Ad Astra: trama, spiegazione e analisi completa del film

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Ad Astra di James Gray, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

In un futuro prossimo
In tempi di speranza e di conflitto
L’umanità guarda alle stelle in cerca di vita intelligente e nuovi progressi

Per aspera ad astra, attraverso le difficoltà fino alle stelle. Di difficoltà ne deve attraversare molte il protagonista di questo film di James Gray, l’astronauta Roy McBride interpretato da Brad Pitt. Per tutti i suoi 123 minuti di durata, Ad Astra mette in scena il viaggio di un uomo profondamente solo: un viaggio esterno che assume la forma di una lenta e faticosa scalata ed un viaggio interno, ancora più insidioso, che deve portare alla risoluzione di un conflitto interiore che si protrae da troppo tempo.

Questa storia avviene all’interno di una cornice narrativa che, al giorno d’oggi, non sembra poi tanto lontana. Ci troviamo in un futuro prossimo e le cose non vanno affatto bene: tutti i nostri problemi sono ancora qui, la terra sta esaurendo le proprie risorse e la nostra specie si avvia lentamente verso l’estinzione. Al contrario dell’umanità di Interstellar però, quella dipinta da Ad Astra non si sta ribellando silenziosamente al morire della luce, ma si infuria: lo spazio è diventato il nuovo Far West e la sua conquista è la nuova corsa agli armamenti in previsione di una prima guerra spaziale che ormai non sembra troppo lontana. Come ha già fatto col proprio pianeta natale, l’umanità sta cominciando a divorare i corpi celesti che circondano la sua terra d’origine, come un cancro in espansione nel cosmo.

Una trentina d’anni prima di questo incubo ci sono stati però donne e uomini coraggiosi, che credevano in uno scopo più alto: partita alla volta di Nettuno, verso l’orlo esterno del Sistema Solare, la spedizione nota come Progetto LIMA capitanata dall’intrepido scienziato e astronauta H. Clifford McBride (Tommy Lee Jones) aveva il compito di spingersi più lontano di qualsiasi altra spedizione nella storia dell’umanità, con lo scopo di toccare pianeti fino ad allora irraggiungibili e cercare poi di stabilire un contatto con altre forme di vita intelligenti, magari più progredite, per chiedere loro aiuto. Qualcosa però è andato storto e di McBride e la sua squadra non si sa più nulla da anni.

Suo figlio Roy è cresciuto con l’amara consapevolezza che il genitore ha preferito le stelle a lui: sicuramente suo padre lo amava, ma la sua vocazione lo ha spinto verso l’alto, lontano da lui. Roy è un uomo incompleto, con un grande vuoto dentro di sé. È diventato astronauta anche lui, per seguire le orme dell’uomo che lo aveva abbandonato, ma non sarà mai ai livelli del padre (primo uomo su Giove e primo uomo su Saturno): è un tenente, un grande lavoratore, un uomo di assoluta abnegazione e dai parametri vitali eccezionali (perfetti per il suo mestiere) ma gli manca la fiamma del genio paterno e questa cosa turba il suo equilibrio psicologico, già gravato da una pericolosa tendenza autodistruttiva che è riuscito a tenere nascosta ai test attitudinali (molto simili a quelli che vediamo in Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, film col quale Ad Astra ha qualche debito).

