This Must Be The Place: trama e significato del film

Quali sono le ragioni che partoriscono un sodalizio? Molto spesso le casualità la fanno da padrone in questo mondo governato dal caos. E sono le fatalità che fanno incontrare nel 2008 Paolo Sorrentino (vicinissimo alla consacrazione internazionale) e l’attore/regista premio Oscar Sean Penn al Festival di Cannes, dove il regista italiano stava presentando Il Divo, film sulla vita di Giulio Andreotti. All’epoca Penn presiedeva da presidente di giuria il Festival francese, ed i due si strapparono una reciproca promessa di lavorare assieme.

Con queste premesse il cineasta originario del Vomero intesse una fitta scrittura con il suo collaboratore Umberto Contarello, quest’ultimo, ideatore e coautore nella stesura di sceneggiature insieme a grandissimi registi del panorama nazionale. Se pensiamo che scrisse per Salvatores (insieme ad un altro grande compianto del cinema italiano come Carlo Mazzacurati e con Enzo Monteleone) Marrakech Express, riusciamo bene a comprendere le capacità e le credenziali di questo immenso professionista.

In quel periodo Sean Penn, fresco di investitura di miglior attore protagonista per Milk, ed intenzionato a prendersi almeno un anno di pausa, rifiuta molti progetti, ma mantiene la parola data e parte alla volta di Dublino per iniziare le riprese. Sorrentino oltre all’attore di Santa Monica, ci tiene particolarmente ad includere nel progetto la già premio Oscar per Fargo Frances McDormand, ed addirittura in caso di rifiuto riflette sul fatto di rendere single o vedovo il personaggio principale.

Tutte le premesse ci portano ad un film forse eccessivamente interiorizzato, che strizza l’occhio a Paris, Texas di Wim Wenders. Proprio per questo tende ad allontanarsi dalla comfort zone del regista, abituato com’è a raccontare i patemi del nostro Paese, con quell’aplomb che solo un nobile Partenopeo potrebbe descriverci. Quello di Cheyenne, ruolo che all’inizio potrebbe anche risultare pretenzioso per Penn, gli si appiccica addosso senza remore, non correndo il rischio di sfociare mai nella macchietta cinematografica, ispirato solo dall’estetica al frontman dei The Cure, Robert Smith.

La provincia americana, che Cheyenne attraversa partendo dall’Irlanda, è illustrata mirabilmente dalla fotografia di Luca Bigazzi, che non ha nulla da invidiare alle illustrazioni del paesaggio degli eminenti colleghi autoctoni. L’apparente avulsione al mondo del protagonista, dovuto soprattutto alla dipartita di due suoi giovanissimi fan di cui ancora a suo modo si occupa, lo sprona a risolvere enigmi familiari che lo hanno sempre inseguito anche durante gli anni del successo.

La contraddizione però che ci insegue per tutta la pellicola e che riguarda tutti noi è proprio, magari in fondo al nostro animo, quella di voler apparire. Così Cheyenne, che rifiuta la celebrità continuando comunque a truccarsi e negando la propria identità a chi lo riconosce, e magari nei casi in cui viene deriso a bucargli il cartone del latte al supermercato, figlio in fondo di quella umana insicurezza, ha timore di essere dimenticato. Lui stesso porta con sé, costantemente un bagaglio, sia metaforico che in forma “reale”, quasi ci assilla con la sua vocina stridula ed impertinente, dove si annida un profondo vuoto esistenziale per la mancanza di approvazione da parte del padre.

Alcuni inopportuni narcisismi da parte della regia potrebbero essere evitati, in questa pellicola dal sapore particolare e che nulla ha a che fare con gli animi del nostro Paese, proprio perché non viene trasposto a livello intimo niente che possa ricordare quella leggerezza anche nelle tragedie tipica dei paesi “latini”. Veste in pieno un sentimento più denso di riflessività, probabilmente troppa, che consente però al protagonista di fare finalmente pace con la propria coscienza, si riappropria della propria umanità celando finalmente la maschera che per anni gli ha permesso non di vivere, ma di sopravvivere ad un senso di colpa così ampiamente espiato.

Il titolo dell’opera è tratto dalla canzone dei Talking Heads, e quel geniaccio di David Byrne partecipa anche alla pellicola, esibendosi in un candido bianco e con l’aura da perfetto gentleman che lo contraddistingue, funge anche da confessore per lo stralunato protagonista. Il finale potrebbe ricordare con i suoi lunghi silenzi anche un Antonioni d’annata o più recentemente Terrence Malick in The Tree Of Life, dove lo stesso Penn ha un ruolo. Ma quello che il film principalmente ci insegna è che le persone molto spesso si perdono di vista per le piccole cose (come direbbe Dostoevskij). Può essere però che alla fine ritornino e cerchino di riparare alla cose rotte. 

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