Just In Time: la straordinaria vita di Nina Simone

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Prologo

La prima volta che sentii parlare di Nina Simone fu a Parigi in un appartamento vicino Les Halle. In quella occasione la proprietaria di casa, una biondina di nome Celine, aveva appena eseguito un pezzo alla chitarra niente male. Con lei, in quell’appartamento, uno scrittore americano di nome Jesse, ormai prossimo a perdere l’aereo per New York, mette su un disco.

Parte Just In Time.”Incredibile che sia morta” dice Jesse, Celine dice che l’ha vista in concerto per due volte, e che non ci sarà mai più una come lei. Alla fine Jesse perderà l’aereo.

Mi sono sempre immaginato Richard Linklater, il regista di questa scena, davanti al suo archivio musicale nella sua casa ad Austin, alla ricerca del pezzo giusto per il perfetto epilogo del suo film.

Ai tempi chiaramente non avevo idea di chi fosse Nina Simone se non la tizia che Jesse metteva su per perdere l’aereo, ma la melodia di quel brano aveva catturato all’istante il mio interesse. Dopo diversi anni mi colpì molto il ritrovare Nina durante l’epilogo di un’altra opera. Quella volta un cavallo umanoide, Bojack Horseman, in lotta contro la sua depressione sistematica ed ormai alla deriva, trovava conforto nel vedere una mandria di cavalli selvaggi percorrere una vallata in pieno deserto sullo sfondo di Stars, il pezzo che forse più di tutti mi ha spinto a cercare notizie su di lei.

Come fa un musicista a toccare delle corde così dolci e così buie allo stesso tempo? Nonostante la fama del personaggio sia per lo più legata ai suoi colpi di teatralità, agli eccessi e alle sfuriate sul palco, David Brun-Lambert, nel libro Nina Simone: una vita, descrive una donna lontana da tutto questo, una bambina capace di impressionare ed una musicista capace di diventare il denominatore comune tra le battaglie per i diritti civili ed i salotti buoni dello smooth jazz newyorkese.

La storia di Nina Simone viene scandita alla perfezione dai suoi live, lampi nel buio capaci di raccontare in maniera vivida e veemente le sue emozioni, la sua natura e soprattutto le sue debolezze.

È qui che, a parere di chi scrive, va trovata la chiave di lettura di tutto il suo personaggio, dalle disfatte alle rinascite: la vita di Nina è iniziata ed è terminata su un palco e questa è la sua storia.

Tryon, 1943

Eunice Waymon aveva da poco compiuto dieci anni e si apprestava a dare il suo primo concerto.

Era stata invitata ad esibirsi al municipio di Tryon davanti a tutte le autorità locali: sindaco, medici, commercianti, capo della polizia e altri rappresentanti. Si era preparata per settimane, aveva l’importante compito di mostrare i suoi progressi alla comunità bianca della città, la stessa che aveva finanziato i suoi studi tramite il fondo costituito appositamente per lei.

Tyron non è un luogo turistico, a due giorni interi tra treno ed autobus da New York. Ha la particolarità di assomigliare a qualunque altra cittadina del Midwest, con i suoi pessimi hamburger e le decrepite vetrine dei negozi di abbigliamento.

Giorno di fierezza per la famiglia Waymon, con indosso i propri abiti migliori da sfoggiare di fronte al municipio dei bianchi. Eunice, che indossava un abito chiaro in mussola cucito dalla sorella, aveva passato la notte insonne con le melodie dei brani di Bach che le percorrevano per la testa, frustrata dalla paura e dal panico per quella esibizione che avrebbe rappresentato un crocevia importante per la sua futura carriera.

La comunità bianca di Tyron aveva scommesso su di lei, sulla sua formazione, sul suo sogno di diventare la prima concertista classica nera americana.

