Il Cacciatore: l’indagine di Michael Cimino sull’uomo e la guerra

Questo articolo racconta il film Il Cacciatore di Michael Cimino in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Nelle innumerevoli sciagure della storia moderna e del mondo occidentale, tra le mille peripezie che l’imperialismo americano ha prodotto nel secolo appena trascorso, c’è certamente la Guerra del Vietnam. In realtà formalmente iniziata con il tentativo francese di cercare di riappropriarsi degli ex territori dell’Indocina nel Cinquantacinque, invasi dal Giappone durante la Seconda guerra mondiale, si è poi protratta sino alla metà degli anni Settanta, dove come consuetudine il governo americano della “Politica del contenimento”, voluta dal presidente Truman, atta ad evitare il pericolo “Comunista”, richiederà innumerevoli sforzi in campo umano: il risultato è stato più di una generazione di giovani americani sacrificata per saziare la crescente fame di nuove “colonie” degli Stati Uniti.

Come spesso capita, sono le classi meno abbienti o lavoratrici ad accollarsi le responsabilità di un Paese. Così, ne Il Cacciatore, vengono coinvolti tre amici, operai di una acciaieria in Pennsylvania, costretti a combattere una guerra non loro e che li segnerà profondamente non soltanto nel corpo. I punti cardine della pellicola sono all’insegna dell’emotività più recondita, una sorta di espressionismo visivo che ha la sua genesi con un matrimonio, e prosegue con la caccia al cervo, momento intimo e riflessivo del gruppo di amici. Ma i “riti” che accompagnano la vita dei giovani vanno visti in un quadro più ampio: lo stravolgimento che un evento di tale portata può scaturire non soltanto nei diretti interessati, ma nei loro affetti, che vivranno il conflitto come se fossero coinvolti in prima persona.

Dei dettami liturgici di questo gruppo umano, hanno il loro momento più duro con la scomparsa di Nikanor “Nick” Chevatorevich, interpretato magistralmente da Christopher Walken, che per raggiungere uno stato emotivo così estremo, tra lo schizofrenico e l’angosciante, si dedicò ad una dieta di solo riso e banane. Questo gli fruttò un Oscar come migliore attore non protagonista, fornendo un perenne sentimento di sottrazione di una classe operaia, che a differenza del film di Elio Petri non andrà in paradiso, ma al suo esatto opposto. La privazione del sogno, soppiantato dallo spirito di sopravvivenza insito nell’uomo, rappresenta un’America dalla doppia facciata che soppiantati i luoghi comuni di terra di libertà e democrazia, abbraccia la sua vera natura, quella distruttiva e colonizzatrice ad ogni costo, alla ricerca di nuove risorse da sfruttare.

La pellicola, a detta di molti studiosi, tra cui spicca lo scrittore statunitense Robin Wood, è un esempio limpido di arte democratica, questo grazie alla sua cripticità, che induce lo spettatore a decidere per chi patteggiare, senza affibbiare a nessuna delle compagini il ruolo di “cattivo” o “buono”. La materialità delle vicende non è mai completamente definita, ma piuttosto fluisce nelle sue tre ore di girato. Il film probabilmente sarebbe addirittura dovuto durare anche qualcosa di più, con il regista Michael Cimino che ha raccontato l’aneddoto dello scontro con la produzione che spesso si cimentava nel taglio del girato per l’eccessiva ampiezza e per alcuni contenuti, che sarebbe stato meglio “addolcire”, ma lui come la figura della mitologia greca Penelope, di notte riaggiungeva il mancante.

