Magnolia: il significato e l’analisi completa del film

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Questo articolo racconta il film Magnolia di Paul Thomas Anderson in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire un’analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La nascita della tragedia e il bisogno di tornare a casa

“Non nascere, ecco la cosa migliore, e se si nasce, tornare presto là da dove si è giunti. Quando passa la giovinezza con le sue lievi follie, quale pena mai manca? Invidie, lotte, battaglie, contese, sangue, e infine, spregiata e odiosa a tutti, la vecchiaia”

Così ci dice Sofocle nel suo Edipo a Colono, dando vita all’eroe tragico per eccellenza, colui che non può nulla di fronte al destino beffardo e che per realizzare la propria libertà può soltanto abbandonarsi a esso.

Nell’universo sofocleo, la vita umana è un mistero perennemente taciuto, pieno di dispiaceri e la morte è l’unico modo per liberarsene. Nelle due tragedie scritte da Sofocle (Edipo Re e Edipo a Colono), l’uomo è un animale fragile, la cui esistenza può raggiungere il massimo piacere per poi passare alla più misera degradazione in poco tempo. La fine di Edipo è la sua sete di conoscenza, la determinazione a scoprire la sua vera natura e sebbene ciò possa rivelarsi terribile, l’intelligenza umana, opponendosi agli antichi e secolari tabù, lo spinge verso la verità. Tuttavia in questo universo la sua temerarietà è vista come un peccato mortale, come hybris, cioè la superbia di chi non accetta i propri limiti umani e la punizione è la scoperta di una realtà inaccettabile per quanto crudele. L’aver assassinato il padre e l’aver giaciuto con la madre in modo del tutto inconsapevole lo porta ad accecarsi, rifiutando di guardare quella verità tanto agognata, colpevole di aver voluto mirare al di là di quanto gli è stato concesso.

È la Nemesi, dea riparatrice e forma di giustizia superiore, che punisce gli uomini per i loro peccati e i loro eccessi e che, ristabilendo l’equilibrio spezzato, restituisce al destino il suo giusto andamento. Nella civiltà della colpa l’uomo non è più un fantoccio nelle mani degli dei, ma è responsabile dei propri gesti, perciò Edipo è segnato per sempre dal suo errore, sebbene ciò sia stato voluto dagli dei. È una profonda contraddizione perché la responsabilità individuale si scontra con la volontà divina, ma è proprio qui la massima tragicità che illustra il destino dell’uomo: solo, soffre per i peccati che ha commesso e per il dolore conseguente, inflitto dagli dei per la sua colpevolezza. Edipo mendico e cieco, vagabondando arriverà a Colono come gli era stato predetto in passato, dove terminerà i suoi giorni. Sofocle, nativo di Colono, ormai novantenne e prossimo alla morte, scrivendo della morte di Edipo si lascia andare a riflessioni sul sonno eterno, visto come liberazione da quel profondo mistero che è l’esistenza e chissà se in quel “tornare presto là dove si è giunti” non ci sia un chiaro richiamo nostalgico alla sua terra d’origine.

Tornare a casa per appassire dolcemente, così come la vita vuole, non è cosa assai scontata per l’uomo, animale errante per eccellenza, legato profondamente alla sua terra ma allo stesso tempo esploratore turbato che vaga da est a ovest, spostando la sua casa a seconda delle proprie esigenze e ambizioni. Ciò che costituisce l’ambiente circostante è ben saldo ma pronto ad essere alterato e corrotto dall’essere umano che domina tutto ciò che è più debole di lui, flora e fauna incluse, senza aver alcun timore e rispetto per un’ipotetica Nemesi riparatrice.