C’era un pianoforte a quarto di coda nero ad attenderla sul palco insieme alla sua insegnante Miz Mazzy. Lei che era forse stata la prima a vedere in Eunice una luce diversa. In molti durante i revival alla chiesa metodista si erano accorti delle sue doti all’organo, e anche i suoi genitori probabilmente si erano accorti che la piccola Waymon aveva qualcosa di speciale, ma era stata Miz Mazzy che prima di tutti aveva capito che la bambina aveva un potenziale unico.

Il concerto stava per iniziare. Il pubblico in trepidante attesa. Avrebbe iniziato da Le Toccate di Bach per poi proseguire con L’arte della fuga. Sua madre e suo padre osservavano la figlia tenendosi per mano in un moto di orgoglio. All’improvviso una coppia di bianchi chiese ai Waymon di cedere loro il posto, non c’era molta scelta, la piccola Eunice si alzò dallo sgabello per protestare minacciando di non suonare se i genitori non fossero rimasti ai propri posti. Nella sala cadde il silenzio, i genitori rimasero contratti, il silenzio fece spazio alla derisione: “il prodigio di Tyron è una sfacciata” si diceva. La coppia bianca andò a sedersi dietro, lasciando agli Waymon il proprio posto.

Dopo l’incidente diplomatico il concerto poté iniziare. Quello fu il primo concerto di Nina Simone, ma nessuno lo sapeva, il pubblico bianco, compiaciuto, applaudì fragorosamente il proprio investimento, ma Eunice non fu soddisfatta, “All’improvviso, il mondo mi è apparso sotto una luce diversa e niente è stato più così semplice”.

Nina Simone nacque soltanto tempo dopo, ma quell’evento ha in sé il naturale prologo di qualsiasi storia di riscatto sociale e artistico che ha caratterizzato molti musicisti afro americani. La ragazza nera dalle campagne del Midwest avrebbe fatto strada, si diceva, avrebbe studiato al Curtis Institute a Philadelphia e sarebbe diventata il primo pianoforte della New York Philharmonic. Era quella la strada designata per Eunice Waymon, ed era la strada per la quale la bambina aveva sacrificato tutta la sua infanzia e adolescenza. Ma l’esame di ammissione al Curtis Institute non lo passò mai, e, nonostante le speranze dei genitori, Eunice non suonò mai per la New York Philharmonic.

Nina Simone nacque ad Atlantic City quasi per caso durante l’estate del 1954. Nonostante il proprio sogno di diventare una pianista classica, la ragazza si trovò costretta ad arrangiarsi e trovare lavoro presso il Midtown Bar&Grill occupandosi del piano bar del locale.

“Ero programmata per diventare una stella del pianoforte classico ma ho dovuto accettare un lavoro in un nightclub. Appena arrivata mi hanno chiesto se cantavo. Ho detto di no ma hanno preteso che cantassi se volevo tenere il lavoro. Allora ho cantato. Così è iniziata la mia carriera nello show business”.

Nina Simone, The Legend (film di Frank Lords, 1992)

Alcune settimane dopo, al Midtown Bar&Grill, suonava musica colta, ricca, versatile, in sintonia con la storia dolorosa dell’America razzista che lei stessa iniziò a raccontare.

La clientela cambiò. Iniziò ad apparire gente mai vista prima da quelle parti. Essenzialmente beat e studenti. Per le strade di Pacific Avenue e da lì ad ogni bar, si sparse la voce che in città c’era una musicista di colore che suonava qualcosa di unico.

Tornò in quel locale per tre anni. È qui che diede vita ad uno dei suoi brani più importanti, I love you Porgy presa dall’opera Porgy&Bess di George Gershwin, ed è sempre qui che conobbe il suo primo marito, un beat sciagurato di nome Don Ross.

Settembre 1959, New York

Nina Simone sotto la guida del manager Jerry Fields aveva appena registrato due dischi con la Bethlehem Records di Syd Nathan Little Blue Girl e il 45 giri I love you Porgy. Mentre i due LP scalavano le classifiche R&B, si trasferì a New York e firmò con la Colpix.

