The Irishman: analisi e storia del film di Martin Scorsese

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di The Irishman di Martin Scorsese, svelandone i significati, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Da giovane, Frank Sheeran credeva che tinteggiare i muri delle case fosse compito esclusivo degli imbianchini e non immaginava che un giorno lo avrebbe fatto anche lui, seppure in modo molto diverso rispetto al significato comunemente attribuito al termine.

I Heard You Paint Houses: Frank “The Irishman” Sheeran and Closing the Case of Jimmy Hoffa è il titolo di un saggio pubblicato nel 2004 da Charles Brandt, avvocato, detective e scrittore di grande fama negli Stati Uniti, basato sulle confessioni in punto di morte fatte allo stesso Brandt da Frank Sheeran, noto negli ambienti malavitosi della Pennsylvania come “l’Irlandese” (1920-2003). Appena pubblicato, il libro di Brandt viene letto da Martin Scorsese, che con le storie di gangster ha toccato i punti più alti della sua straordinaria carriera di cineasta, il quale decide all’istante di trasformarlo in un film. L’opera, che vede la luce dopo quindici anni e innumerevoli battaglie coi finanziatori, si intitola The Irishman ma, curiosamente, l’unica scritta che appare in apertura del film è proprio I Heard You Paint Houses, forse perché Scorsese è ben consapevole di quanto questa frase sia degna di entrare nella Storia del Cinema. Il termine “Paint houses” infatti non si riferisce all’antico e nobile mestiere dell’imbianchino (tra l’altro praticato nella realtà dal padre di Sheeran), perché in The Irishman i muri delle case non vengono imbiancati dalla vernice, ma piuttosto imbrattati dagli schizzi del sangue delle persone uccise a sangue freddo da Sheeran, veterano della Seconda Guerra Mondiale, autotrasportatore, leader sindacale e, dulcis in fundo, spietato sicario al soldo della potente famiglia mafiosa dei Bufalino.

La trama

L’apertura di The Irishman sembra già gridare a pieni polmoni che Scorsese è l’unico sopravvissuto alla New Hollywood che non ha perso neanche un grammo del vecchio smalto. Siamo all’interno di una casa di riposo della Pennsylvania, tra la fine degli anni novanta e i primi duemila: sulle note della bellissima In the Still of the Night dei The Five Satins, un lungo piano sequenza tipicamente scorsesiano ci svela l’interno dell’edificio, sorpassa due simboli religiosi (una statua a destra dell’inquadratura e un prete, intento a confessare, sulla sinistra), entra in una sala e svela lentamente un anziano Frank Sheeran (Robert De Niro), ormai ridotto su una sedia a rotelle, che appena ottiene il primo piano rompe la quarta parete ed inizia a raccontarci la storia della sua vita, con quella fusione tra fiction e documentario che il regista italoamericano ama tanto utilizzare.

A questo punto occorre precisare che tutto quello che vediamo in The Irishman è basato sulle “confessioni” di Sheeran raccolte da Brandt: di alcuni fatti in seguito narrati non esistono al momento riscontri ufficiali al di fuori della parola dell’Irlandese. Frank è (c’è bisogno di dirlo?) un loser, che da bambino ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze della Grande depressione e da ventenne è stato arruolato per combattere nel conflitto più sanguinoso del ventesimo secolo. Durante le sue missioni in Italia, nella Francia meridionale e in Germania, Frank ha conosciuto la vera violenza partecipando a numerosi crimini di guerra, che consistevano principalmente nel massacro di prigionieri e di soldati nemici già pronti ad arrendersi.

Tornato alla vita civile nei pressi di Philadelphia, Frank comincia a lavorare duramente come autotrasportatore, diventando immediatamente membro della International Brotherhood of Teamsters guidata dal famigerato Jimmy Hoffa. Dopo aver messo su famiglia Frank comincia ad avere bisogno di soldi extra per garantire un tenore di vita migliore alla moglie e alle sue bambine: i primi “lavoretti” illegali che compie avvengono per conto del mafioso e usuraio Felix “Skinny Razor” DiTullio (Bobby Cannavale) e consistono nel furto dei pezzi di carne di prima qualità che Frank stesso trasporta abitualmente per lavoro e che (con la complicità di dipendenti corrotti) riesce a rivendere a DiTullio. “Lavoro duramente per loro quando non li derubo”. Quando viene accusato di furto dai datori di lavoro (senza prove concrete, se non il fatto che poteva essere stato soltanto lui), Frank è assistito nel processo dall’avvocato Bill Bufalino (Ray Romano) che riesce incredibilmente a farlo assolvere. Bill è cugino di Russell “The Old Man” Bufalino (Joe Pesci, che non aveva ruoli indimenticabili al cinema da tanto tempo e che è un grande piacere rivedere in forma come sempre), che Frank aveva già conosciuto per puro caso alcuni mesi prima.