Se prendiamo per esempio i fiori, differentemente dall’umanità nomade, essi, qualora non venissero snaturate le piante a cui appartengono, hanno il privilegio di sbocciare e appassire nello stesso luogo; non devono tornare a casa, perché non abbandonano mai la loro dimora. Tuttavia l’uomo spesso considera tutto ciò che lo circonda come uno strumento, qualcosa che serve o alla sua sopravvivenza o al suo diletto, e proprio le piante e i fiori con i loro colori, i loro profumi, le loro proprietà offrono tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno che sia sanare i dolori dell’animo e del corpo o rivestire un giardino. Tutti i fiori raccontano una storia diversa, a seconda del significato attribuito loro nel corso del tempo dall’uomo, o per la particolarità del colore, del profumo o di una qualità specifica attestata dal contatto con la pianta.

L’essere umano è al centro del mondo perché ha vinto la battaglia per la supremazia, ma allo stesso è vittima della sua stessa natura sovrastante, sconfitta dai sentimenti e dalle passioni. Le nostre vite ci differenziano, così come per i fiori, proprio perché attribuiamo loro specifici significati; nasciamo in contesti diversi, amiamo in modo diverso, soffriamo in modo diverso e moriamo in modo altrettanto diverso, ma ciò che ci accomuna è che ciascuno di noi è mosso da impulsi e sensazioni che ci accompagnano tutta la vita, alternandosi, regolandosi e ripetendosi perpetuamente. Come petali di una bellissima Magnolia sbocciamo e ci distinguiamo da tutti gli altri fratelli a cui siamo legati indissolubilmente da quel pistillo che custodisce amore, godimento, sofferenza e morte. Aspettiamo una Nemesi che non arriverà mai, perché nel nostro mondo non c’è fede o divinità che ci prende per il culo giocando con le nostre vite, ma solo una fatalità indecifrabile che muove tutto, fregandosene di rispettare il giusto ritmo delle cose.

L’universo di Magnolia

È questo l’universo alienato e irragionevole in cui prende vita l’opera magna di Paul Thomas Anderson, uno tra i fiori più belli del nuovo cinema statunitense, per rimanere in tema. Magnolia, come un fiore bellissimo intreccia i petali, così intreccia nove storie differenti ma legate indissolubilmente da un filo conduttore i cui poli opposti sono vita e morte, amore e odio. Magnolia non è soltanto un’incantevole pianta dai fiori candidi così profumati da uccidere chiunque vi si addormenti vicino secondo una leggenda giapponese, ma è anche una strada della città degli angeli dove delle anime misere si incontrano a bere un wisky, ripensando ai peccati commessi, agli amori perduti, a quelli mai vissuti e al desiderio matto di espiazione.

È il regno del divenire, della vivacità, dove niente si ferma se non per morire, ma anche la morte è fugace perché tutto può essere sostituito, tutti possiamo essere sostituiti. Le nostre nove storie adeguandosi alla fatalità del caos, si inseriscono perciò in modo ambivalente in questo universo tragico, la vita scorre e il tempo passa e bisogna correre insieme a essi, ma c’è un momento in cui bisogna opporsi alla corrente che porta via i ricordi, i sentimenti, ma non i peccati, fermarsi un momento e capire se è più forte la paura del confronto o della morte.

Il film inizia con il racconto grottesco di una voce narrante di tre particolari casi di cronaca, un omicidio colposo, un suicidio e un suicidio trasformatosi in omicidio che proprio per le circostanze bizzarre non possono essere definiti pure casualità, dato che stranezze simili avvengono quotidianamente. Ciò serve soltanto ad aprire le porte di questo mondo caotico in cui determinismo e caso si scontrano regolarmente, dando vita a storie ossimoriche scritte sui marciapiedi sporchi di una metropoli, sulle pareti di una villa lussuosa, sullo schermo rotto di un televisore o sulle rughe di un volto che vuole nascondere a tutti i costi il suo passato, senza la necessità di un narratore che le racconti.

Le nove storie sono sfuggenti, nevrotiche, le cui immagini si susseguono in modo frenetico, intrecciandosi e slegandosi continuamente, grazie ad un montaggio perfetto che permette lo sviluppo di più racconti dentro un unico registro senza far impazzire lo spettatore a meno che le vicende non lo richiedano in perfetto stile altmaniano, ma più psicologico e addirittura più scatenato.

