La New Hollywood: la storia e i film principali

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Cos’è la Nuova Hollywood? Rispondere a questa domanda è difficile, perché significa tentare di etichettare un movimento artistico vasto tanto quanto la New Wave in campo musicale. Possiamo dire innanzitutto che non esiste una definizione univoca: la Nuova Hollywood (o New Hollywood) è stata una fase di rottura all’interno del cinema americano, un tornado che nel giro di una manciata d’anni ha spazzato via un sistema ormai obsoleto per sostituirlo con uno completamente nuovo, più adatto ai tempi. Ad oltre cinquant’anni dal suo inizio, la fase della Nuova Hollywood rimane ancora la più grande rivoluzione all’interno del cinema americano, seconda solo al passaggio dal muto al sonoro che avvenne sul finire degli anni venti (con il quale ha più di un punto in comune).

Durante la Nuova Hollywood una nuova generazione ha sostituito in maniera rapida la precedente e questo cambiamento ha investito il cinema americano in ogni suo aspetto: sono cambiati gli attori (ad eccezione di Marlon Brando), sono cambiati i registi, sono cambiate le major ed il sistema produttivo è stato completamente rivoluzionato, il famigerato codice Hays è morto violentemente sotto i colpi che hanno straziato i corpi di Bonnie e Clyde e, infine, sono cambiate completamente le tematiche, è cambiato il linguaggio dei (e all’interno dei) film e sono stati stravolti tutti i generi classici. Due esempi che valgono più di mille parole: nel giro di una quindicina d’anni il concetto di colossal hollywoodiano è passato da Cleopatra (1963) ad Apocalypse Now (1979) e quello di musical da Tutti insieme appassionatamente (1965) a New York, New York (1977).

Naturalmente, come avviene per tutti i fenomeni artistici e storici, non esiste un inizio preciso e soprattutto non esiste un’unica causa. Nell’immediato dopoguerra gli Stati Uniti conobbero un baby boom senza precedenti, che porterà ad avere un numero molto alto di spettatori giovani tra la metà degli anni sessanta e tutto il decennio successivo. Avere un pubblico composto per circa la metà da spettatori giovani e giovanissimi significava avere un pubblico di ribelli: gli Stati Uniti erano scossi dalle grandi manifestazioni per i diritti civili, dagli omicidi dei Kennedy e di Martin Luther King e dalla guerra nel Vietnam, per non parlare del potere dirompente della musica rock. In un simile contesto era impensabile che il vecchio e rigidissimo sistema cinematografico americano, dominato dagli onnipotenti Studios, potesse durare molto a lungo, considerando anche la concorrenza spietata che arrivava dall’Europa, con la Nouvelle Vague francese che aveva trasformato i registi in Autori e il Western all’italiana che aveva reinventato completamente un genere che, meno di dieci anni prima, era saldamente in mano a John Ford e John Wayne, che si ritrovarono improvvisamente vecchi.

Prima di parlare di vera e propria Nuova Hollywood c’è stata una fase di transizione che  si è sviluppata esclusivamente all’interno del cinema indipendente e di serie b americano, che negli anni sessanta aveva un unico re: Roger Corman. Alla corte di Corman non sono passati soltanto alcuni dei più importanti autori del futuro movimento (Francis Ford Coppola e Martin Scorsese in primis), ma è nato anche un sistema produttivo efficace ed efficiente, che tornerà utilissimo negli anni venire: i film diretti (o semplicemente prodotti) da Corman erano perlopiù pellicole di fantascienza e horror, la cui lavorazione durava in molti casi addirittura pochi giorni, portando ad un notevole risparmio sui costi. Quando nel decennio successivo molte delle vecchie major decideranno di abbandonare la classica integrazione verticale, che aveva da sempre caratterizzato il vecchio sistema, una nuova generazione di registi e di attori formatasi precedentemente presso la bottega di Corman sarà pronta a revitalizzare il settore, iniziando ad auto-produrre film più piccoli rispetto al passato (ma molto più in linea coi gusti del nuovo pubblico) da vendere alle major più grandi, che si occuperanno solo della distribuzione senza avere quasi per niente voce in capitolo sul lato artistico e creativo del processo: una rivoluzione copernicana partita dal basso e destinata a lasciare un solco indelebile.

