Moon: trama, analisi e spiegazione del film di Duncan Jones

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Questa storia fa parte del libro Auralcrave “Non Ho Capito! Spiegazioni, storie e significati dei film più criptici che tu abbia mai visto.
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Cosa può succedere quando un uomo incontra letteralmente se stesso, scoprendo di essere in tutti i sensi una persona diversa da chi credeva di essere?

Moon è un film nato quasi per caso, grazie ad una serie di fortunate coincidenze. Nella primavera del 2007 il regista Duncan Jones è al lavoro sul casting di Mute, il controverso tech-noir approdato su Netflix dopo quasi due decenni di tentativi falliti, quando ha il primo incontro con Sam Rockwell. I due concordano sulla forza della sceneggiatura di Mute ma non riescono a trovare un accordo per la parte: Rockwell insiste per ottenere il ruolo del barman muto protagonista, mentre Jones lo vede unicamente nel ruolo del perverso Duck Teddington (che anni dopo andrà a Justin Theroux). Determinato ad avere Rockwell nel cast del suo film d’esordio, Jones decide di accantonare momentaneamente Mute e scrivere ex-novo e in poche settimane un soggetto completamente diverso, basandosi su un sogno che ha in comune con l’attore americano: realizzare un film di fantascienza dall’anima vintage, sulla scia di 2002: La seconda Odissea, Atmosfera Zero e Alien: quella fantascienza fatta di modellini ed effetti pratici, oggi quasi completamente scomparsa dal grande schermo.

Grazie al lavoro di un team affiatato e allo sciopero degli sceneggiatori dell’autunno 2007, che libera per alcuni mesi gli Shepperton Studios, Moon entra in produzione all’inizio del 2008 (le riprese durano solo 33 giorni) e un anno dopo si assicura la distribuzione mondiale in sala da parte di Sony Pictures Classics, dopo una première trionfale al Sundance Film Festival.


La trama

“Where are we now?” recita lo spot pubblicitario in apertura del film. Siamo in un futuro molto vicino, nel quale una potente multinazionale di nome Lunar Industries ha risolto uno dei problemi essenziali del nostro tempo: la mancanza di energia sufficiente a soddisfare i ritmi del nostro sviluppo. Grazie ad un isotopo di nome Elio 3, infatti, la Lunar riesce a fornire energia pulita al mondo e ai suoi abitanti. L’Elio 3 è presente sulla terra in quantità estremamente limitata, mentre sulla nostra luna è tanto abbondante da riuscire a soddisfare l’intero fabbisogno terrestre: da qui la necessità di estrarlo direttamente dalle rocce lunari, cosa che può avvenire tramite complesse piattaforme di estrazione chiamate mietitori. Il processo di estrazione è quasi interamente automatizzato: è necessario un solo tecnico, in missione triennale, per il controllo del regolare funzionamento di ogni macchinario.

Sam Bell (Rockwell, in stato di grazia) è l’operaio lunare, un fedele dipendente della Lunar Industries che monitora l’estrazione dell’Elio 3 e si occupa dell’invio sulla terra (tramite navicelle) del prezioso isotopo. Sam è al termine del proprio contratto: gli mancano solo due settimane e sarà rimandato a casa, con un lauto stipendio, nella quale lo attendono la moglie ed una figlia piccola che lui non ha ancora sentito parlare dal vivo. A fargli compagnia nella sua abitazione tra le rocce lunari c’è un robot multifunzione di nome Gerty, che comunica con lui non solo con voce artificiale (in originale quella di un gelido Kevin Spacey) ma anche con l’ausilio di un display nel quale appaiono emoticon corrispondenti allo stato d’animo che vuole trasmettere.

I primi minuti del film mostrano scene della vita ordinaria di Sam: lo vediamo quando controlla il processo di estrazione ad opera dei mietitori e si reca al punto di raccolta a bordo di un rover e anche mentre ascolta l’ultimo videomessaggio della moglie Tess (Dominique McElligott) e della figlia Eve (Rosie Shaw) durante il quale capiamo che la coppia aveva attraversato un periodo di crisi prima della sua partenza. Nel suo soggiorno lunare Sam si dedica anche ad alcuni hobby, come il giardinaggio e la costruzione del plastico di una città.

Non tutto però funziona a gonfie vele: il trasmettitore di videomessaggi della sua base è rotto da poco dopo il suo arrivo, tre anni prima, e di conseguenza lui non può spedire notizie ai familiari.

Come se non bastasse, Sam comincia a soffrire di allucinazioni ed incubi. Mentre si trova a bordo di uno dei rover la sua allucinazione ricorrente (una misteriosa ragazza vestita di giallo) gli fa perdere il controllo del veicolo causandogli uno schianto contro un mietitore. Il risveglio di Sam avviene in infermeria, dove Gerty lo informa di un piccolo incidente e si prende cura di lui.

La calma dura poco, perché Sam si accorge subito che qualcosa non va: dopo aver visto Gerty parlare in diretta con alcuni dirigenti della Lunar attraverso il trasmettitore che credeva rotto, decide di ingannarlo ed uscire dalla base con una scusa, per dirigersi verso il mietitore danneggiato. La scoperta è agghiacciante: dentro a ciò che resta del vecchio rover schiantatosi poco prima col mietitore Sam trova un altro se stesso, privo di sensi.