Aveva preso un appartamento a Greenwich Village. Il quartiere si trovava al centro dell’effervescenza politica e artistica americana. È qui che sbocciò il movimento folk bianco che aveva come portavoce Bob Dylan e Tim Hardin. Il Villlage era anche l’epicentro del movimento letterario nero rappresentato da James Baldwin, Langston Hughes e LeRoi Jones, tutti futuri amici di Nina.

Quello che successe a pochi mesi dal suo arrivo a New York, e che può essere definito a distanza di anni come la vera svolta della sua carriera, accade la sera del 12 settembre 1959 all’angolo tra la 123a West e la 43a. Jerry Fields fu molto abile, dopo il successo dei dischi con la Bethlehem e ad alcune serate per i locali del Village, a far ingaggiare Nina per una sera a Brodway al Town Hall.

Era considerato un tempio per la musica classica in città ed era l’occasione sognata dalla pianista per dimostrare il frutto degli anni dedicati alla sua formazione classica, idea che non aveva ancora del tutto abbandonato, nonostante fosse ormai considerata dall’industria musicale e dalla stampa fondamentalmente un’artista jazz. Anche per quello la scelta del Town Hall apparve alla stessa cantante azzardata.

Fields – dal canto suo – convocò giornalisti e manager dell’industria musicale per presentare il nuovo idolo del circuito dei club newyorkesi tutta in ghingheri.

Il giorno del concerto, Nina sentiva su di sé una grossa pressione. Fino ad allora si era esibita in locali con una capienza tutto sommato accettabile, ma il Town Hall era inscritto a lettere dorate nei suoi sogni di musicista classica.

Tutta la carriera della diva verrà scandita da grandi live, Carnegie Hall, Olimpia, Newport Jazz Festival, solo per citarne alcuni, ed ogni sua esibizione rimarrà incisa nelle memorie degli spettatori che andranno a sentirla.

Ai tempi del Town Hall Nina era ancora lontana dalle sue nemesi interiori che ne avrebbero condizionato la vita negli anni a venire, e, i suoi doni non erano ancora del tutto maturi, ma quel concerto significava per lei il proprio compimento: dagli street club di Atlantic City alla culla di Broadway.

Indossò un abito bianco lungo da cui si staccava un nastro di tessuto che prendeva dietro alla spalla sinistra, lungo l’arco dei reni, le gambe, fino ad arrivare alle caviglie. Ai piedi, sandali di raso bianchi. Dalle quinte osservava le poltrone in sala riempirsi di persone eleganti, vedeva tra loro uomini in smoking, donne agghindate con gioielli pesanti, intellettuali, artisti del Village. Avrà sicuramente pensato che il pubblico che riempiva quella sera le fila del Town Hall sarebbe potuto essere quello di un concerto di musica classica.

All’annuncio “The Amazing Nina Simone”, la ventiseienne di Tryon fece il suo regale ingresso nel circuito degli eventi di un certo livello. Aprì il concerto con il brano Black is the Colour of my True Love’s Hair, tema tradizionale scozzese degli Appalachi, di cui la Simone ripropose una versione priva delle sue radici folk per imprimervi il proprio marchio. Il concerto fu alternato da ritornelli swing come Exactly like you di Billie Holiday (di cui in seguito sarà considerata la legittima erede), ballate come The Other Woman, composizioni strumentali più oscure come Under the Lowest e standard di Broadway come Summertime, tratta dall’opera Porgy&Bess.

Tutta l’esibizione oscillò in un delicato equilibrio tra raffinatezza, senso teatrale e dolce inquietudine.

Prima del finale interpretò una lancinante versione del classico Wild is the Wind. Il brano, a firma di Dimitri Tiomkin e Ned Washinghton, che fu poi da lei inciso in versione orchestrale, sarà ripreso successivamente da David Bowie, Cat Power e Jeff Buckley, ma lo standard rimarrà indiscutibilmente la versione di Nina, la quale riuscì a spingere quella melodia ai confini della catastrofe.