Per la nascita vera e propria della Nuova Hollywood, un ruolo fondamentale lo gioca Arthur Penn fin dalla metà degli anni sessanta con film quali Mickey One (1965) e La Caccia (1966), due classici del neo-noir interpretati rispettivamente da Warren Beatty e Marlon Brando, che cominciano a preparare il terreno per ciò che arriverà di lì a poco. Ci sono poi cinque film che segnano ognuno un punto di svolta epocale, oltrepassato il quale non si può più ignorare l’inizio della una nuova era del cinema americano: si tratta di Gangster Story (1967), sempre diretto da Penn e che narra le gesta dei celeberrimi Bonnie e Clyde, sdoganando una violenza esplicita fino a quel momento inedita ad Hollywood; Il Laureato (1967) l’indimenticabile commedia di Mike Nichols con Dustin Hoffman ed Anne Bancroft, che sdogana il tema della sessualità con una tematica per l’epoca decisamente trasgressiva, mostrando una donna matura che seduce un giovane; Rosemary’s Baby (1968) dell’europeo Roman Polanski, che riesce a fare sue le lezioni del cinema hitchcockiano e confeziona un horror terrificante che, prima volta per il genere, comincia a collezionare premi prestigiosi; La Notte dei Morti Viventi (1968) di George A. Romero, un film violentissimo e per molti versi esattamente speculare a quello di Polanski, realizzato con una povertà assoluta di mezzi e liberamente ispirato a Io Sono Leggenda di Richard Matheson, che crea la figura dello zombie moderno e dà vita al filone del New Horror che proseguirà fino alla fine degli anni ottanta; Easy Rider (1969), che chiude la cinquina, il road movie per eccellenza diretto da Dennis Hopper (alla sua prima prova come regista) che ha consacrato definitivamente Jack Nicholson (che aveva esordito anni prima proprio sotto Corman) e che si è impresso nella memoria collettiva per una colonna sonora leggendaria a base di musica rock, mostrando la strada a tanti film del decennio successivo.

Da questi titoli in avanti la Nuova Hollywood è ufficialmente nata ed investe tutto, dalle produzioni più alte al cinema più indipendente fino ai documentari. Nel giro di pochi anni, i nuovi autori del cinema americano offrono al nuovo pubblico ciò che andava cercando da tempo. Alcuni dei principali generi cinematografici di maggior successo nel passato vengono completamente ricodificati. Il Western tocca vette di violenza mai viste fino a quel momento grazie a Sam Peckinpah e al suo Il Mucchio Selvaggio (1969) e, successivamente, inizia ad esplorare una tematica spinosa come quella dei nativi americani, fino a quel momento tenuta in secondo piano, con pellicole quali Il piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn, Un uomo chiamato Cavallo (1970) di Elliot Silverstein, Soldato blu (1970) di Ralph Nelson ed il bellissimo Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (1972) di Sidney Pollack. Il poliziesco, oltre all’incremento di violenza, comincia a dipingere il poliziotto come pericoloso quasi quanto il criminale cui dà la caccia grazie al seminale Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! in cui un Don Siegel in stato di grazia (regista della vecchia era) dirige una sceneggiatura tra le più rivoluzionarie di John Milius (uno dei più grossi innovatori del periodo) e, nello stesso periodo, viene caratterizzato da un maggior grado di realismo con Il braccio violento della legge (1971) di William Friedkin e Serpico (1973) di Sidney Lumet.

Il filone dei gangster movies viene rivoluzionato per sempre da Francis Ford Coppola, che prima con Il Padrino (1972) e poi con Il Padrino – Parte II (1974) consegna alla storia del cinema due pellicole sulla mafia talmente potenti da diventare completamente imprescindibili di lì in avanti per chiunque voglia approcciare al genere. I film riguardanti la guerra vengono prima contaminati con la commedia grazie a M*A*S*H (1970) di Robert Altman, ma nel giro di poco tempo diventano uno strumento fondamentale per elaborare il trauma del Vietnam, con titoli come Il Cacciatore (1978) di Michael Cimino, Tornando a Casa (1978) di Hal Ashby ed appunto Apocalypse Now di Coppola.

La commedia comincia a scoprire nuove forme con l’esordio di Woody Allen nel mokumentary Prendi i soldi e scappa (1969), per poi esplorare i suoi lati più demenziali una decina d’anni dopo col capolavoro Animal House (1978) di John Landis. L’horror comincia a subire da un lato le influenze di Rosemary’s Baby con un titolo come L’Esorcista (1973) di William Friedkin e, dall’altro, quella della Notte dei Morti Viventi con pellicole agghiaccianti come Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper. La fantascienza scopre la distopia più disperata con L’uomo che fuggì dal futuro (1970) di George Lucas e i temi ecologici con 2002: La Seconda Odissea (1972) di Douglas Trumbull. Il nuovo musical si mescola all’horror e scopre la musica rock con Il Fantasma del Palcoscenico (1974) di Brian De Palma e cambia definitivamente pelle col monumentale Nashville (1975) di Robert Altman, per poi fondersi brillantemente con la comicità demenziale grazie all’indimenticabile The Blues Brothers (1980) di John Landis. Il road movie diventa un efficace mezzo per esprimere la contestazione giovanile con Punto Zero (1971) di Richard C. Sarafian e con La Rabbia Giovane (1973) di Terrence Malick, ma ci sono giovani registi come Steven Spielberg che riescono a declinarlo sia in chiave orrorifica con Duel (1971) che in chiave drammatica con Sugarland Express (1974).

