American Psycho: follia e apparenza di un moderno Dorian Gray

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di American Psycho, il film di Mary Harron del 2000, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

 

“Ho tutte le caratteristiche di un essere umano: carne, sangue, pelle e capelli. Ma non un solo, chiaro e identificabile sentimento, a parte l’avidità e il disgusto.”

Patrick Bateman

Potremmo usare questa citazione per descrivere in sintesi American Psycho, film del 2000 diretto da Mary Harron, ispirato all’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis. Ambientato nel 1987 a New York, segue le vicende di Patrick Bateman, ventisettenne yuppie che alterna la sua vita da broker di Wall Street a maniaco omicida.

Nonostante alcune importanti differenze tra le due versioni, il film riesce a mettere in risalto la grande critica all’elité americana e ai valori che rappresenta: un consumismo sfrenato rivolto esclusivamente al riconoscimento sociale, con tutta l’ipocrisia e l’apparenza che lo circonda. Bateman (che personalmente rievoca, almeno come assonanza, un altro grande maniaco omicida del grande schermo come Norman Bates di Psycho) è un moderno Dorian Gray, l’uomo che fa della sua bellezza la sua vocazione fino a celebrare un rito quotidiano malsano ma necessario per mascherare, dietro una bellezza estetica notevole, la sua figura e la sua personalità di psicopatico violento e sanguinario. Proprio come il personaggio di Oscar Wilde, Bateman riesce a nascondere la sua reale identità grazie al fascino e all’avvenenza, che lo lasciano impunito e facilitano il suo percorso omicida. La sua cura per il corpo è maniacale, come sottolineato nello stesso film, ma è pura illusione per nascondere la sua essenza.

Bateman vive soltanto la mondanità e la sua ricerca di vittime senza emozioni reali, tanto da rovesciare l’importanza degli avvenimenti: il banale diventa fondamentale mentre ciò che è importante perde di senso e di interesse, non si fa scrupolo a sacrificare le vite delle persone che lo circondano ma prova una profonda rabbia quando, con i colleghi di lavoro, perde la sfida per il biglietto da visita più bello.

Tra i meriti del film rispetto al romanzo c’è sicuramente la scelta molto accurata del cast, che riflette l’inversione che caratterizza l’opera nella scelta dei volti rappresentativi: l’elite americana che cura soltanto l’apparenza è rappresentata dalla bellezza di Jared Leto, Reese Witherspoon e Christian Bale, apparentemente perfetti ma tutti alienati dalla realtà, mentre l’unico personaggio positivo, il detective Donald Kimball, ha la faccia di Willem Dafoe (insieme a Jack Nicholson, probabilmente uno dei volti migliori per incarnare la pazzia). Qui si evince chiaramente il contrasto tra essenza e apparenza, dove i buoni sono “brutti” e i cattivi i “belli”, invitando lo spettatore a riflettere sul tema centrale per l’autore del romanzo. Proprio Ellis ha chiarito la questione parlando dei temi che voleva affrontare nella sua opera:

“Tutto ciò che ho detestato nel decennio degli anni ’80, l’avidità economica, in consumismo smodato, la superficialità, il narcisismo, la violenza, l’egoismo classista, il disprezzo per gli emarginati. Di queste cose il protagonista è emblematico e se a qualcuno il romanzo non piace è perché non gli piace il decennio di Reagan, questi Anni Ottanta coi loro yuppies, il loro cinismo, la loro amoralità.”

Il finale è decisamente atipico, in quanto nonostante Bateman confessi i suoi crimini al suo avvocato non viene preso in considerazione, tutti pensano che scherzi e nessuno può soltanto immaginare che un uomo della sua posizione possa essere un serial killer. In questo si evince la forte componente di incomunicabilità dell’opera, con il protagonista che non riesce a esprimersi né con i suoi simili né con gli estranei. La sua confessione, che potrebbe essere la via verso la salvezza, resta e resterà sempre inascoltata, lasciandolo solo nel suo dolore, nella medesima situazione di partenza, una costante dolorosa che non fa altro che renderlo alieno dal mondo.

Non ci sono più barriere da attraversare. Tutto ciò che ho in comune con l’incontrollabile e la follia, la depravazione e il male, tutte le mutilazioni che ho causato e la mia totale indifferenza verso di esse; tutto questo ora l’ho superato. La mia pena è costante e affilata, e io non spero per nessuno un mondo migliore, anzi voglio che la mia pena sia inflitta agli altri, voglio che nessuno possa sfuggire. Ma anche dopo aver ammesso questo non c’è catarsi: la mia punizione continua a eludermi, e io non giungo a una più profonda conoscenza di me stesso. Nessuna nuova conoscenza si può estrarre dalle mie parole. Questa confessione non ha nessun significato.

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