Vengono perciò presentati i personaggi in modo estremamente vivace, mentre la voce calda e avvolgente di Aimee Mann accompagnata dal picchiettare delle note ci dice cantando che l’uno è il numero più solo che noi potremmo mai conoscere, ma che due possono essere rovinosi come uno e che il due è il numero più solitario dopo l’uno che a tutti gli effetti, è molto peggio di due. Basta osservare le immagini scorrere lungo lo schermo per capire come questa sorta di poesia ermetica, sostituendosi alla sceneggiatura per un momento, ci introduca nelle vite dei protagonisti per vivere insieme a loro i momenti prima della catastrofe dalle fattezze bibliche: sono soli nella loro sofferenza anche se sono insieme a qualcun altro, anche se sono in due.

Come rami che si intrecciano

Uno dei personaggi più interessanti, più complessi e più eccentrici è Frank T.J. Mackey (Tom Cruise), un vero e proprio “guru della seduzione”, autore di “Seduci e distruggi”, un programma grottesco in cui insegna a uomini mediocri come conquistare donne apparentemente inarrivabili, mettendo in scena siparietti tragicomici in cui sprona i suoi “adepti” ad abbandonare le insicurezze che li attanagliano per dominare le loro prede, il tutto condito da un linguaggio diretto, eccessivamente volgare e incalzante. Il suo spirito corrotto lo ha portato a cancellare il suo passato e la sua reale identità, ma non l’odio profondo per il vecchio padre morente, Earl Partridge (Jason Robards), magnate del mondo dello spettacolo, ormai divorato dal cancro al cervello e ai polmoni, che ha abbandonato il figlio e la moglie proprio durante la malattia di quest’ultima.

La vita di Frank sembra una continua recita, poiché la sua maschera ha letteralmente fagocitato la sua individualità, è un tossicomane la cui droga è l’approvazione del pubblico nel farlo sentire il re dei maschi dominanti. È un supereroe il cui mantello nasconde un dolore soffocante e una fragilità mai rivelata. È riuscito a diventare così forte proprio perché ha abbandonato il suo passato, la sua angoscia, perfino il suo nome reinventandosi di sana pianta una vita ed un mondo machista dove è lui il demiurgo, in cui sentimenti ed emozioni sono sconfessati. Tuttavia, l’equilibrio riportato dalla pura fatalità, che nello specifico assume le sembianze di un’intervistatrice che lo incalza nel bel mezzo di uno spettacolo forse per smascherare subdolamente quell’Arlecchino sciagurato, gli presenta la realtà per come è e non per come lui stesso l’ha plasmata.

L’intervista, che per Frank era soltanto un ulteriore modo per mettersi in mostra e per proseguire il suo show, scoperchia quel vaso di Pandora che il santone aveva serrato perfettamente: viene smentito tutto ciò che lui fintamente aveva costruito, ponendolo di fronte a quel mostro che credeva di aver sconfitto e che aveva cercato di dimenticare. “Non c’è niente di più inutile di quello che lasci alle spalle”, dice alla giornalista quando questa cerca di avvicinarsi al suo passato e di portare alla luce la verità sommersa. Tutta l’intervista è un climax nevrotico in cui i due celano una tensione irrequieta, sebbene nascosta da sorrisi e battutine, che arriva all’acme non appena l’intervistatrice gli chiede il perché di quelle bugie, dopo che viene ripercorsa la vera vita di Frank ricordando di chi è veramente figlio.

Silenzio, vuoto, rabbia, dolore e tanti ricordi che ora hanno un nome e cognome, quello del padre. La telecamera rimane fissa su Frank e si avvicina lentamente a lui, come se ci volesse far leggere i pensieri attraverso il suo sguardo freddo, spento, certo non quello di un “guru della fica”, ma più di un bambino lasciato solo a prendersi cura della madre morente. Frank ha capito di essere stato tratto in inganno e conclude l’intervista inveendo contro la povera giornalista, che voleva sì provocare il gran maestro ma non credeva di suscitare una reazione simile in lui. Frank prima di tornare al suo show, riceve una telefonata dalla sua segretaria, che straccia definitivamente il velo di Maya già parzialmente lacerato a cui si era aggrappato tutta la vita. Suo padre è in punto di morte e il povero vecchio, come da copione, esprime il suo ultimo desiderio cioè quello di rivedere quel figlio bastardo che tanto lo odiava.

