Operazione U.N.C.L.E.: la guerra fredda secondo Guy Ritchie

Se fossimo costretti a descrivere con un solo aggettivo il cinema di Guy Ritchie, sarebbe certamente “frenetico”. Perché neanche tanto celatamente, lo si apprezza per le sue pellicole piene di suspence, ma soprattutto con il pedale dell’acceleratore sempre pigiato al massimo. Non fa eccezione Operazione U.N.C.L.E., che rivede la Guerra Fredda ispirandosi (ma solo nel titolo) ad una serie televisiva americana degli anni Sessanta, dove ovviamente gli yankee, nonostante la collaborazione con il nemico aldilà della Cortina di ferro, ci tenevano a fare sapere a tutto il mondo quanto erano bravi e belli, e come sempre dipingevano tutto ciò lontano dalla loro comprensione e dai loro interessi economici come sbagliato ed improduttivo.

Questo diede lo spunto ad un presidente U.S.A., che in realtà di mestiere faceva l’attore, neanche tanto bravo a dire il vero, di affibbiare all’Unione Sovietica l’appellativo di “Impero del male”. Detto poi da uno che si macchiò di avere creato, grazie alle sue politiche, un debito pubblico monstre, e che definì Nelson Mandela terrorista, beh, forse nella capacità di giudizio e sul prendere buone decisioni, Reagan difettava alquanto.

In ogni caso, alla sua maniera, Ritchie, riesce a rendere un argomento oramai stra-abusato in interessante e dagli esiti incerti. Come sempre, non si risparmia con la complessità dei personaggi, curati in ogni minima sfaccettatura, dotandoli anche di un certo stile, ricordando addirittura gli 007 di Connery, ma senza le premesse e soprattutto con la disillusione tipica della nostra epoca, lontana dal cinema di Terence Young. L’ironia con cui viene trattata la pellicola, nonostante il tema alquanto serio, fa si che sia godibile anche ai meno interessati alle beghe politiche di quegli anni, che rappresentarono le contrapposizioni di due modi di vivere ed approcciarsi con il mondo.

C’è da dire che la pellicola prima di arrivare nelle sale ha subito una serie di vicissitudini che potevano far fallire il progetto: infatti la regia era stata pensata per Steven Soderbergh, ed i ruoli da protagonisti spettavano a due icone del cinema moderno come Tom Cruise e George Clooney. Fortunatamente, le cose sono andate diversamente, donando lustro ad Armie Hammer e Henry Cavill, perfetti nei ruoli della scontrosa spia sovietica, e del sofisticato agente americano. Ovviamente la battaglia America Vs Russia prende piede anche nei due protagonisti, che come bambini dell’asilo si beccano continuamente su chi sia meglio, anche se in modo sempre gradevole agli occhi di chi osserva, tenuti uniti non solo dalla missione, ma anche dalla enigmatica Alicia Vikander.

La sceneggiatura briosa, tenuta in corsa da un montaggio dinamico, valorizza anche le personalità dei cosiddetti nemici. tra cui spicca Elizabeth Debicki. Giunta al grande pubblico grazie ad un ruolo di secondo piano ne Il grande Gatsby di Baz Luhrmann, l’attrice australiana sorprende non soltanto per la bellezza eterea, ma per capacità attoriali considerevoli, ed un adattamento al ruolo ben congegnato. La natura dei personaggi, ricorda in toto quella di Sherlock  Holmes e John Watson, della “duologia” costruita da Ritchie, accarezzando anche il lato fumettistico, mettendo da parte la sua proverbiale “cazzimma”, come direbbero in quella che viene definita la capitale del Sud-Italia e che influenza anche il film. Questo perché, proprio “i nemici” dei nostri eroi sono italiani, i ricchissimi Vinciguerra, che dalla Capitale italiana si spostano su un ipotetico mare campano, progettando una guerra mirata a distruggere l’equilibro geopolitico mondiale, per riversarlo a favore della loro organizzazione criminale: anche su questo il richiamo alla “Spectre” è irrinunciabile.

La colonna sonora, composta dal britannico Daniel Pemberton, che ha all’attivo collaborazioni con Ridley Scott e Danny Boyle, abbraccia anche classici della nostra musica leggera, tra cui l’indimenticato Luigi Tenco, maestro supremo dello struggimento, non disdegnando Nina Simone e Solomon Burke e strizzando l’occhio al chitarrista dei Kasabian Sergio Pizzorno ed i suoi echi rock and roll. Pemberton è anche influenzato dal maestro assoluto delle colonne sonore Ennio Morricone, e questo non fa che donare ulteriore lustro ad un’opera un po’ troppo rimaneggiata, ma che offre spunti interessanti, anche per il finale aperto, magari ad un’altra avventura. La pellicola alla resa dei conti è certamente riuscita. Strizzando l’occhio ad un periodo storico pieno di grandi contrasti politici e sociali, l’epoca dello spionaggio, così romantica ed affascinante, viene rivisitata in chiave ironica e con quell’aura rétro che non cessa mai di attrarre.

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