Quella notte a New York la stampa si accorse di lei. Il giorno seguente il New York Times annunciò la nascita di una stella. Erano tutti concordi sul fatto che da tempo non si vedeva calcare la scena da un’artista così folgorante. Al momento la musica della Simone non mostrava ancora quella impetuosità e sensualità che in futuro l’avrebbero caratterizzata.

La Colpix verso la fine del 1959 fece uscire la registrazione del concerto del Town Hall. Il disco fu distribuito anche in Europa.

I live di Nina avrebbero sempre costituito i pezzi migliori della sua discografia, ma l’importanza del Town Hall non fu tanto nelle vendite o nella distribuzione del disco. Perché dopo l’esibizione nel tempio di Broadway il suo telefono iniziò a squillare. Gli ingaggi iniziarono a piovere a cascata da tutto il paese, i giornalisti pretendevano interviste. La carriera di Nina Simone dopo il concerto al Town Hall era irreversibilmente lanciata a distanza di solo due anni dalla sua entrata ufficiale nel music business.

I Waymon furono i grandi assenti della serata.

Lagos, 1961

“Dall’oblò Nina vedeva sfilare l’immensità delle foreste tropicali che stendevano i loro colori fino all’orizzonte. Al suo fianco James Baldwin schiacciava il viso contro il vetro, tentando di fissare nella memoria ogni sfumatura, ogni dettaglio dello spettacolo che si svolgeva ai suoi piedi”.

Nina Simone, Una vita, David Brun-Lambert

L’aereo atterrò a Lagos nella giornata del 20 dicembre 1961. Quando si aprì il portellone sfilarono Baldwin, Alvin Schackman, Langston Hughes e, infine, Nina Simone. A poche settimane dal suo secondo matrimonio era stata invitata dalla Asac (American Society of African Culture) per presenziare al Festpac6.

Arrivato alla sua seconda edizione, il festival, che quell’anno si teneva a Lagos in Nigeria, aveva cercato di riunire i maggiori artisti e intellettuali afroamericani. Nina accettò, a condizione di avere come accompagnatori per il viaggio gli amici del Village, Langston Hughes e James Baldwin.

Baldwin era, al tempo, un poeta che andava forte nei sobborghi di Harlem dopo l’uscita della raccolta Harlem Quartet e del manifesto La prossima volta, il fuoco. Prima di partire per tranquillizzarla sulla bontà dell’evento le disse che in Africa era in atto una rivoluzione e che loro, in qualità di rappresentanti negli Stati Uniti, dovevano assolutamente cogliere l’occasione per capire come i loro fratelli africani si fossero fatti carico del proprio destino.

Al tempo negli Stati Uniti era presente un effervescente movimento di emancipazione dei diritti degli afroamericani. Nel 1953 a Montgomery in Alabama, Martin Luther King, un giovane pastore nero, prese le redini della Dexter Baptist Church. Nel marzo del 1955 Claudette Colvin, un’operaia di colore, fu arrestata per aver violato l’ordinanza di segregazione su un autobus della Montgomery City Lines, e, sempre lo stesso anno in dicembre, e, sulla stessa linea, fu arrestata una giovane sarta afroamericana di nome Rosa Parks per aver rifiutato di cedere il posto sulla quale era seduta ad un bianco.

Dopo il boicottaggio alla linea dei trasporti che seguì, promosso dalla Naacp (National Association for the Advancement of Colored People), il presidente Eisenhower dichiarò fuori legge l’associazione in Alabama. Martin Luther King diresse le operazioni per quasi un anno e il 21 dicembre 1956 fu dichiarata la desegregazione della Montgomery City Lines. Quella fu la prima vittoria del reverendo King, e pose le basi per la futura espansione del movimento.

Per quanto riguarda l’Africa, nel periodo in cui Nina Simone le fece visita, era percorsa da una travolgente ondata di indipendenza iniziata dal Ghana nel 1957 e poi proseguita da tutto il continente; solo nel 1960 furono diciassette le ex colonie che presero in mano il loro destino.