Tuttavia Earl è “un fagotto”, come lui stesso si definisce, steso perennemente sul letto in una trappola di seta pregiata, privo di forze, perché il male e i farmaci gli hanno strappato la vita e lo hanno ridotto a larva che può soltanto bofonchiare ancora qualcosa di vagamente sensato. Come un povero vecchio può solo ricordare le sue vecchie vite, tante quanti sono stati i tradimenti coniugali e ora può solo piangere perché ha abbandonato le uniche persone che non avrebbe mai dovuto lasciare, per nessun motivo al mondo. Che stia pagando per i peccati commessi? Impossibile, tra le strade di Los Angeles non si aggira nessuna divinità ristoratrice, ma solo caos, tutto è casuale.

Phil Parma ( Philip Seymour Hoffman), è lui che accompagna il vecchio e decadente magnate verso il sonno eterno, un infermiere amorevole e clemente, servo non per dovere ma per amore che non giudica i vaneggiamenti dell’infermo, ma si commuove di fronte ai rimpianti e agli smarrimenti di questo. Ai modi sgorbutici del vecchio risponde con la delicatezza femminile che lo contraddistingue e chi, se non lui può somministrargli l’ultima dose di morfina che lo farà sprofondare in uno stato comatoso prima del trapasso, accarezzando la siringa come solo una nutrice sa fare. È proprio lui che fa di tutto per esaudire l’ultimo desiderio del vecchio padrone, e che quindi convince Frank a vegliare su un uomo che non lo ha mai voluto.

I dialoghi tra Phil ed Earl, grazie a un lavoro attoriale di particolare spessore, sono i più delicati anche se spesso intervallati da qualche scortesia del malato, sembrando essere al di fuori del registro temporale del resto del racconto; mentre fuori tutto precipita e tutto cambia, dentro quella villa lussuosa il tempo segue l’andamento lento della malattia di Earl senza intralciare le sue confessioni e non lasciandolo morire prima che sia stato sottoposto, sebbene privo di lucidità, al dolore più forte, quello del confronto.

Se dentro tutto è apparentemente calmo, fuori piove, il tempo scorre e Linda (Julianne Moore), la bellissima moglie di Earl, è avvolta dal senso di colpa. Non ha mai amato Earl, o almeno non quanto abbia mai amato i suoi soldi e il suo potere, e adesso che il marito sta morendo tutto il patrimonio che le ha lasciato le fa schifo, lo detesta. Non può accettare questo dono, se non ha mai rispettato il dono che in passato aveva promesso ad Earl, cioè la fedeltà. Anche lei vuole redenzione per i peccati commessi, ma rifiutare quel lascito non servirà a nulla, perché in questo microcosmo lo sporco dell’anima si lava solo attraverso una boccetta con dentro una miscela strana, perciò meglio ingoiare tutto e perdere i sensi. I farmaci di Earl alleviano, per quel poco che possono, il dolore del corpo, i farmaci di Linda confortano lo spirito e aiutano a sopravvivere alla disperazione, e sono entrambi letali ma indispensabili. Il cancro si muove lento, poi veloce, poi lento e poi ancora più veloce e senza curarsi del giusto andamento delle cose abbraccia anche esso il divenire, lasciando un povero vecchio morire gremito di nostalgia e rimpianti, e una donna sola, conscia di essere stata colpevole della propria indecenza che non può più essere rigettata.