Anche le riprese furono avventurose: gran parte del girato infatti è stato fatto in Thailandia, dove proprio in quel periodo ci fu un colpo di stato, che fortunatamente non influenzò la troupe, senza contare le piogge torrenziali che costrinsero il cast a salire letteralmente sui tavoli per evitare l’enorme esercito di ratti giganti che gli nuotavano vicino. Il risultato finale, che consacrò l’opera con cinque oscar, tra cui spiccano la miglior regia e il miglior film, è frutto di un lavoro ai limiti del maniacale da parte di tutti, a partire dal cast, che oltre al già citato Christoper Walken, nel caso di Robert De Niro, per prepararsi al ruolo di Michael volle andare in un’acciaieria e conoscere gli operai, nessuno lo riconobbe sotto le mentite spoglie dell’agente del regista newyorkese. Nella compagnia, emerge anche una giovane e quasi esordiente Meryl Streep, che improvvisò molte battute, e guadagnò la sua prima nomination come migliore attrice non protagonista.

Un encomio particolare lo merita John Cazale, che non avrebbe dovuto fare parte del cast perché malato in fase terminale, e di conseguenza non poteva essere assicurato. Con il senno di poi, se fosse venuto a mancare durante le riprese, il danno per la pellicola sarebbe stato enorme, ma grazie alle insistenze  della compagna di allora Meryl Streep, e di De Niro, l’attore poté partecipare, senza contare che pagò di tasca sua per rassicurare la produzione sulla situazione di salute del collega. Cazale oltre ad essere stato amico d’infanzia di Al Pacino, condivideva, oltre alle origini italiane, uno dei tanti lavori come fattorino alla fine del secondo conflitto mondiale, per le strade di New York. In seguito per Al, John rappresentò un vero e proprio fratello maggiore che contribuì a formarlo anche artisticamente. Si ritrovarono ad interpretare insieme sia i primi due capitoli de Il Padrino di Coppola che Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet. L’ennesima particolarità che contraddistinse l’esistenza artistica di questo attore tanto sfortunato, fu che comparve solo in pellicole che in seguito furono candidate al Premio Oscar come miglior film. L’opera di Cimino fu il suo congedo in grande stile: riuscì a concludere il film, ma non a vederlo in sala.

La roulette russa, che i Vietcong adoperavano sui prigionieri americani per scommettere denaro, ma anche come estrema tortura psicologica, e che farà letteralmente impazzire Nick inducendolo a porre fine alla sua esistenza, è la metafora perfetta di una Nazione che con la guerra si è suicidata. La simbologia del regista non abbandona mai le sue intenzioni, infatti osservando tutti quei segnali premonitori: dalla stessa fornace dell’acciaieria dove i giovani lavorano, ai fuochi accesi delle notti vietnamite, dalle gocce di vino che durante il matrimonio di Steven e Angela bagnano l’abito della sposa, così a voler distruggere l’albedine dei sentimenti, si comprende l’esito nefasto della sortita nel Paese asiatico.

Cimino con le sue opere, ha costantemente dedicato la vita all’umanesimo, esponendo allo spettatore le inquietudini e il disincanto, avvolte a doppio filo al sogno americano. E le privazioni dei personaggi (tutti e tre perderanno qualcosa, Nick la vita, Steve le gambe, e Michael la sicurezza) segnano un percorso incontrovertibile verso la perdita dell’innocenza. Le innumerevoli critiche al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, a pochi anni dalla sua disastrosa conclusione, non tardarono ad arrivare dal mondo del cinema: prima di Cimino era arrivato Hal Ashby ed il suo Tornando a casa, che trattava prettamente di reduci, e poi ovviamente c’era Apocalypse Now di Coppola, manifesto assoluto dell’uomo e dei suoi orrori. Ne Il Cacciatore, il regista completa il trittico, affrontando le ripercussioni sulla società americana e le sue classi sociali.

L’unica speranza che viene lasciata all’uomo è l’immenso paesaggio, fonte di riflessione e contraltare nelle barbarie umane, che funge anche da evoluzione psicologica nei personaggi. La mordente malinconia che permea la vicenda non è arrendevole, ma sottolinea la voglia di continuare ad esistere dei protagonisti, con una ricchezza di interiorità non comune che a quarantacinque anni dalla fine del conflitto, esprime ancora una profonda struttura storico-narrativa che non può lasciare indifferenti. 

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