Ad Astra comincia con una caduta, a dispetto del titolo: una caduta spaventosa verso il suolo che si risolve miracolosamente bene. Roy McBride è a bordo della gigantesca Antenna Spaziale Internazionale e sta effettuando una riparazione esterna quando un picco, una sorta di tempesta energetica non meglio definita, causa un guasto che lo fa precipitare al suolo: fortunatamente l’uomo riesce a non svenire e ad aprire in tempo il paracadute. Da qualche tempo il mondo e l’intero Sistema Solare sono sconvolti da questi picchi: SpaceCom, il Comando Spaziale degli Stati Uniti, sta indagando sulle cause dei picchi e ha scoperto che essi hanno origine nei pressi di Nettuno, dove anni prima si sono perse le tracce del Progetto LIMA di McBride Sr. A causare i picchi pare che sia un sistematico rilascio di antimateria: tutto porta a pensare che, nascosto nei pressi di Nettuno a bordo della sua nave, H. Clifford McBride sia ancora vivo e stia deliberatamente attaccando tutta l’umanità. Per mettersi in contatto con McBride, SpaceCom ha deciso di utilizzare Roy: da poco scampato ad un incidente quasi mortale, l’uomo deve ora partire per Marte (con tappa intermedia sulla Luna), dove si trova l’unica base radio del Sistema Solare in grado di resistere ai picchi e di mettersi in contatto con Nettuno.

A questo punto del film comincia la vera e propria scalata, tappa intermedia del viaggio dell’eroe, durante la quale l’eroe deve affrontare una serie di prove di difficoltà crescente: dopo essersi ricongiunto con il Colonnello Thomas Pruitt (Donald Sutherland), vecchio collega e amico del padre che però si rifiutò di far parte del Progetto LIMA, Roy parte con lui per la Luna a bordo di una compagnia di linea, per raggiungere la base di lancio per Marte situata sulla faccia nascosta del satellite. La nostra bellissima Luna è stata in parte colonizzata e trasformata nella brutta copia di un’attrazione turistica (“Abbiamo ricreato tutto ciò da cui stavamo fuggendo”, dice Pruitt), ma in gran parte è ancora terra di nessuno e zona di guerra per il controllo minerario: durante il viaggio a bordo di un Rover verso la rampa di lancio, i due astronauti e la loro scorta vengono attaccati da alcuni pirati lunari in quella che è una delle sequenze migliori del film. L’avvicinamento del Rover nemico e l’inseguimento su suolo lunare ricordano gli attacchi alle diligenze dei migliori Western e la tensione è perfetta. Giunti alla rampa di lancio dopo aver perso la scorta, Roy deve partire per Marte senza Pruitt, che è uscito troppo debilitato dall’attacco subito. Prima di separarsi definitivamente dall’amico, il vecchio colonnello consegna a Roy un file classificato della SpaceCom, grazie al quale scopriamo che fu McBride stesso, anni prima, ad interrompere volontariamente ogni contatto con la terra, senza alcuna spiegazione. Cosa nasconde suo padre? Cosa può aver trovato durante il suo viaggio?

Il viaggio per Marte avviene a bordo del veicolo spaziale Cepheus, che riceve una richiesta di soccorso da parte di una stazione spaziale di ricerca biomedica norvegese, deviando temporaneamente il proprio percorso. Roy si offre come volontario per accompagnare il capitano della Cepheus a bordo della stazione spaziale e, una volta giunti a bordo, comincia il momento horror del film: tutti i membri della stazione spaziale sono stati uccisi da alcuni babbuini che, fuggiti dalle loro gabbie e impazziti per la lunga permanenza nello spazio hanno divorato gli umani. Roy riesce a salvarsi ma il capitano (cui un babbuino ha sbranato il volto) muore per le ferite riportate. Roy riflette su ciò cui ha appena assistito: forse lo spazio rende a lungo andare feroci, forse a suo padre è successo qualcosa di simile a quelle bestie. Le riflessioni finiscono al momento dell’ammartaggio, quando un nuovo picco disattiva i computer di bordo della Cepheus e Roy è costretto a prendere i comandi e ad effettuare una faticosa discesa manuale.