Russell è, insieme ad Angelo “The Gentle Don” Bruno (Harvey Keitel, secondo attore feticcio di Scorsese, protagonista del suo primo film Chi sta bussando alla mia porta? e del suo primo capolavoro Mean Streets), il più importante boss mafioso del Nord-Est della Pennsylvania: quando durante una cena scopre che Frank capisce e riesce anche a parlare l’italiano, Russell prende immediatamente in simpatia il nuovo bravo ragazzo e futuro amico. Dopo aver commesso una leggerezza che gli costa quasi una condanna a morte da parte di Angelo (sventata solo grazie all’intercessione di Russell), Frank comincia ufficialmente a “tinteggiare case” per conto del suo padrino e salvatore. Memore dell’esperienza fatta in guerra contro i soldati tedeschi, Frank diventa in brevissimo tempo il braccio armato della famiglia Bufalino: pur essendo un esecutore che non partecipa direttamente agli affari economici della famiglia, Frank diventa col tempo sempre più importante nella vita di Russell che, tra un omicidio e l’altro (le pistole vengono sempre gettate nei fiumi, accumulando un vero e proprio arsenale sul fondo), si confida sempre più spesso con lui (oltre a frequentare abitualmente la sua famiglia).

Il momento della svolta arriva qualche anno dopo quando, consapevole della sua militanza nel Sindacato, Russell decide di inviare Frank a Chicago, in aiuto niente meno che di Jimmy Hoffa (Al Pacino, alla sua prima collaborazione con Scorsese, che colma un vuoto che doveva obbligatoriamente essere riempito), l’uomo più potente d’America dopo il Presidente (“negli anni cinquanta era famoso come Elvis, negli anni sessanta come i Beatles”), per il quale Frank comincia a risolvere a modo suo una lunga serie di problemi relativi alla lotta interna ai Teamsters e a quella esterna coi leader di altri sindacati. È qui che, dopo la lunghissima introduzione, comincia la parte più importante della vita di Frank Sheeran: da un lato l’Irlandese rimane fedelmente ancorato a Russell e alle sue attività, dall’altro inizia anche una carriera ai piani più alti del Sindacato e una profonda amicizia (allargata alle rispettive famiglie) con Jimmy, che oltre ad usarlo regolarmente per gli affari più sporchi della sua attività (che comunque garantiva assistenza sanitaria, fondi pensione e numerosi diritti per oltre un milione di lavoratori americani) decide col tempo di fargli fare carriera nei Teamsters, garantendogli la sua elezione alla presidenza della fondamentale Sezione 326 dell’Unione.

A questo punto il film inizia a mostrare i pericolosi intrecci di potere tra mafia, politica e sindacati: le famiglie mafiose sono interessate all’elezione di John. F. Kennedy (profondamente osteggiato da Hoffa, che dona mezzo milione preso dal fondo comune dei Teamsters alla campagna di Richard Nixon) alla Casa Bianca, per la quale si prodigano con molto impegno, dal momento che Kennedy si impegna a rovesciare il regime di Fidel Castro a Cuba, sgombrando il campo alle famiglie interessate a riprendere i vecchi affari perduti a L’Avana (impossibile non pensare a una delle parti più belle de Il Padrino – Parte II). Kennedy si rivela però un problema non indifferente fin da subito: nomina suo fratello Robert (Jack Huston) Procuratore Generale degli Stati Uniti e quest’ultimo comincia ad indagare a fondo sul rapporto tra Hoffa, il suo sindacato e i suoi numerosi legami con la mafia, minacciando di distruggere l’impero di potere occulto costruito nel corso di tanti anni.

Questo fatto, unito al disastroso fallimento dell’invasione della Baia dei Porci del 1961, alla quale Frank prende indirettamente parte trasportando le armi consegnate ai ribelli, fa capire ai Boss di buona parte degli Stati Uniti che Kennedy ha voltato loro le spalle. Quando il 22 novembre 1963 il Presidente viene assassinato a Dallas, le uniche parole di Jimmy Hoffa, che si rifiuta di partecipare al funerale, sono: “Ora Bobby Kennedy è solo un avvocato”, ma l’aver perso il suo principale accusatore non riuscirà comunque ad evitargli di finire in prigione poco tempo dopo, con l’accusa di corruzione.