Il male però spinge ad agire e a fare cose che prima non avremmo mai fatto, perché è l’ultima occasione per il confronto e per morire in pace, ma il mondo Andersoniano segue un flusso a cui è impossibile stare dietro e le persone che ne fanno parte non vogliono interromperlo, non vogliono cambiare le cose per non soffrire ancora.

Così anche un uomo stimato e amato da tutto il pubblico americano come Jimmy Gator (Philip Baker Hall), conduttore del programma “What do kids know?” un quiz televisivo in cui bambini sono chiamati a rispondere a domande di qualsiasi genere, deve sottostare alla volontà cinica della sorte.

Jimmy è uno dei volti più famosi della Tv americana, conquistata grazie alla sua simpatia, alla sua genuinità e alla sua rigorosa moralità, essendo sposato da 40 anni con la stessa donna. Fortunatamente lo schermo nasconde la vera natura di chi intrattiene la vita di milioni di persone, mostrando solo la faccia pulita del personaggio e dell’America, ma il pubblico vuole questo e non vuole sapere altro.

Il conduttore scopre di avere due mesi di vita per un tumore alle ossa, e sebbene conservi pubblicamente il ruolo che tutta l’America gli ha ormai attribuito tenendo fede ai suoi impegni di uomo di spettacolo, non può mantenere la stessa faccia ormai stanca e graffiata dalle rughe con sua moglie Rose. Nella sua lunga vita ha visitato troppi letti di donne futili, ma questo è un boccone amaro che può essere ingoiato da Rose che in cuor suo lo aveva sempre saputo. Ciò che la compagna di vita non può e non riesce a non vedere è il motivo per cui sua figlia Claudia (Melora Walters) non vuole vedere il padre, ma vuole che sia Jimmy a dirglielo, vuole una su confessione, perché è semplice ammettere un peccato se ce ne è uno più grande tenuto nascosto. Jimmy non se lo ricorda oppure non riesce ad ammetterlo, d’altronde chi ammetterebbe di aver molestato la figlia anni prima costringendola ad andare via di casa e perciò essere con molta probabilità una delle cause della sua tossicodipendenza e della sua promiscuità.

Aveva provato a riavvicinarsi alla figlia non appena aveva saputo della malattia; chissà quante cose avrebbe voluto dirle se solo Claudia non fosse scoppiata in un pianto di ira e non l’avesse cacciato, terrorizzata e fuori di sé per essersi ritrovata di fronte l’uomo che più di tutti avrebbe dovuto amarla e che invece le ha strappato la purezza che contraddistingue sempre una figlia da una puttana. La cocaina sembra un dolce palliativo, cullandola in uno stato di coscienza alterata perenne, trasportandola prima verso un maschio poi verso un altro fino a trovare per puro caso Jim Kurring (John C.Reilly), un poliziotto goffo ma sincero che prova a darle tutto quello che non ha mai avuto. Il loro rapporto, grazie soprattutto un’interpretazione pregiata di Reilly che impreziosisce ancora di più questo grande racconto, è frutto di un incontro tra due solitudini, quella schizoide di Claudia e quella placida di Jim che si intrecciano alla perfezione. Entrambi hanno perso il sapore della vita e sopravvivono in modi opposti, uno perseguendo costantemente il mantra della giustizia identificandosi nel ruolo che incarna, l’altra seguendo la legge che gli detta la polvere bianca senza un obiettivo manifesto. I due si vogliono perché desiderano entrambi cambiare, promettendosi di non vivere nella bugia, affogando tra mezze verità e vizi nascosti come tutte le persone che li contornano e non è un caso se questo dialogo è intervallato dalle confessioni di Jimmy a Rose, dopo decenni di menzogne.

Sono i figli a pagare le colpe dei genitori, le loro scelte sbagliate, le loro smanie, il loro egoismo e i pargoli possono solo subire ingenuamente perché se in questo mondo non c’ è una qualsiasi forma di giustizia superiore, non c’è nemmeno la speranza che le cose vadano meglio di così.

