Johnny Cash e il concerto alla prigione di Folsom

Il 13 gennaio 1968 accade qualcosa di inusuale per il panorama musicale. Un cantante molto famoso si appresta a fare un concerto a Folsom, carcere di massima sicurezza sul suolo californiano.

Al cantante in questione corrisponde il nome di Johnny Cash, ed oltre ad aver fatto il diavolo in quattro (come si suol dire) per tenere un concerto nella sala mensa di una galera, decide anche di registrare il tutto per farne un disco che, solo negli Stati uniti, vendette 3 milioni di copie, e nel 2003 raggiunse la posizione 88 nella classifica degli album migliori di sempre stilata da Rolling stone.

Ma procediamo per gradi.

Nel 1968 Johnny Cash ha trentasei anni ed ha conosciuto diversi volti della vita e della realtà. Durante l’infanzia ha vissuto la povertà tipica dei coltivatori di cotone e il dolore per la morte del fratello maggiore. A causa dello shock, il padre imputò a John le colpe per la tragedia che colpì la famiglia Cash.

Dopo la perdita del fratello, Johnny diventa sempre più introspettivo, inizia a scrivere storie e ascoltare alla radio musica gospel e country.

Nel 1950 si arruola e gli viene affidato il compito di intercettare le informazioni dei sovietici. Sempre durante il servizio militare conosce Vivian Liberto, che sposa nel 1954.

Terminato il servizio militare passa le sue giornate tra la vita coniugale il lavoro e le prove con il suo gruppo, i Tennessee Tree.

È proprio in quel periodo che incide Cry, Cry, Cry e Folsom Prison Blues. Già in quella fine di anni 50 aveva suonato quest’ultima canzone in alcuni carceri.

Con l’arrivo del successo aumentano anche i problemi con le metanfetamine (che già assumeva) e l’alcol. Il divorzio del 1967 è la conseguenza delle sue dipendenze.

Sempre in quegli anni finì più volte in carcere per possesso di droga e ubriachezza molesta. Nel 1968 tentò il suicidio, ma fu da quell’episodio che, anche grazie all’aiuto di June Carter, futura moglie, iniziò a disintossicarsi.

Insomma, l’uomo che si presenta vestito di nero con una chitarra in mano al cospetto dei detenuti di Folsom è un uomo che ha vissuto di tutto, e chi meglio di lui potrebbe cantare davanti a quegli occhi senza fare demagogia o finta beneficenza?

Chi potrebbe guardare negli occhi chi sta scontando una pena e si sta riscattando, se non chi sa bene quanto sia difficile riscattarsi?

Inizialmente i discografici accantonarono l’idea di John di fare un concerto gratuito dentro un carcere, ma subito dopo furono costretti ad acconsentire.

Johnny decise che quel 13 gennaio ci sarebbero stati due spettacoli: il primo alle 9:40, e nel caso la platea fosse stata delusa dal primo concerto avrebbe avuto la possibilità di vederne un altro.

All’interno della scaletta non sono presenti cavalli di battaglia come Ring of Fire o Walk the line, ma ci sono canzoni che raccontano di solitudine e amore, di morte e fuorilegge che scontano una pena e sentono dalla loro cella un treno che passa lì vicino, oppure che fuggono di città in città. Ci sono canzoni ironiche, che scaturiscono le risate del pubblico e del cantante. Alcuni brani li canta da solo, altri in compagnia della sua June Carter.

Il pubblico applaude e urla quando ascolta il testo di Folsom Prison Blues e scambia battute con il cantante, nel frattempo le guardie monitorano tutto.

La canzone che chiude l’album è Greystone Chapel, scritta da un detenuto e fatta avere a Cash tramite il cappellano.

Ascoltando l’album si ha l’impressione che John voglia parlare ai detenuti di detenuti, ai peccatori di peccatori, come se attraverso delle storie simili volesse far sentire meno sola quella platea che era nello stesso tempo, ipnotizzata ed entusiasta.

Quindi in quel 1968, mentre il mondo scendeva nelle piazze per parlare di pace e libertà, Johhny Cash entrava in carcere per cantare storie a chi libero non era, chissà, se durante il concerto qualcuno si sia dimenticato della propria condizione e si sia sentito libero.

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