Francesco Guccini, Incontro: dentro il significato del testo

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Tra le canzoni di quello che è considerato forse il suo miglior disco (Radici, 1972), fianco a colossi come La locomotiva e Il vecchio e il bambino, Francesco Guccini decise di scriverne una che avrebbe per sempre stampato, tra le sue note e parole, oltre che nella memoria di chiunque l’abbia ascoltata e cantata, un sentimento di radicata malinconia: Incontro.

Incontro parla di una vecchia e lontana amica che, tornata dal passato per raccontare la sua storia, scandisce il fluire della narrazione partendo dai tempi andati e da quel che ora, nel presente, non c’è più. In particolar modo la giovinezza (Come un istante “deja vu” / ombra della gioventù), le passioni di un ieri che sembrano relegare i due protagonisti ad un’epoca oramai estinta (I nostri miti morti ormai / la scoperta di Hemingway) in un continuo ricordo al suono di un’intima chiacchierata, scandito da un lento arpeggio, e al sapore delle storie vissute e di quelle mai conosciute (Dieci anni da narrare l’uno all’ altro / ma le frasi rimanevan dentro in noi), fino alla più inaspettata delle confessioni sulle tragedie dell’amore (Come in un libro scritto male / lui s’ era ucciso per Natale).

Nella strofa finale, il cantautore sembra fermarsi dall’ascoltare la sua cara amica e, piuttosto, pare lasciarsi andare all’abbraccio di quella sincera malinconia, la quale gli regala riflessioni come istantanee catturate nell’attimo in cui si può toccar con mano la fugacità del tempo, delle situazioni e degli affetti (Siamo qualcosa che non resta / frasi vuote nella testa / e il cuore di simboli pieno).

Guccini disse, riguardo al ritrovare la vecchia amica, un tempo di lui innamorata: “Andai a trovarla, e dopo quel pomeriggio trascorso insieme scrissi Incontro, forse il mio primo tentativo di scrivere per immagini veloci, molto cinematografiche”.

E le immagini evocate da questa canzone, sono propriamente la sua eterna forza: non s’incontrarono per davvero correndo lungo le scale, ma quella tristezza che gli avvolse come miele (frase ispirata a Suzanne di Cohen) è la fotografia di un’emozione dolceamara che permane per l’ascolto di tutto il brano, capace di diventare colonna sonora delle impressioni di un momento, tra un tempo scivolato e I sogni senza tempo, di riflessioni, dondolati da un vagone, al vedere le luci di case al buio intraviste da un treno, in cui continua ad esistere il perenne dubbio accompagnato dall’insoluta domanda, su come il tempo prende il tempo dà, al correre sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa.

E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei, 
La tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due. 
Il sole che calava già rosseggiava la città 
Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda: 
Come un istante “deja vu”, ombra della gioventù, ci circondava la nebbia…

Auto ferme ci guardavano in silenzio, vecchi muri proponevan nuovi eroi, 
Dieci anni da narrare l’uno all’ altro, ma le frasi rimanevan dentro in noi:
“cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli I nostri tempi, 
Ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via”. 
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…

E le frasi, quasi fossimo due vecchi, rincorrevan solo il tempo dietro a noi, 
Per la prima volta vidi quegli specchi, capii I quadri, I soprammobili ed I suoi. 
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway, 
Il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste: 
La mia America e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste…

Carte e vento volan via nella stazione, freddo e luci accesi forse per noi lì 
Ed infine, in breve, la sua situazione uguale quasi a tanti nostri films: 
Come in un libro scritto male, lui s’ era ucciso per Natale, 
Ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio: 
Povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed io I miei in un solo saluto…

E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…
Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
Restano I sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
Le luci nel buio di case intraviste da un treno: 
Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…”

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4 comments

  1. Una canzone inimitabile. Fa sempre riflettere. La sua grandezza rimarrà per le generazioni future (spero che ne comprenderanno il senso – e non troppo tardi….) È la storia di ognuno di noi. Tutti abbiamo provato (credo) le stesse cose, sentite nell’anima. Credo che anche Rimmel, benché di diverso impatto emotivo, possa essere menzionata

  2. Poeta della musica, canta e scrive parole di vita vissuta realmente ,di vita attuale ,mai parole banali Cantautore formidabile ,sono spiaciuto che abbia smesso di cantare, ma lo ascolto sui cd con grande piacere .Questo per quanto riguarda Francesco Guccini. Fabrizio De André è stato un grande e inimitabile signore della canzone d’ autore. Rino Gaetano era un ottimo precursore come autore e stile di canto, peccato sia stato strappato alla vita troppo presto.

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