Quella fu la sua prima volta in Africa, ci sarebbe tornata molte volte. L’accoglienza fu delle migliori, ad attendere la sua delegazione c’erano i rappresentanti politici nigeriani con indosso abiti tradizionali, mentre i tamburi risuonavano in sottofondo riempiendo lo spazio.

Come riferirà Baldwin durante un’intervista, Nina prima del suo arrivo in Nigeria non aveva mai considerato se stessa come un’africana che viveva in suolo americano, la presa di coscienza della sua condizione e dei termini della lotta, che avrebbe condotto negli anni successivi, era ancora ad uno stato embrionale.

A New York fu iniziata alle idee del panafricanismo dagli amici Baldwin, Hughes e LeRoi Jones. Le era stata insegnata la storia dell’asservimento dei suoi antenati ai coloni protestanti bianchi, come erano stati deportati e delle condizioni in cui vivevano.

LeRoi Jones scriverà:

“Se siete neri, se credete al sovrannaturale, e se siete il prodotto di determinati fattori ecologici che si oppongono a qualcosa di tanto esasperato come il puritanesimo americano, il fatto di trovarvi in una cultura di bottegai bianchi umanisti e pseudopuritani deve essere rivoltante. E se siete schiavi di una simile civiltà, le vostre pene devono essere inimmaginabili”

LeRoi Jones, Il popolo del blues, Einaudi, Torino, 1968

A Lagos rivide la ragazzina che si esibì di fronte al municipio di Tryon molti anni prima, una bambina a cui erano state nascoste le violenze inflitte al suo popolo, e che adesso, da adulta, ammetteva a sé stessa l’esistenza del razzismo, subendone il gusto di una sconfitta.

Diventò una delle madrine del movimento: “Avevano bisogno di un portavoce che legasse l’arte popolare alla politica per rappresentare le loro idee”.

Il concerto di Lagos ebbe luogo in uno stadio del centro, di fronte ad una quantità di persone che Nina non aveva mai visto prima d’ora. Lo shock culturale che provò, insieme alla certezza che le forze presenti tutto intorno a lei fossero benevole e familiari, agirono su di lei come un segno rivelatore. Prendeva forma in lei la certezza che fosse portatrice di una forza spirituale depositaria dei suoi antichi avi, sopravvissuti alla traversata dell’oceano e poi incarnatisi in America.

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Durante gli anni bui della carriera ebbe modo di tornare in Africa. Si trasferì in Liberia su invito dell’amica Miriam Makeba. A metà degli anni Settanta l’eco del movimento era quasi definitivamente spento, e i suoi membri subirono le inevitabili conseguenze della propria affiliazione, come il reverendo King e Malcom X.

In Liberia, in cui era ancora in auge il regime dettato dalla American Colonization Society, a differenza di quello che pensava la stessa cantante prima di partire, era sempre considerata un’ambasciatrice del Movimento e le furono riservati i migliori onori. Tutti si complimentarono per i suoi dischi. In poco più di dieci anni la sua carriera aveva raggiunto delle vette impensabili, scrivendo dei brani ormai rimasti nell’immaginario collettivo afroamericano e non solo, come la ballata Old Jim Crow.

Naturalmente le fu messa a disposizione una casa per tutto il tempo necessario, o più semplicemente per tutto quello che avrebbe voluto.

Una sera nella capitale Monrovia, Nina seguì l’invito di un suo spasimante che l’aveva invitata al The Maze, un club molto chiacchierato in città. Quella notte bevve una bottiglia e mezzo di champagne e si mise a ballare sulla pista. Si lasciò andare. Finì nuda sul palco del locale mentre gli incitamenti dei clienti si facevano sempre più insistenti. La stessa Simone definì quella serata come una liberazione, una rinascita, per una donna ormai in fuga da un passato amaro e che aveva di fatto posto fine alla sua carriera; oltre che al suo secondo matrimonio.