Gli anni del carcere segnano l’inizio del declino di Hoffa: i suoi rapporti con l’ex amico, ora rivale nel Sindacato, Anthony “Tony Pro” Provenzano (Stephen Grahm), caporegime della famiglia mafiosa dei Genovese, degenerano sempre più fino a sfociare in una vera e propria guerra personale tra i due, mentre Frank non può fare nulla di concreto per aiutare l’amico. Poco dopo l’uscita di prigione di Jimmy (avvenuta per grazia presidenziale di Richard Nixon), Frank raggiunge l’apice della propria carriera sindacale e criminale ricevendo prima un premio speciale per la sua attività nei Teamsters e poi, soprattutto, lo status di “intoccabile” per volere di Russell, che col suo gesto rende Frank potente quanto un padrino, pur non essendo capo di alcuna cosca. All’ascesa di Frank corrisponde la caduta rovinosa di Jimmy: ormai accecato dall’ambizione e determinato a recuperare il comando perduto dei Teamsters e a non cedere nulla di fronte al potere crescente dell’odiatissimo Tony Pro, Hoffa è disposto persino a sfidare apertamente la mafia pur di raggiungere i suoi obiettivi, ignorando l’ordine definitivo di ritirarsi ed andare in pensione.

Frank fa il possibile per fare ragionare l’amico e prova persino ad intercedere con Russell, ma la risposta che riceve è perentoria: “Se questa gente può uccidere un Presidente, può uccidere anche il presidente di un sindacato”.  Il tentativo di far ragionare Jimmy non funziona e così, suo malgrado, Frank si ritrova coinvolto in qualcosa che non avrebbe mai voluto fare: con la scusa di un viaggio dalla Pennsylvania all’Ohio, dovuto al matrimonio della figlia di Bill Bufalino, Frank viene inviato da Russell nel Michigan, per la precisione a Bloomfield, presso il ristorante in cui Jimmy ha fissato un appuntamento di riappacificazione con Tony Pro e lo stesso Russell, per il quale pretende la presenza di Frank (ormai l’unico amico fidato rimastogli). Grazie a un inganno, nel quale è coinvolto anche il figlio adottivo di Jimmy, Chuckie O’Brien (Jesse Plemons) e riuscito solo grazie alla presenza di Frank, Hoffa viene trasportato dal luogo pubblico fissato per l’incontro ad una casa privata a Detroit, poco lontano da lì. Giunti alla casa, che in realtà è vuota, Frank uccide Jimmy con due colpi di pistola alla testa, appoggia l’arma sulla schiena del cadavere e torna all’aereo che lo riporta a Port Clinton in Ohio, dove Russell lo aspetta, mentre quella stessa notte il cadavere di Jimmy verrà fatto cremare in gran segreto dando il via ad uno dei più grandi cold case del secondo dopoguerra americano.

La morte di Jimmy Hoffa è uno degli ultimi atti dell’intera generazione criminale descritta in The Irishman: di lì a pochi anni, tutti gli uomini coinvolti a vario grado nell’uccisione di Jimmy finiranno in carcere (Frank compreso) per i più disparati motivi, nessuno riguardante il noto sindacalista. Dopo essere stato ripudiato definitivamente dalla figlia Peggy (Lucy Gallina da bambina, Anna Paquin da adulta), che voleva bene allo “zio” Jimmy e detestava la vita criminale del padre e le sue frequentazioni, Frank passa alcuni anni in carcere con Russell, prendendosi cura dell’amico ormai gravemente malato (anche se in una scena è Russell a dire affettuosamente “mangia che cresci, figlio mio!” in dialetto siculo a Frank), che però nemmeno in punto di morte dimostra reale pentimento per quello ha fatto a Jimmy (“Era un brav’uomo, aveva una bella famiglia, ma ho preferito noi a lui. Fanculo”). Uscito di prigione, dopo la morte di tutti i suoi amici e “colleghi”, Frank passa gli ultimi anni di vita combattendo l’artrite e cercando conforto nella preghiera.

Nonostante siano passati anni e non ci sia più nessuno da proteggere, Frank continua a rifiutarsi di parlare ai federali che ogni tanto lo vanno a trovare per ottenere una confessione sul caso Hoffa: quando viene informato che il suo avvocato è morto, la sua reazione istintiva è chiedere “chi è stato?”, dal momento che la morte per cause naturali è un concetto abbastanza estraneo a lui. Il film si chiude con quello che, presumibilmente, è l’ultimo incontro di Frank (deceduto il 14 dicembre 2003) col parroco che fa visita alla casa di riposo, pochi giorni prima di Natale: finito l’incontro Frank chiede al prete di lasciare socchiusa la porta della sua stanza, com’era abituato ai tempi in cui doveva guardarsi costantemente le spalle.