I figli, quando crescono, si ritrovano in un vecchio bar a bere come spugne per poi delirare sul proprio passato, cercando dopo anni ancora la loro identità. Proprio Donnie Smith (interpretato da uno splendido William H. Macy) è l’incarnazione perfetta di quel figlio malato e corrotto dalla bramosia e dalla lussuria dei genitori, inghiottito dallo showbiz, digerito e poi vomitato non appena ritenuto inutile. Vecchio concorrente di “What do kids know?”, grazie al quale ha guadagnato una notevole quantità di denaro oltre ad una fama poi sfumata nel tempo, sia perché, sempre per il caso disgraziato è stato colpito da un fulmine perdendo a suo dire tutta la sua genialità, sia per il disinteresse dei suoi genitori e delle emittenti che hanno visto in lui soltanto una macchina da soldi estemporanea e non un talento su cui puntare.

Donnie è solo, senza lavoro, senza identità e l’unico motivo che non lo spinge definitivamente verso l’oblio è il desiderio di conquistare Brad, un giovane barista dallo sguardo dolce e dal fisico atletico, ma con l’apparecchio ai denti che Donnie non vede come un difetto ma come un’opportunità per rendersi simile a lui: infatti l’ex bambino prodigio, ancora sentimentalmente e sessualmente puerile, crede che facendosi installare anche egli il suddetto dispositivo correttivo possa conquistare il suo amato. Beve fino a stare a male, fino a confondere la malinconia con la depressione, l’amore con la nausea, e mentre ruba la scena alla quiete come fanno gli ubriachi e i depressi intrattiene un dialogo con un bizzarro individuo contraddistinto da un’eleganza quasi fastidiosa.

Lo scambio parossistico di battute tra i due, uno dei più interessanti e attraenti di tutto il racconto, funziona alla perfezione, dando vita ad una tenzone frenetica per la conquista del giovane prediletto oltre che della scena. Sono due figure eccentriche e grottesche per motivi differenti, le cui filosofie prima si scontrano, poi si abbracciano e poi si contrastano nuovamente come due bambini incontentabili. Questo è Donnie, un bambino incontentabile, che cerca qualcuno da amare e che lo faccia sentire unico come quel vecchio quiz televisivo, che confonde i bambini con gli angeli perché secondo lui non è pericoloso e certamente se anche lo fosse, non è come confondere i bambini con una puttana da sfruttare.

Si ritrova nella stessa situazione il piccolo Stanley Spector (Jeremy Blackman), stella contemporanea dello show dove Donnie ha perso sé stesso, sfruttato dal padre per guadagnare più denaro possibile dal suo estro. Stanley è diverso dai suoi “piccoli colleghi” che cercano di cogliere il successo del momento e di massimizzare quanto più il profitto. Non è ancora stato corrotto da quell’universo consumistico, senza colpa alcuna se non quella di essersela fatta sotto durante la trasmissione o quella di aver smesso di rispondere alle domande durante lo show perché stanco di essere usato come un giocattolo. È forse la personalità che funziona meno all’interno della pellicola per l’insipidezza del personaggio e per il poco spessore attoriale, specie quando si lascia andare ad un monologo in cui accusa tutto e tutti infrangendo i sogni del padre, anche questo poco adeguato al resto del racconto perché troppo freddo e spregiudicato per essere ritenuto credibile.

Appassire

Come una bellissima Magnolia le nostre storie vogliono spogliarsi delle foglie più secche, dei fiori più spenti e chissà se tagliando il ramo marcio non muoia tutta la pianta.

Tutto sta per finire, ha smesso di piovere e i nostri personaggi legati tra loro da un filo sottilissimo tessuto dal caso sono pronti al confronto o alla morte.

