American Psycho: la spiegazione dettagliata del film

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Chiunque guardi per la prima volta American Psycho si ritrova quantomeno confuso da quel che si vede nella trama. La scena finale del film e il modo in cui ci si arriva mettono in contraddizione quel che il film ha mostrato fino a quel momento, e la tentazione è quella di pensare che tutto è accaduto solo nella testa del protagonista, Patrick Bateman. Eppure la cosa è un po’ più complicata. E se il significato filosofico del film è stato già spiegato qui, urge ora fornire una spiegazione dei fatti concreti.

Le spiegazioni che trovate di seguito sono supportate dalla stessa regista del film, che in un’intervista ha ammesso come la scena finale le sia riuscita male e ha detto chiaramente che non era sua intenzione far credere allo spettatore che fosse tutto frutto dell’immaginazione. “Il finale doveva essere aperto, e invece fa intendere che fosse tutto nella testa del protagonista. E non era quello che intendevo.”

Ma andiamo per gradi.

Patrick Bateman è un serial killer?

Sì, Patrick Bateman è un assassino e ha ucciso diverse persone. Gli elementi di conferma sono disseminati nel film e fanno parte delle scene strettamente piantate nella vita reale, come le lenzuola sporche di sangue alla lavanderia a secco o il primo omicidio a cui assistiamo, quello del barbone in strada.

Ciò non significa che tutto quanto visto nel film è reale. Le sequenze che portano al finale sono platealmente irreali: il bancomat gli chiede di sacrificare il gatto, le macchine della polizia esplodono dopo un paio di semplici colpi di pistola. È evidente che a un certo punto nel film Bateman perde il controllo della realtà e non gli è più chiaro cosa è reale e cosa no. Ma ciò non cancella la realtà di quanto visto fino a quel momento.

L’omicidio di Paul Allen è reale?

Sì, Paul Allen viene davvero ucciso con un’ascia da Patrick Bateman, questa è la parte reale del film. C’è un investigatore che sta cercando di capire cosa è successo, degli interrogatori e un appartamento in cui lui non vive più. Niente di tutto ciò è immaginato.

Ovviamente ciò entra in contraddizione con alcune delle cose mostrate alla fine del film, ma sono contraddizioni solo apparenti. Vediamole insieme:

  • Nel finale l’avvocato dice di esser stato a cena con Paul Allen pochi giorni prima: l’avvocato non sa distinguere la vera identità dello stesso Patrick Bateman che ha davanti (scambiandolo per un certo Davis), e allo stesso modo è confuso sull’identità di tutti gli altri che lavorano alla Pierce & Pierce. La verità è che nessuno sa davvero chi è chi, perché tutti sono concentrati su loro stessi, a nessuno importa degli altri. È questa la critica mossa nel film: tutti gli impiegati diventano vice-presidenti e sfoggiano i loro biglietti da visita, ma nessuno ha una vera identità riconosciuta e anche le persone vicine (come l’avvocato di Bateman) confondono gli uni con gli altri. Lo stesso Paul Allen aveva scambiato Bateman per Marcus Halberstram. Era una cosa frequente.
  • L’investigatore rivela a Bateman che ha un alibi per la notte della scomparsa: il personaggio interpretato da Willem Dafoe sa che quella sera c’è stata una cena con molti impiegati della Pierce & Pierce, incluso Bateman, e quello lo toglie dalla lista dei sospetti. In realtà anche questo è un fortunato scambio di identità, ed evidentemente il nome di Bateman era stato associato a qualcun altro davvero presente a quella cena, mentre Batema uccideva Allen. Lo stesso investigatore svela anche che gli era stato detto che Allen era stato avvistato a Londra e che l’informazione si era poi rivelata falsa: evidentemente era stato l’avvocato di cui sopra a dirlo all’investigatore, e ciò conferma la confusione di cui parlavamo.
  • L’appartamento di Allen è messo in affitto e i corpi sono spariti: anche questo rientra nella critica all’edonismo anni ’80 che ispira l’intero film. Un appartamento di prestigio come quello va rimesso in affitto il più presto possibile, quindi l’agenzia immobiliare che trova i corpi decide di non chiamare la polizia e di risolvere il problema autonomamente, rinnovandolo al volo e cercando subito un nuovo affittuario pagante. La cosa risulta evidente dalle domande a trabocchetto dell’agente immobiliare a Patrick Bateman: quando capisce che Bateman c’entra qualcosa con quanto era in quell’appartamento fino a poco tempo prima, suggerisce in maniera secca di togliersi dai piedi e non creare problemi. La priorità è affittare il locale. E Bateman, ovviamente, non se lo fa dire due volte.

Cosa significa dunque il monologo finale?

Non ci sono più barriere da attraversare. Tutto ciò che ho in comune con l’incontrollabile e la follia, la depravazione e il male, tutte le mutilazioni che ho causato e la mia totale indifferenza verso di esse; tutto questo ora l’ho superato. La mia pena è costante e affilata, e io non spero per nessuno un mondo migliore, anzi voglio che la mia pena sia inflitta agli altri, voglio che nessuno possa sfuggire. Ma anche dopo aver ammesso questo non c’è catarsi: la mia punizione continua a eludermi, e io non giungo a una più profonda conoscenza di me stesso. Nessuna nuova conoscenza si può estrarre dalle mie parole. Questa confessione non ha nessun significato.

“La mia punizione continua ad eludermi.” Perché per quanto Patrick Bateman sia un folle psicopatico, non sia capace più di distinguere con chiarezza la realtà e abbia ucciso un numero imprecisato di persone, il prestigio della sua persona e la superficialità degli ambienti che frequenta impedisce a chiunque di credere nella sua confessione. Nessuno sa chi è davvero Patrick Bateman, nessuno dei personaggi sa persino se Tony Allen sia davvero vivo o morto, tutto naviga su una soglia di verosomiglianza che non ha bisogno di essere confermata. Dunque confessare non ha alcun effetto. Come non lo ha uccidere: Bateman è vittima del suo stesso vortice incontrollato, non riceve più piacere o catarsi dagli omicidi, non sa come smettere e non può nemmeno farsi fermare confessando. È semplicemente condannato al protrarsi di un’esistenza insignificante.

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