L’interpretazione del film

Giunto a settantasette anni d’età, nello stesso anno in cui festeggia anche cinquant’anni di carriera al cinema, Scorsese corre uno dei rischi più grandi della sua carriera con un film che, giocando sullo stesso terreno delle sue opere più amate e riprendendo alcuni gli attori più importanti della sua storia, rischiava di scomparire o comunque di apparire fiacco (ricordiamo l’amara lezione di Francis Ford Coppola con Il Padrino- Parte III) se accostato ad opere che hanno segnato permanentemente lo sviluppo del cinema mondiale. Nonostante il grosso rischio corso sulla carta, The Irishman è riuscito dove progetti altrettanto ambiziosi come Gangs of New York (col quale condivide lo sceneggiatore, Steven Zaillian) e The Aviator avevano almeno in parte fallito: coi suoi 210 minuti di durata (è il più lungo del regista), il film è l’affresco monumentale di un’epoca perduta, un’epopea criminale intimista e malinconica fatta di tempi lunghissimi, toni asciutti e grande densità di contenuti. Un film che riesce allo stesso tempo ad essere il magnum opus di uno dei registi più importanti di sempre (che dimostra di avere molto da dire e di saper condensare il meglio del suo stile per dirlo nei migliori dei modi), la cronaca di alcuni degli eventi più salienti del novecento americano e la parabola amarissima di un uomo che non aveva alternative alla violenza per offrire alla propria famiglia una vita migliore di quella vissuta da lui in gioventù.

The Irishman è la chiusura di due cerchi, quello aperto da Scorsese nel 1973 con Mean Streets, sulla vita e le fatiche degli italoamericani (e talvolta anche degli irlandesi) e quello aperto nel 1971 da Coppola con Il Padrino, dal momento che ogni suo elemento, a partire dal cast, suggerisce che questo film sia l’ultima tappa della vecchia tradizione dei Mafia Movies dalla portata colossale, arrivati con la New Hollywood e diventati sempre più rari nei decenni successivi fino a questo epilogo perfettamente appagante. Un film che unisce e sintetizza la maturità stilistica raggiunta con Quei Bravi Ragazzi (che erano piccoli criminali rispetto a quelli dei piani alti di The Irishman), le tecniche cinematografiche moderne di The Wolf of Wall Street (stavolta il digitale serve a ringiovanire gli attori, ottenendo su Robert De Niro un effetto paradossalmente molto realistico, dato che il suo Frank da giovane appare consumato come ci si aspetta da chi ha un simile vissuto) e il vecchio ardore della New Hollywood, quando la poetica dell’autore prevaleva su ogni altro aspetto.

Poco importa se qualcuno dirà che in fondo manca un elemento veramente innovativo (senza cogliere il vero scopo dell’esistenza di questo film), perché The Irishman È Martin Scorsese, dal primo all’ultimo fotogramma: dall’uso già citato dei piani sequenza, delle canzoni e delle tecniche documentaristiche fino a quello del silenzio, utile per creare picchi di tensione inauditi (magistrale, in questo senso, una scena che riguarda la moglie di Jimmy Hoffa e la sua auto, durante la quale è impossibile non notare il geniale utilizzo del brano Honky Tonk di Bill Doggett) e del montaggio, ancora una affidato alle sapienti mani della sempre impeccabile Thelma Schoonmaker, che tesse una tela in cui il filo conduttore è un flashback (il viaggio verso l’Ohio che culminerà con l’uccisione di Jimmy) sul quale si incastrano tutti gli altri flashback del passato di Frank.

Uscito in un’altra epoca sarebbe rimasto nei cinema per mesi e mesi, ottenendo con ottime probabilità un successo enorme di pubblico, oggi The Irishman esiste soltanto grazie a Netflix, che lo rende disponibile sulla propria piattaforma dopo un brevissimo passaggio in sala, al di fuori dei grandi circuiti di distribuzione: non esiste esempio più chiaro di quanto siano cambiati i tempi e di quanto sia coraggiosa l’operazione di Scorsese, che si rimette in gioco per dimostrare che quel tipo di cinema, libero da ogni compromesso artistico, esiste ancora e (forse) non morirà mai, a patto che il pubblico lo voglia ancora. Un film gigantesco, di quelli che oggi sono sempre più rari e che, proprio per questo, devono essere sempre più cari ad ogni vero amante della settima arte.

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