Anni dopo la fine della sua parentesi liberiana, l’ultima in Africa, scriverà la canzone Liberian Calypso, contenuta nell’album Fodder on my Wings, in ricordo di quella serata al The Maze:

“Tutti abbiamo delle notti speciali durante le quali siamo arrivati grazie all’alcool a liberarci da un peso e farci prendere dal momento. E’ in quei rari momenti di esistenza che ci sentiamo vivi, in presa diretta con l’attimo che fugge, quando il senso della morale finalmente ci abbandona e diventa possibile lasciarsi andare a un sentimento di gioia assoluto”.

Nina Simone e Stephen Cleary, Ne me quittez pas, Presses de la Renaisssance, Parigi, 1991

Montreaux, 1976

Nina si trasferì a Parangis, un paesino vicino Nyon agli inizi del 1976. In Svizzera riprese in mano la carriera lasciata da parte ormai da quasi tre anni. Fu invitata da Claude Nobs al Festival di Montreaux per la serata del 3 luglio.

Andare a Montreaux fuori stagione, significa accettare la noia che vi regna. Situata sulle rive del lago di Ginevra e sovrastata dalle montagne e dagli chalet che vi si affacciano, è qui che nel 1967 Claude Nobs ha dato vita ad una delle maratone sonore più strabilianti dell’emisfero musicale occidentale. Nobs era figlio di un panettiere appassionato di musica nera americana, ed era destinato a intraprendere le orme del padre. Finì come contabile nell’ufficio del turismo locale ed entrò a far parte di un’associazione chiamata “I giovani di Montreaux”. Cominciò così ad organizzare piccoli concerti ed in seguito, all’inizio degli anni Sessanta dopo essere entrato in contatto con Nesushi Ertgun, il cofondatore della Atlantic Records, riuscì ad ingaggiare qualche nome altisonante del prezioso roster dell’etichetta americana. Nasceva così il Montreaux Jazz Festival. Led Zeppelin, David Bowie, Zappa, Quincy Jones e perfino Bob Dylan accettarono l’invito di Nobs ad esibirsi sulle sponde del lago di Ginevra.

Nina Simone arrivò a Montreux per la prima volta nel 1968 e fu annunciata come la grande sacerdotessa della soul music.

Fu però il concerto del 1976 ad entrare a far parte del mito del festival. Caotico, eccentrico e magnifico, autentica incarnazione della Simone e dell’eccesso della sua arte.

Quella sera aveva un vestito nero stretto in vita, sterminato ombretto blu sulla faccia ed una pesante collana d’argento su cui era montata una pietra di pregio.

Appena sul palco, la diva iniziò a suonare Little Girl Blue, poi attaccò una versione lenta di Backlash Blues, seguita da I Wish I Knew How. In mezzo all’esibizione chiamò David Bowie sul palco “David sei qui?”. “Siamo amici, so che vive non lontano da qui, voglio sapere se è presente questa sera!”. Iniziò Feelings, la interruppe, spiegò al pubblico che la collana che aveva indosso gliel’aveva regalata Claude Nobs e che era appartenuta ad una regina. «Perché io sono una regina» affermò. Nel pubblico cresceva il disagio, riprese a suonare, sentì un brusio in sala, vede una signora che si è alzata dalla sua poltrona, le ordina: «sit down!», «sit down lady!». Riprende Feelings, prima di terminare il brano esclama «In che disposizione d’animo bisogna essere per arrivare a scrivere una canzone simile”.

Quella sera rese il proprio pubblico testimone del suo dramma. Il dramma che ormai da qualche anno aveva reso la sua vita un cumulo di macerie. Tutto quello che aveva costruito con anni di sacrificio era scomparso. La fine del secondo matrimonio con il manager Andy Strout, i problemi con il fisco negli Stati Uniti, il rapporto con la figlia ormai divenuto inesistente. Ma la cosa che più addolorava Nina era il fatto che era stata lei stessa la causa dei suoi problemi. Senza neanche accorgersene aveva creato il vuoto intorno a sé. Non c’erano più gli amici del jet set, non c’erano più le Major pronte a dissanguarsi per averla a soldo, non c’era più il movimento. In questo vortice di annichilimento personale, le rimase l’unica cosa per la quale non avrebbe dovuto rendere conto a nessuno se non a sé stessa: la sua musica.