Più simile alla Las Vegas di Blade Runner 2049 che alla desolazione pulita di The Martian, il pianeta Marte è polveroso e triste: una terra perfetta per un’umanità alienata e distaccata dalle proprie radici. Giunto alla base sotterranea, Roy viene condotto nella sala in cui deve registrare il messaggio destinato al padre: ad ogni rotazione del pianeta fa un nuovo tentativo, ma McBride non risponde mai. Le comfort room della base sembrano solo accrescere il senso di claustrofobia di Roy, che ad un certo punto si rende conto che il padre ha risposto e che la SpaceCom vuole ora estrometterlo dalla missione per il suo ritrovamento. Raggiunto da una donna di nome Helen Lanthos (Ruth Negga), nata e cresciuta orfana su Marte, Roy scopre tutta la verità sul padre: durante un sanguinoso ammutinamento a bordo di Progetto LIMA, McBride ha deciso di sterminare l’intero equipaggio (che voleva tornare sulla Terra) e di continuare in solitaria la propria ricerca della vita aliena. I genitori di Helen erano membri dell’equipaggio, vittime della follia di McBride, che ormai ha tutti i tratti di un Colonnello Kurtz dello spazio. Roy dovrebbe tornare sulla Terra, ma ora la sua missione personale è chiara davanti ai suoi occhi: aiutato da Helen a raggiungere la rampa di lancio della Cepheus (che sta portando una testata nucleare verso Nettuno, in un’operazione search and destroy al termine della quale il Progetto LIMA e i picchi devono essere eliminati), Roy compie uno sforzo titanico per imbarcarsi clandestinamente sul veicolo e, una volta dentro, causa involontariamente una colluttazione che porta alla morte dell’intero equipaggio.

Completamente solo, Roy viaggia nello spazio per ricongiungersi al padre che lo aveva abbandonato, in cerca di risposte che non aveva mai avuto e pronto a qualsiasi soluzione per fermare la follia del genitore. Il viaggio è lunghissimo e Roy (che, come il padre anni prima, ha staccato le comunicazioni con la SpaceCom) rischia di perdersi in un flusso di coscienza continuo, tra allucinazioni, ricordi e registrazioni presenti a bordo, ma la sua resistenza sopra la media gli permette raggiungere sano e salvo Nettuno e il Progetto LIMA. Mentre cerca di raggiungere la stazione del padre, un nuovo picco costringe Roy ad abbandonare la propria capsula e ad entrare manualmente nel nascondiglio di McBride. Una volta dentro trova i cadaveri dell’equipaggio e, infine, mentre sta posizionando la carica nucleare, ritrova anche suo padre. Più simile nell’atteggiamento al naufrago Ben Gunn che al Colonnello Kurtz, McBride spiega al figlio di non essere la causa diretta dei picchi: essi sono sì dovuti ad un rilascio di antimateria, ma questo è stato causato dall’ultima rivolta a bordo della stazione, che ne aveva danneggiato il reattore. McBride lavora da tempo alla sua riparazione: nel corso di tutti questi anni ha raccolto informazioni preziosissime lungo tutto il Sistema Solare, ma lo scopo ultimo della sua esistenza, il ritrovamento di vita intelligente, non è mai stato raggiunto. Messo di fronte al proprio fallimento, che lo ha fatto impazzire, McBride ha deciso di continuare ad oltranza la sua missione anche a costo di sacrificare la vita di chi era con lui: come il Dott. Mann (Matt Damon) di Interstellar, il fallimento non era previsto per lui che era il migliore.

Per Roy comincia ora la parte più complicata, che coincide con la terza tappa del viaggio dell’eroe: il ritorno a casa. Dopo essersi sentito dire dal padre in persona di essere sempre stato in secondo piano rispetto alla missione, Roy arma la carica nucleare ed esce dalla stazione insieme al padre: i due dovranno usare mezzi di fortuna per superare la fascia di asteroidi che forma un anello attorno Nettuno e tornare a bordo della Cepheus. McBride però non può vivere lontano dal suo scopo e tenta il suicidio sganciandosi dal figlio e lanciandosi nello spazio aperto: dopo aver provato a trattenerlo, Roy capisce che è ora di lasciarlo andare e di lasciarsi alle spalle il passato. Superata la fascia di asteroidi con un pannello del radar di LIMA, Roy ritorna a bordo della Cepheus e sfrutta l’esplosione della stazione del padre come propellente per ripartire verso la Terra. Una nuova vita lo attende a casa: anche se il futuro è incerto, i conti col passato sono chiusi per sempre

