Il Volto Di Un Altro: il film anni ’60 che ha infiammato il Giappone

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La critica di allora non riuscì, forse, ad accogliere tutta la violenta visionarietà del film di Hiroshi Teshigahara – già regista de La donna di sabbia (1962). Uscito nelle sale nel 1966, l’opera fu un vero successo in Giappone, ma un disastro nei botteghini di tutto il resto del mondo. Tratto dal romanzo di Kobo Abe, rientra nella New Wave Giapponese, corrente che ingloba il ventennio ‘50s – ‘70s.

Eppure, Il volto di un altro è una pellicola estremamente predittiva e descrive, accuratamente e con sguardo moderno, lo struggimento esistenziale del protagonista, Okuyama, gravemente sfigurato durante un esperimento in laboratorio. Costretto a vivere con delle bende che gli avvolgono volto, rifiutato sessualmente da sua moglie, che riesce a stento a nascondere il ribrezzo per quell’essere senza più pelle viva né espressione, allontanato dagli amici, l’uomo si ritrova di fronte ad una – neanche troppo, a pensarci bene – dura scelta: il progressivo isolamento dal mondo o l’aiuto del suo amico, un medico chirurgo.

Hira, il medico, consiglia ad Okuyama di indossare una maschera per poter tornare ad essere accettato dalla società, senza dover soffrire sguardi di disprezzo o di pena. La maschera, però, sarà costruita in un nuovo materiale, morbidissimo, quasi del tutto simile al tessuto della pelle umana, e dovrà essere quindi modellata, prima di indossarla, su un volto vero. Dopo aver pagato profumatamente un giovane sconosciuto per far loro da modello, i due riescono a produrre il nuovo volto di Okuyama.

Il tema del doppio, tanto caro a moderni autori come David Lynch, inizia a farsi strada già nella prima parte della pellicola: Okuyama, infatti, indossa una maschera modellata sul volto di un altro uomo che, lì fuori, da qualche parte, va in giro e vive con quella stessa faccia. E il tema del doppio, o meglio, in questo caso, dello sdoppiamento, continuerà per tutto il film: l’esempio più lampante ne è l’affitto di due appartamenti diversi da parte del protagonista, uno durante il periodo del bendaggio, uno dal momento in cui indossa il volto di un altro.

Okuyama decide, dunque, di indossare la sua nuova maschera, ma il suo amico lo ammonisce: bisogna stare davvero attenti, perché andare in giro con un volto che non è il nostro potrebbe portare ad un cambiamento della personalità, ad un distacco dal proprio io. Il protagonista non sembra curarsi di questo avvertimento che, però, si rivelerà puntualmente realistico fin dal primo istante. Il pensiero principale di Okuyama è, infatti, quello di sedurre sua moglie, che non lo riconosce ed accetta le sue avance. Deluso e arrabbiato, si rivela alla donna, che lo rifiuta di nuovo, questa volta non solo disgustata dal suo aspetto fisico, ma anche dal suo comportamento.

Il tema del doppio è parte integrante dello stesso schema narrativo, perché a fianco al filone principale – vale a dire alla storia di Okuyama – vi è la vicenda di un’altra persona, anch’essa sfigurata, ma senza soluzione al dramma: è una giovane donna di Nagasaki, probabilmente sfigurata durante il bombardamento, che conduce un’esistenza malinconica, divisa tra il lavoro e il fratello. Vicenda appena accennata nel romanzo di Kobo Abe, questa della giovane donna assume nel film un’importanza straordinaria e risalta come contrapposizione diretta ed insistente alla storia principale, a denunciare il declino morale e sociale del protagonista.

Sarà nel finale del film che la situazione degenererà in maniera definitiva: Okuyama tenterà di violentare una passante (qui di nuovo un’eco al filone secondario, dato che anche la giovane sfigurata viene assalita da un uomo dell’ospedale psichiatrico in cui lavora) e, all’arrivo del medico e amico Hira, lo accoltellerà. È proprio sul finale, poco prima dell’accoltellamento, che Hira si rende conto che la sua predizione è diventata concreta: vede, intorno a sé, tutti i passanti nascosti da maschere simili a quella del suo amico – in una scena che ritroveremo simile, anni dopo, in The Wall (1982) dei Pink Floyd.

Un pericoloso gioco delle maschere, quello ritratto in questo film, affrontato però con un taglio diverso rispetto alla canonica rappresentazione dello sdoppiamento individuale. Le musiche minimali, i suoni d’ambiente quasi assenti, il bianco e nero della pellicola, contribuiscono da soli a creare una sorta di distacco dalla realtà, un’aria più surreale che fantascientifica (nel genere di fantascienza, oltre che drammatico, rientra infatti questo film) e a sottolineare la tetra solitudine del protagonista e del suo specchio – la giovane donna.

La modernità di Il volto di un altro è tanto più chiara quanto più ci si focalizza sui temi che affronta: quello della maschera, intesa come unico mezzo di inclusione in una società che esclude chiunque non rientri nei canoni. Il tema di un volto sfigurato che genera attorno a sé sentimenti contrastanti: ribrezzo, pietà, divertimento; il dramma di un uomo che era normale, e che dopo un banale incidente perde tutto: moglie, amici, il suo posto nella società e, soprattutto, la sua interiorità e la fedeltà a se stesso. Il tema del un volto sfigurato coperto da una maschera che, una volta indossata, cambierà le attitudini e il comportamento della persona che la indossa; il film sembra ad un tratto chiedere allo spettatore: è il nostro aspetto a decidere chi siamo?

Il tema di per sé sarà molto in voga nei successivi anni del Novecento (ricordiamo Abre los ojos (1997) di A. Amenabar e il più noto remake Vanilla Sky (2001) di C. Crowe). Ma è dello stesso anno, del 1966, Persona di I. Bergman, che affronta, seppure in maniera molto diversa, il tema dello sdoppiamento – rappresentato dalle due protagoniste del film. Ed è Bergman stesso, nel suo libro Immagini a spiegare la scelta cinematografica di sovrapporre e affiancare, ad un tratto, i volti delle due protagoniste:

“La maggior parte delle persone ha, chi più chi meno, un lato migliore del volto. Le immagini dei volti di Liv e di Bibi (le attrici, ndr), illuminati per metà, che poi noi unimmo insieme, dimostrano il lato peggiore di ciascuna di loro.”

Un film che fa riflettere e che è quanto mai attuale. “I can’t handle people anymore”, non riesco più a gestire le persone, afferma il protagonista, ancora bendato, nella prima parte del film. Ma il bisogno di inclusione è così forte da fargli preferire un cambiamento della propria persona all’allontanamento da una società che lo disprezza.

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