Woodstock ’69: la storia del festival più celebre di sempre

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Anno 1969. Martin Luther King era stato assassinato l’anno prima e il suo “I have a dream” riecheggiava ancora, come ambizione di una maggiore parità di diritti e di umanità per la sua gente. Amstrong aveva fatto i suoi primi passi sulla luna. Era un’epoca di scioperi, di contestazioni studentesche. Erano gli anni della guerra in Vietnam e di proteste in nome del pacifismo. Il fulcro del rock non era più a Londra, con i Beatles o gli Who: la rivoluzione culturale si era spostata in California con gli Hippie, le chitarre elettriche e le droghe. Al centro dello scenario musicale abbiamo gruppi e artisti come Janis Joplin e Jefferson Airplane.

“Uomini giovani con capitale illimitato, cercano interessanti opportunità, legali, d’investimento e proposte d’affari.”

Tutto ha inizio da questo insolito e interessante annuncio, pubblicato sul New York Times da John P. Roberts e Joel Rosenman (due dei promotori di quello che poi diverrà il Festival di Woodstock). Letto l’annuncio e incuriositi, altri due promettenti personaggi, Michael Lang e Artie Kornfeld, li contattarono e i quattro iniziarono a progettare qualcosa insieme.
Inizialmente l’idea era quella di costruire uno studio di registrazione, che avrebbe visto la luce proprio nel villaggio di Woodstock, ma ben presto si decise per qualcosa di più ambizioso come un festival musicale e artistico.

Il passo successivo era quello di trovare un luogo adatto per l’evento. Tra le varie lamentele degli abitanti del posto, che si opponevano a quel raduno di “drogati e capelloni”, alla fine la scelta cadde su Bethel, una piccola cittadina nella contea di Sullivan.

Il Festival di Woodstock, o i “3 days of peace & rock music”, si svolsero dal 15 al 18 Agosto e nessuno avrebbe potuto mai immaginare un afflusso di gente di quella portata. Il fiume di persone arrivò a bloccare tutte le strade intorno a Bethel e addirittura quelle dello stato di New York.

Ci si aspettavano 50 mila persone al massimo. Alla fine se ne stimarono più di 400 mila.

Tra i grandi gruppi e musicisti che vi parteciparono c’erano i Jefferson Airplane, i Canned Heat, The Who, Janis Joplin, The Band, Joan Baez, Jimi Hendrix e Richie Havens. Quest’ultimo fu chiamato all’ultimo momento per riempire il vuoto, visto che i musicisti che avrebbero dovuto esibirsi prima di lui erano rimasti bloccati nel traffico.

“La parte più intima, emotiva dell’uomo, veniva liberata e portata alla superficie, è stata la riscoperta di una parte di noi stessi, molto di più di un’affermazione di tipo politico.”

Queste sono le parole e lo stato d’animo di Richie Havens riguardo alla sua esperienza al Festival di Woodstock.

Una delle esibizioni più importanti fu quella di Jimi Hendrix. L’artista chiese di poter essere l’ultimo a esibirsi e salì sul palco alle 9 del mattino del 18 Agosto. Molti se ne erano già andati, ma 80 mila persone erano ancora lì ad ascoltarlo, dopo tre giorni di pioggia, servizi igenici fuori uso e una situazione sanitaria spaventosa.

Quella di Woodstock fu l’esibizione live più lunga della sua carriera, due ore di musica che terminarono (all’insaputa della band) con la sua improvvisazione dell’inno americano con la chitarra elettrica. Si narra che i suoni distorti abbiano rappresentato le bombe del Vietnam.

Il festival di Woodstock non è stato soltanto un festival musicale della durata di tre giorni che ha arricchito quel particolare periodo storico: è stato anche il raduno di una generazione che, con i suoi capelli lunghi e i suoi blue jeans, ha scelto “genuinamente” di correre dei rischi per le proprie convinzioni.

Non c’è niente di meglio delle parole di Susan Carey per suggellare il ricordo di quegli anni:

“Mi piaceva che la gente si occupasse di politica, che discutesse contro la guerra, il modo di vestirsi che era diverso da tutto quello che avevo visto prima, il modo di comportarsi della gente, i capelli liberi e selvaggi, la musica, ecco adoravo la musica e non so… mi piaceva la giovinezza di tutto questo.”

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