The Cure, Disintegration: la poesia decadente di un album storico

Nel marzo 2019, a New York, i Cure sono stati insigniti di una prestigiosa onorificenza, ambita da moltissimi colleghi: entrare nella Rock and Roll Hall of Fame. Ma quando una super entusiasta intervistatrice accoglie sul red carpet Robert Smith, si trova davanti un uomo visibilmente stanco da decenni di clamore e innumerevoli interviste rilasciate. Si percepisce nei suoi occhi la fatica di incarnare l’eroe di molti, spesso suo malgrado, e di essere l’indiscusso leader di una band colossale sull’orlo continuo dello scioglimento.

Congratulazioni ai Cure per essere entrati nella leggenda!! Siete eccitati quanto lo sono io?”

“..Eehmm.. mi sa che ti devo dire di no. Forse è un po’ presto, ci scalderemo più tardi.. Siamo molto onorati, non è che l’avevamo programmato, è stata più che altro una sorpresa, certo abbiamo fatto di tutto per essere alternativi ma non abbiamo evitato ugualmente di essere inseriti qui.

Non è la prima volta che Robert spiazza tutti, è stato sempre se stesso nel bene e nel male, senza mai scendere a compromessi, nello stile: fatevene una ragione, prendere o lasciare. – Solo a fine serata si commuove sincero, quando ascolta l’accorato discorso di ringraziamento proclamato da Trent Reznor, che lo cita come suo personalissimo salvatore dall’abisso della solitudine, come milioni di altri fan sparsi per il globo. Poi a uno a uno tutti i componenti del gruppo, i vecchi e i nuovi salgono sul palco davanti al pubblico in visibilio, è davvero emozionante vederli riuniti insieme, gli screzi degli anni precedenti sono ormai lontani, è puro giubilo ed il frontman riesce finalmente a godersi la serata regalando Just like Heaven live ai presenti. Naturalmente è grato a coloro che hanno reso possibile un tale riconoscimento: “Grazie a tutti i fans, è solo merito vostro se siamo qui.”

Tutto questo è avvenuto all’approssimarsi di un evento importante per la storia dei Cure: il trentennale dell’uscita di Disintegration, che uscì il 2 Maggio 1989. Un periodo significativo, che segna la fine di un’epoca: il muro di Berlino sta per crollare, è la disintegrazione di vecchie politiche assolutistiche, nuove identità sociali vanno evolvendosi verso un’ancora positiva globalizzazione di pensiero, è la disintegrazione di obsolete strutture di costume, persino il modo di amare è destinato a cambiare inesorabilmente e l’arte, in pieno fermento creativo, si trova ad un punto di rottura, mai un titolo fu più azzeccato.

In questo album troviamo infatti quella che si avvicina di più alla formazione originale degli esordi, che si sfalderà progressivamente col passare del tempo, anche per questo rappresenta un testamento granitico nella storia della band ed entra con tutti i meriti nella lista dei migliori album di tutti i tempi, quello che forse ha influenzato di più la futura scena rock internazionale.

Lol Tolhurst non suona più la batteria da parecchio, è rimasto nel gruppo quasi per inerzia e per una sorta di rispetto fraterno tra i tre ragazzi immaginari. Adesso è passato alle tastiere, ma solo di tanto in tanto quando non è completamente ubriaco da non potersi reggere in piedi. I contrasti sono evidenti, l’allontanamento è ad un passo tanto che viene citato nei credits alla voce: other instruments solo sotto minaccia contrattuale. Sarà l’addio definitivo a colui che si reinventerà come scrittore, in un memoriale dove racconta le sue avventure alcoliche on the road, al fianco dei Robert.

La bellezza di Disintegration comincia dalla sua copertina: è un ritratto decadente del nostro eroe, circondato da una luce mistica che crea ombre cinesi di fiori ad incorniciare il suo volto, una sorta di omaggio all’opera Baudelairiana i Fiori del Male, tanto amata dal cantante, una vera chicca per gli amanti del genere, quelli che custodiscono i propri dischi come cimeli di famiglia.

Si potrebbe usare il termine Disperatamente Romantico (preso in prestito dal titolo di una recente serie televisiva della BBC incentrata sulla vita dei pittori inglesi Preraffaelliti di fine ottocento), per tracciare il filo conduttore di questa opera musicale a cui Robert lavora con ossessivo perfezionismo. La critica snobista gli rimprovera di aver dirottato troppo sul facilismo pop e adesso lui vuole zittire i maligni con un prodotto di qualità superiore. Ha già realizzato sette dischi, sta per compiere trent’anni ed è in piena crisi esistenziale.