Il concerto di Montreux del 1976 vide in particolare Nina Simone eseguire il brano Stars.

In questo brano racconta il suo momento “Stars, they come and go, they come fast, they come slow They go like the last light of the sun, all in a blaze“, della vacuità che si porta dietro il successo, “And all you see is glory, hey but it gets lonely there When there’s no one there to share” e della sua fugacità.

Ma rimane immutato, il diritto di ognuno di poter raccontare la propria storia: “But anyway, I’m trying to tell my story Janis Ian told it very well, Janis Joplin told it even better, Billie Holiday even told it even better We always, we always, we always have a story”.

L’interpretazione di Stars quella sera del 3 luglio, si pone come il manifesto artistico della seconda parte di carriera della Diva, il periodo più oscuro e che per certi versi ha regalato i momenti più indimenticabili. L’importanza del pezzo esula però da qualsiasi tipo di genesi artistica o produzione musicale, ripercorre e descrive un momento di difficoltà che riguarda chiunque cerchi il proprio posto nel mondo, e che non può essere negato a nessuno.

My baby just cares for me

Il 23 aprile 1967 Nina con il suo gruppo era di scena a Londra. Avrebbe suonato alla Royal Albert Hall.

Prima della serata era stato programmato un concerto al Ram Jam Club nel quartiere giamaicano di Brixton. Nonostante fosse impaziente di suonare davanti al suo “pubblico nero”, scoprì ben presto che il pubblico arrivò al concerto per un unico titolo: My Baby Just Cares for Me.

Il brano, che non veniva suonato da anni, era, per stessa ammissione della cantante, considerato uno dei più insignificanti di tutto il suo repertorio. Quello che non sapeva, era che il pezzo stava avendo un enorme successo nell’universo parallelo dei sound-system giamaicani e di tutti i Caraibi in generale.

La vecchia etichetta di Syd Nathan, con il quale la cantante aveva registrato i suoi primi LP, aveva distribuito, naturalmente senza il suo consenso, a metà anni sessanta sull’isola una parte del proprio catalogo.

Tra i vari pezzi proposti c’era proprio My Baby Just Cares For Me. In Giamaica al tempo i sound-system erano alla disperata ricerca di qualsiasi novità che evocasse il suono “blue beat” allora molto in voga.

“Non canterò quella merda! Tacete, non mi ricordo neanche le parole” ebbe a dire riferendosi al pubblico.

Nina si ritirò in camerino, ma al lancinante grido di “we want My Baby Just Cares For Me” del pubblico anche lei non seppe tirarsi indietro e a denti stretti eseguì il pezzo. “Siete contenti?, E’ questo che volevate”.

Molto tempo dopo nel 1987, la Simone, ormai fisicamente inspessita, era prossima al ritorno sulla scena internazionale dopo un’assenza di quasi 15 anni. Il ritorno, questa volta, prese la forma di un capriccio del destino quando Chanel scelse proprio il brano My Baby Just Cares For Me per il lancio della campagna pubblicitaria del suo Chanel N.5.

I diritti del brano erano stati ceduti dalla Simone a Syd Nathan per via del regime americano del work made of hire ed erano passati di mano in mano fino a cadere sotto il controllo della Chardy Records, specializzata nelle riedizioni di musica nera americana degli anni 50’, 60’, 70’.

L’introito delle royalties del brano che si vide sfuggire di mano ammontò a circa 1 milione di dollari.