La rivoluzione della Nuova Hollywood non investe solamente i generi esistenti fino a quel momento, perché con essa arrivano anche una serie di pellicole che affrontano tematiche nuove in modo del tutto inedito e (almeno fino a quel momento) quasi non catalogabile: Peter Bogdanovich diventa alfiere della rievocazione nostalgica del tempo passato con film come L’ultimo spettacolo (1971), Paper Moon – Luna di carta (1973) e Vecchia America (1976), seguito da George Lucas e dal suo romanticissimo American Graffiti (1973); John Cassavetes fa conoscere al cinema americano nuove vette di realismo con Mariti (1970), L’assassinio di un allibratore cinese (1976) e Gloria – Una notte d’estate (1980); ma una delle più grandi novità di questo movimento artistico e culturale è senza dubbio la messa al centro degli ultimi della società, i losers, gli (anti)eroi proletari lasciati ai margini fino a quel momento.

Il massimo cantore di questa tematica è Martin Scorsese (ma non mancano contributi da parte di registi altrettanto autorevoli), uno dei pochi registi della Nuova Hollywood operanti con successo anche ai nostri giorni, che a partire da Mean Streets (1973) ha celebrato i losers in ogni modo possibile, talvolta con la commedia come in Alice non abita più qui (1974) e Re per una notte (1982) e talvolta col noir urbano e ultraviolento come in Taxi Driver (1976), fino al biopic su Jake LaMotta, fotografato in un eccezionale bianco e nero, Toro Scatenato (1980).

Cambia anche l’idea della grande città, che diventa sempre più tetra e claustrofobica non solo nei film di Scorsese ma anche in opere come Panico a Needle Park (1971) di Jerry Shatzenberg e Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet, fino al quasi completamente dimenticato Hardcore (1979) di Paul Schrader, in cui la fede di un padre iper-religioso viene messa a dura prova quando l’uomo deve inoltrarsi nei bassifondi di tre città californiane, in cerca della figlia adolescente scomparsa nel giro della pornografia.

Chiude la fila il mondo del cinema documentaristico, che viene anch’esso investito dalle novità in arrivo: i documentari scoprono i grandi concerti rock con Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica (1970) di Michael Wadleigh (ma con contributi di Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker) e con Gimme Shelter (1970) di Albert e David Maysles, che immortala lo storico concerto dei Rolling Stones in cui gli Hell’s Angels, chiamati a proteggere il palco, si accanirono sulla folla arrivando ad uccidere uno spettatore. Un grande contributo al cinema documentaristico arriva dallo stesso Scorsese, sia in campo musicale con L’ultimo Valzer (1978), che immortala l’ultimo concerto del gruppo The Band, che per quanto riguarda le scene ordinarie della vita di strada con titoli come Scene di strada 1970 (1970) e Ragazzo americano (1978).

La fine della Nuova Hollywood è lenta e ha molteplici cause, proprio come il suo inizio. Da un lato c’è il crescente fenomeno dei blockbuster, nato con Lo Squalo (1975) ed Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (1978) di Steven Spielberg e con Guerre Stellari (1977) di George Lucas, che portarono il pubblico a desiderare un tipo di cinema costosissimo ed impossibile da produrre senza il supporto delle grandi case; dall’altro lato è nota la crisi di quella mentalità produttiva director driven che durava da anni, quando il disastro al botteghino di I Cancelli del Cielo (1980) di Michael Cimino portò al fallimento la United Artists. Con l’arrivo degli anni ottanta poi, dopo gli insuccessi di due grandi blockbuster d’autore come Blade Runner (1982) di Ridley Scott e La Cosa (1982) di John Carpenter, gli Studios torneranno progressivamente ad avere un peso dominante nell’industria e le braci della Nuova Hollywood andranno lentamente spegnendosi, ma il solco è ormai tracciato e i semi lanciati in quel periodo continuano a germogliare ancora oggi.

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