I think it’s dark and looks like rain” è la frase di apertura all’album. L’atmosfera non cambierà, è tutta una sequenza di irresistibili note colme di pioggia e malinconia.

12 tracce caratterizzate da una lunga e amabilissima introduzione strumentale, nell’inconfondibile arpeggio di chitarra smithoniano, fonte di ispirazione per una carrellata di musicisti a venire.

Plainsong, il primo brano, è un’autentica esplosione sonora di sintetizzatori e archi, un trionfale inno celebrativo che sa di epico, non a caso la regista Sofia Coppola lo utilizzerà come colonna sonora per il suo film Marie Antoinette, proprio durante la scena dell’incoronazione. Allo stesso tempo, c’è qualcosa di maledettamente sinistro nel testo, quasi a ricordare la triste fine della giovane regina:

I think I’m old and I’m feeling pain, you said
And it’s all running out like it’s the end of the world, you said

And it’s so cold, it’s like the cold if you were dead
And you smiled for a second

Per fortuna, a Robert viene in soccorso l’elemento salvifico che sembra rischiarare la sua personale disperazione, è l’amore per la moglie, la dedica all’amata in Love Song:

Ogni volta che sono solo con te mi sento di nuovo felice
Ogni volta che sono solo con te mi sento di nuovo giovane
Per quanto possa essere lontano, io ti amerò per sempre

In Closedown, il compositore sente nuovamente addosso la pesantezza del tempo che passa inutile, la vacuità dell’essere avidi e si augura nel rimpianto, di poter riempire il suo cuore di amore.

Fascination Street si sviluppa su un ritmo litigioso, anche nella lirica. Il suono spiegato di sirene metropolitane preannuncia un giro di basso ipnotico e accattivante, in cui Simon Gallup è maestro collaudato, mentre Robert Smith urla tutto il suo disincanto per una relazione sulla via del disfacimento, e allora cosa rimane se non farsi un giro per i negozi del centro; è un manifesto surrealista sulla mancanza di significato dell’epoca moderna, fatta di vacui luccichii e specchi per le allodole di false promesse di felicità.

Disintegration è puro lirismo decadentista, fatto di carne pulsante che scalcia e grida. È ammirabile come Smith riesca a raggiungere con le parole picchi di gioia incontenibile e poi sprofondare nell’inquietudine umana più nera e violenta, una sensazione che ci riporta allo stile pittorico di Francis Bacon.

È invece l’amico geniale Tim Pop che si incarica di tradurre in immagini i componimenti, un abile pioniere registico che raggiunge il proprio acme nel video Lullaby, allestito come una favola dark popolata di bambole polverose, soldatini di latta e mostri sotto il cuscino, il top nel mainstream mondiale come pezzo di culto senza tempo.

Last Dance, l’ultimo ballo, è una canzone sull’addio mentre in Homesick si ricerca nuovamente una ragione di vivere nell’affetto amoroso. Il disco si chiude con una ballata di estrema bellezza e quiete in cui domina l’arrendevolezza, tanto che Robert decide di non dargli neanche un titolo. È il trionfo dell’incomunicabilità tra due persone, attraverso strofe in cui tutti gli innamorati sofferenti possono riconoscersi:

Disperatamente alla deriva
davanti agli occhi del fantasma
in prostrazione.
Non sono mai riuscito a dire quello che veramente intendevo comunicarti
Non ho mai trovato le parole adatte a spiegare
Mai ho saputo renderle credibili
E adesso il tempo è passato
ancora una volta inutilmente.

Lo spleen smithsoniano e la sua peculiare figura di strampalato folletto inglese continuano nel nuovo millennio ad influenzare non solo la musica, ma tutta l’arte in generale. Con una certa dose di orgoglio, l’esempio più recente viene proprio dal nostro premio oscar Paolo Sorrentino, che si è ispirato liberamente a Robert per dare vita al protagonista del suo film This Must be the Place dove un magistrale Sean Penn riesce alla perfezione ad incarnare tutti i tormenti e la folle genialità di una rock star tanto carismatica e irripetibile.

Infine, ma non per ultimo, come dimenticare Robert Smith che diventa super eroe in un episodio di South Park: chiamato a misurarsi con un mostro minaccioso nelle fattezze di Barbara Streisand, Robert lo sconfigge con i suoi pugni rotanti e se ne va via soddisfatto su per le colline. In chiusura, Kyle lo saluta gridandogli il suo amore eterno per Disintegration.

“Disintegration is the best album ever!”

Rating: 5.0/5. From 3 votes.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.