Alla fine grazie all’intervento dei suoi avvocati, fu dimostrato che nel contratto di cessioni dei diritti sul brano da lei stessa firmato non era presente una clausola che prevedesse anche la cessione per l’utilizzo a fini pubblicitari del brano. Il brano, che comunque rimaneva proprietà della Chardy, era entrato al quinto posto nelle classifiche francesi e nel febbraio del 1988 raggiunse il ventunesimo posto della Top 50 americana arrivando, nell’aprile dello stesso anno, fino alla decima posizione.

Il motivo dell’utilizzo del brano è da ricercare nel fatto che My Baby era oggetto di culto nei club inglesi, soprattutto nel Mud Club, luogo che dettava legge nelle tendenze londinesi negli anni Ottanta. È qui probabilmente che i creativi di Chanel avevano fiutato la potenzialità del brano.

Alla fine Aimes Brown, avvocato che curava gli interessi internazionali della Simone, riuscì a transare con la Charly Records ed ottenere centocinquantamila dollari.

Nell’estate del 1987 la sua carriera riprese da dove era stata lasciata anni orsono, grazie anche ad una nuova squadra al suo fianco. L’amico Gerrit De Bruin, il chitarrista Alvin Shackman, Jackie Hammond, il manager Raymond Gonzalez e il presidente del suo fan club Roger Nupie. Ripresero i concerti in tutta Europa, interviste, foto sui giornali. L’etichetta Verve fece uscire il disco Let It Be Me, primo disco con una Major dal 1974. La tournee europea vide l’apice ancora una volta al Montreaux Jazz Festival il 10 luglio 1987.

Nel 1988 fu invita dall’amica Miriam Makeba ad esibirsi di nuovo in Nigeria, la prima volta dopo il concerto di Lagos del 1961. Si fregiò degli onori del Palais des Congrès e dell’Olympia a Parigi in giugno, in quest’ultimo era stata fischiata e costretta a interrompere un concerto verso la fine degli anni Settanta.

Il successo dei concerti le valsero una replica sempre all’Olympia l’anno dopo. In quell’occasione Le Figaro le dedicò un articolo intitolato “Nina Simone, African Queen! Dopo la traversata del deserto, il comeback soave e muscoloso della diva d’ebano”.

Il 1990 fu l’anno dell’uscita della sua autobiografia I Put a Spell on You per l’editore Da Capo Press. La sua immagine pubblica si era ormai consolidata come quella di un mostro sacro.

Nel 1993 uscì il suo ultimo album A Single Woman. Il disco fu registrato a Los Angeles con la supervisione dell’etichetta Elektra. L’album comprenderà, tra gli altri, If I Should Lose You, ripresa da un brano già registrato dalla stessa negli anni Sessanta, The Folks Who Live On The Hill, canzone che dedicò al suo amante Errol Barrow, e il n’y a pas d’amour heureux, poema di Aragon su melodia di George Brassens che Jacques Bonni le aveva suggerito di adattare durante gli anni parigini.

L’8 giugno del 2001 diede il suo ultimo concerto a Parigi, sul palco del Palais des Confrès. Furono affissi manifesti in tutta la città. L’evento registrò il tutto esaurito.

Durante quel concerto, secondo la testimonianza dell’amico Roger Nupie si sentì una delle musiche più tristi e disincantate che siano mai state creata. Verso la fine del concerto la cantante chiese al pubblico cosa volessero sentire. Dalla platea arrivò in suggerimento Me ne quitte pas, e una melodia crepuscolare riempì lo spazio.

Rimane l’ultimo brano mai eseguito da Nina Simone.

Epilogo

Una volta Eunice prima di diventare Nina, scrisse su una sua foto, che poi sarebbe stata ripresa come copertina per il disco Here Comes The Sun:

“La musica è quello che gli strumenti risvegliano in noi. Non sono il violino o i clarinetti. Non è il battito delle percussioni. Né la parte del baritono che canta la sua dolce romanza; né i cori di uomini o i cori di donne. È al tempo stesso più vicino o più lontano di tutto questo. Con tutto il mio amore, Eunice Waymon, dodici anni”

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