Frank si trova difronte al vecchio padre morente, non può perdersi gli ultimi rantoli di chi ha odiato per tutta la vita. Con gli occhi lucidi rigurgita tutto l’astio e la disperazione covata da anni, e lo insulta, lo denigra, lo guarda fisso sperando che il malato tiri le cuoia dinanzi a lui. Ripensa a quanto ha sofferto la madre, vittima dello stesso male di Earl, e di quanto ha sofferto lui per aver perso entrambi e aver ritrovato il padre solo in punto di morte. Non si trattiene, comincia prima a singhiozzare per poi scoppiare in un pianto nervoso sotto gli occhi di Phil che non rimane di certo impassibile, sotto gli occhi ormai chiusi di Earl e tra un gemito e l’altro gli chiede perché non ha mai preso il telefono e fatto quella chiamata. Lo odia,eppure rimpiange di non essere mai stato amato da lui, spera che muoia tra atroci sofferenze ma allo stesso tempo non vuole lasciarlo andare perché non può sopportare un ulteriore abbandono. Qui troviamo la massima tragicità, l’uomo paga colpe non sue sottostando alla volontà divina del caos, senza avere alcun potere per ribellarsi.

È uno dei momenti più emotivi di tutto il racconto, in cui la fragilità umana e il dolore trovano il loro apogeo; siamo posti di fronte alla morte, e consci che sarebbe arrivato questo momento della storia prendiamo parte a questa estrema unzione con consapevolezza della sofferenza.

Jimmy, poche miglia più avanti, non riesce a reggere il senso di colpa, non accetta il confronto, e vuole solo morire per liberarsi da quel passato troppo pressante, come nella più bella tragedia sofoclea, ma non decide lui come e quando morire, e allora chi lo decide?

Claudia e Jim dopo essersi trovati e amati per una cena tra discorsi senza logica, pianti isterici della ragazza e promesse difficili da mantenere, si allontanano per volontà di Claudia. Non riesce a spingersi oltre, non sa abbandonare il rifugio sicuro della cocaina per quel poliziotto sincero e bonario che per conquistare la sua fiducia le confessa di aver smarrito la pistola, che per un uomo rigoroso come lui ciò rappresenta una vergogna senza eguali. Niente da fare, Claudia fugge via come fece 10 anni prima quando chiuse la porta in faccia al padre, rifiutando chiunque potesse entrare davvero dentro di lei per paura di confrontarsi con il tempo andato.

Purtroppo, come dice Jimmy e poi Donnie in uno dei suoi deliri da bar, possiamo anche chiudere con il passato, ma questo non chiude con noi e ciò come vale per Edipo, vale per tutti i personaggi del mondo costruito da Anderson. Vale per Linda che, oppressa dalla depressione e dall’annesso senso di colpa, butta giù l’ennesimo veleno che divide l’anima dal corpo trasportandola in un mondo lontano, dove non deve per forza ripensare al passato; eppure neanche a lei è concesso decidere quando e come morire dato che si risveglierà in ospedale.

Vale per Donnie che non riesce proprio a diventare come l’habitat circostante vorrebbe, spregevole e manipolatore e per questo responsabile delle sue azioni, tanto da riportare indietro i soldi appena rubati dal magazzino del negozio in cui lavorava. Sa che il suo amore è puerile e sciocco e non sarà un apparecchio ai denti di certo a conquistare Brad. Lui non deve redimersi, se non per essere stato così indolente nei confronti della vita, vivendo all’ombra di quello che fu anni prima.

Così Stanley, che è consapevole di essere stato trattato come una cianfrusaglia da riporre sulla mensola più nascosta e perciò vuole egli stesso porre fine allo spettacolo, essere dimenticato e ritornare ad essere semplicemente un piccolo genio con delle aspirazioni genuine e non una macchina da soldi per il padre e per l’emittente.

È la fine. Non c’è un dio risoluto che libera gli uomini dai peccati commessi e premia i misericordiosi e i puri di spirito, proprio perché non c’è una morale da seguire se non quella dettata dai cuori infranti dei personaggi, vittime però di una divinità che non si lascia né in alcun modo percepire né pregare, il caso. Sebbene la nostra percezione sia quella di stare di fronte ad una manifestazione biblica per quanto assurda, è esattamente l’opposto. La pioggia di rane che cade tra gli sguardi increduli dei personaggi, non deve e non può essere spiegata perché il suo artefice non può essere reso comprensibile ma possiamo solo ammirarla e affidarci definitivamente al divenire, come Jimmy che sfugge al suicidio soltanto perché casualmente un rana cadente sposta la canna della pistola deviando il colpo che altrimenti sarebbe finito tra la materia grigia del vecchio presentatore.