James Gray aveva già affrontato il tema dell’esplorazione nel suo film precedente Civiltà Perduta (2016), ma questa volta gli esploratori si muovono tra le stelle e non per mare o per terra. Ispirandosi fortemente a Cuore di Tenebra, Gray dipinge un futuro inquietante ma estremamente verosimile, in cui l’umanità continua a ripetere ciclicamente i propri errori e i pochi coraggiosi che sono spinti da ideali superiori finiscono per impazzire a causa delle condizioni estreme dei loro viaggi. Come già accennato la trama di Ad Astra segue in maniera rigorosa lo schema del viaggio dell’eroe teorizzato da Christopher Vogler: inizia sulla Terra (mondo ordinario), mostra Roy che scopre nuove cose sul padre (chiamata all’avventura e rifiuto della chiamata), mostra l’incontro con Pruitt (il mentore), la partenza per la Luna (superamento della prima soglia), una serie di prove intermedie, l’arrivo nei pressi di Nettuno (il posto pericoloso o mondo extra-ordinario), la presa di coscienza del destino del padre e la decisione di lasciarlo andare (ricompensa), il superamento della fascia di asteroidi (resurrezione) ed il tanto agognato ritorno a casa con le informazioni preziosissime raccolte dal padre (elisir).

Nonostante la storia costruita su uno schema ampiamente consolidato, Ad Astra ha le sue peculiarità nel modo in cui Gray sceglie di condurre la narrazione: i continui monologhi interiori di Roy (che sentiamo quasi sempre in voice over) e l’incompletezza del personaggio rimandano al cinema di Terrence Malick, così come la quasi crudeltà di una natura potentissima e indifferente, che circonda il protagonista e lo mette alla prova dall’inizio alla fine, che strizza chiaramente l’occhio a pellicole cole La Sottile Linea Rossa (1998) e The New World (2005). Per certi versi Ad Astra è il polo opposto di Gravity (2013), già a partire dal titolo: nel film di Alfonso Cuaròn avevamo una madre che doveva elaborare il lutto per la morte della figlia ricadendo violentemente sulla Terra, mentre nel film di Gray abbiamo un figlio “orfano” che deve vincere la gravità (meravigliosa in questo senso la scena della corsa vero la Cepheus) e scalare letteralmente il cielo per riconciliarsi col padre e lasciarlo finalmente andare. Due elaborazioni differenti per due lutti grandissimi.

I momenti in cui Ad Astra risplende davvero sono però quelli in cui prende il sopravvento la grande capacità visiva di Gray, aiutato dall’ottimo direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema, alla corte di Christopher Nolan dai tempi di Interstellar. L’attacco dei pirati, la scoperta dei babbuini killer, tutte le scene su Marte (molto belli i cambi di luce e colore all’interno della base) ed infine quelle su Nettuno, in particolar modo la “danza” a gravità zero tra padre e figlio nella scena del suicidio, valgono almeno una visione: per ogni diversa ambientazione troviamo luci e colori diversi (dall’oro caldissimo di Marte al blu glaciale di Nettuno) ed il passaggio tra l’uno e l’altro aiuta a trasmettere anche sul piano visivo l’idea del viaggio di Roy.

Ultimo arrivato in quel filone inaugurato da Gravity che mostra la solitudine umana nell’immensità del cosmo, Ad Astra è stato accolto freddamente dal pubblico del Festival di Venezia 2019, ma gli appassionati di fantascienza sapranno sicuramente trovare numerosi punti di forza e spunti di riflessione in quest’opera bella e fragile.

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