere i giovani cadere.

Amava dire di essere stato a lungo invidioso: nei suoi libri e nelle sue interviste si lasciava andare spesso all’esaltazione di quel vizio capitale che tutti noi cerchiamo di soffocare e nascondere, ma che per lui non era un sentimento di cui vergognarsi, perché la nostra società ci porta fisiologicamente a desiderare l’ostentazione del successo, senza necessariamente viverlo davvero. Probabilmente il Paolo Villaggio privato non era una persona facile, ma chi potrebbe dire di esserlo dopo aver venduto milioni di libri, segnato la lingua italiana con neologismi, riempito cinema per decenni e aver consegnato alla storia una maschera tragica e grottesca come quella di Fantozzi?

fantozzi

Nei suoi racconti personali sembrava essere più vicino a personaggi ignobili come Ugo Maria Volpone o la Belva Umana (talmente cattivo da rubare il lasciapassare per il Paradiso all’ingenuo Fracchia), che forse amava maggiormente interpretare rispetto a Fantozzi o Fracchia stesso.

Il suo ricordo più caro fu l’assegnazione del Leone d’oro alla carriera nel 1992: il trionfo accanto alla moglie e agli amici fu un episodio che ricordava sempre come uno dei più emozionanti di sempre.

Disse una volta che al suo funerale avrebbe voluto in prima fila il Papa e il Presidente della Repubblica. Forse scherzava o forse era serio, con quel suo gusto per la provocazione che la tarda età aveva addirittura accentuato. Probabilmente non andrà così, ma forse auspicare la presenza del Vescovo di Roma era solo un modo furbo per ottenere il lasciapassare per il paradiso senza doverlo per forza rubare per una volta al povero Fracchia.

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(Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Rock’n’Blog e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione)

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