Tutti i nostri personaggi sono finalmente tornati a casa, non per forza inteso come luogo fisico, e possono appassire o risbocciare dolcemente con una consapevolezza figlia di caos e determinismo.

“La legge è legge, ma alle volte si può perdonare e questa è la parte più difficile. Ma cosa si può perdonare?” Conclude il racconto Jim mentre accende il motore della macchina per andare da Claudia, dopo aver aiutato Donnie a redimersi. Cosa si può perdonare? Un tradimento, uno stupro, un abbandono, probabilmente qualsiasi cosa se la pulsione di vita è talmente forte da annientare le reminiscenze più dolorose.

Il cinema di Paul Thomas Anderson

Sono oltre tre ore in cui Paul Thomas Anderson ci scaglia addosso tutte le paure insite nell’animo umano, utilizzando la settima arte come espressione di un disagio che abbandona la logica per lasciare spazio all’emotività. Peccato ed espiazione diventano il focus di vita dei nostri personaggi le cui scelte passate sono il collante di tutte le loro storie.

Sebbene alcune critiche possano essere ritenute accettabili, come la poca credibilità e il poco spessore di alcuni personaggi e l’eccessiva prolissità di alcuni momenti che possono interrompere quell’empatia che si viene a creare tra spettatore e opera, il lavoro del regista statunitense è un’opera in cui le paure e il dolore umano, scarnificato da giudizi morali, vengono affrontati variegatamente attraverso registri differenti tipici dei personaggi che vi fanno parte, non perdendo mai la poesia. Tutto questo è reso possibile da una sceneggiatura travolgente, incantevole e coraggiosa fino alla fine, un parco attoriale di altissimo livello (un elogio particolare a Tom Cruise, William H.Macy, John C. Reilly, Jason Robards e Philip Seymour Hoffman), un montaggio che alterna caos e calma piatta calandosi perfettamente nell’universo plasmato da Anderson e una fotografia sempre perfetta e mai sopra le righe.

Siamo di fronte all’espressione massima della settima arte colma di riferimenti tecnici e narrativi ad altri mostri sacri del cinema come Scorsese, l’altro Anderson, Altman, Kubrick , Welles ma c’è tanto Paul Thomas Anderson, perché è lui stesso il fulcro del suo cinema mai banale, emozionale e forse pretenzioso ma se i risultati sono opere come Magnolia, Il Petroliere, Il filo nascosto, Boogie Nights e via discorrendo ciò non può essere considerato un difetto ma un pregio nobile che a pochi è concesso e che lo rendono già di fatto uno dei registi più importanti della storia del cinema.

Siamo stati toccati nei nostri punti deboli, nelle nostre fragilità e ne usciamo forse con una cognizione del dolore più profonda. Posti di fronte alla deriva di se stessi, i personaggi piangono e forse noi con loro perché sappiamo che quell’universo caotico non è così tanto lontano dal nostro, sebbene speriamo ci sia una speranza o una fede che contrasti il flusso inalterabile della vita ma la verità è che non lo sapremmo mai. Tuttavia non tutto dovrà andare come è sempre andato, forse è più semplice di come sembra e basta guardare in camera come Claudia nell’ultimo frame, sorridere dopo aver passato una vita a piangere e finalmente arrendersi alla liberazione, pure se questa si rivela come una pioggia di rane nel silenzio della notte. Siamo tornati a casa, dopo aver peregrinato in lungo e in largo attraverso i sentimenti più remoti e abbiamo ritrovato l’albero di Magnolia dai fiori bianchi pronto a morire lì dove anni prima era nato, senza aver mai dimorato altrove.

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