La svolta di sceneggiatura posta in questo punto, a meno di trenta minuti dall’inizio del film, è geniale: lo spettatore aveva già tutti gli indizi per capire che qualcosa che non andava, perché il Sam che si risveglia in infermeria non ha né l’ustione sulla mano (procuratasi durante la prima allucinazione) né la ferita sul volto causata dal secondo incidente, così come la sua tuta pressurizzata per le passeggiate lunari è pulitissima, mentre quella vista fino a pochi istanti prima era sporca e consumata da tre anni di lavoro. Ci troviamo quindi con due Sam Bell sulla scena, quello visto fino a pochi minuti prima e quello nuovo: sono entrambi cloni, creati dalla Lunar per poter avere manodopera gratuita ed abbassare i costi.

Tramite le loro differenze caratteriali scopriamo che il Sam Bell appena partito per la missione lunare era un uomo molto più impulsivo ed aggressivo rispetto a quello che ha passato tre anni in solitudine sulla luna: studiamo quindi la psicologia complessa di una persona che di fatto non è mai in scena nel film, dal momento che vediamo solamente i suoi cloni.
Altro elemento di grande interesse nel film è il robot Gerty, che presenta un approfondimento interessante delle regole della robotica di Isaac Asimov: programmato sia per servire i cloni di Sam Bell, che per obbedire agli ordini della Lunar, quando Gerty si trova due diversi Sam davanti a sé compie una scelta, decidendo di mettere i loro ordini davanti a quelli dell’azienda. Grazie al suo aiuto infatti, i due Sam scoprono non solo che, in quanto cloni, tutti i loro ricordi sono memorie sintetiche del Sam Bell originale (quindi non avranno né mogli né figlie ad attenderli a casa) ma anche che la durata del loro ciclo vitale è di soli tre anni, al termine dei quali vengono letteralmente inceneriti dal veicolo nel quale entrano credendo di tornare a casa, per poi essere rimpiazzati da un nuovo sostituto già presente alla base: trovano infatti la nursery dove sono immagazzinati 156 cloni in attesa di un futuro risveglio, alla stregua di un qualsiasi pezzo di ricambio.

I problemi non finiscono qui, non solo perché il vecchio Sam (che sta manifestando i sintomi di avvelenamento a causa delle radiazioni spaziali) comincia ad avere un improvviso decadimento fisico, ma anche perché è in arrivo un’unità di soccorso che formalmente deve riparare il guasto al mietitore, mentre nella pratica deve anche sbarazzarsi del cadavere del vecchio Sam (nessuno sa che è sopravvissuto e che i due cloni si sono incontrati: se dovessero scoprirlo li ucciderebbero). Con l’arrivo lento ed inesorabile dell’unità di soccorso, il film si trasforma in un sofisticato thriller che non si basa su improbabili piani di fuga ai limiti della sfida alle leggi della fisica, ma su una scrittura rigorosa: i due Sam decidono di risvegliare un terzo clone, pensando inizialmente di ucciderlo e posizionarlo nel rover danneggiato, salvo poi cambiare idea (“Non siamo in grado di uccidere, lo sai”).

Il vecchio Sam è intanto sempre più vicino alla morte: poco prima è riuscito a telefonare a “casa”, scoprendo che sono passati anni dai suoi ricordi sintetici, che Tess è morta e Eve (ora interpretata da Kaya Scodelario, la stessa donna in giallo delle sue allucinazioni) è vicina all’età adulta. Ormai moribondo, si fa deporre dal nuovo Sam nel rover danneggiato, In attesa che la squadra di soccorso lo trovi.

Il nuovo Sam intanto prepara un piano di fuga disperato ma senza alternative: il suo unico modo per tornare sulla terra è farlo attraverso le navicelle dell’Elio 3. Sa che nessuno deve essere informato della sua fuga (sennò al suo ritrovamento troverà una squadra pronta ad ucciderlo) e che non sarà al sicuro finché non sarà a terra e lontano dalla Lunar. La sua unica chance è fare risvegliare un terzo clone a Gerty e fuggire con la navetta prima che l’unità di soccorso si accorga di lui: nessuno infatti sospetta né di un suo incontro col vecchio Sam né del fatto che lui stesso sia ancora attivo (tutti credono infatti che non si sia ancora mosso dall’infermeria, come gli era stato ordinato) e, di conseguenza, il ritrovamento del cadavere del vecchio Sam nel rover e di un clone sveglio da poco in infermeria non dovrebbe insospettire nessuno e dargli un vantaggio tattico nella fuga, che si concretizza parallelamente allo sbarco dell’unità di soccorso. Sam riesce a rifugiarsi appena in tempo nella navetta dell’Elio 3, non prima di aver distrutto il disturbatore di frequenza che impediva le comunicazioni dirette con la terra (garantendo al clone appena svegliato la possibilità di comunicare coi terrestri). Il vecchio Sam muore a bordo del rover poco prima di essere trovato dall’unità di aoccorso: l’ultima cosa che vede è il bagliore della nave tra che parte nella notte, destinazione Terra.

Il film si chiude con le immagini del viaggio del nuovo Sam verso la terra, mentre voci provenienti da notiziari e programmi televisivi ci danno un flashforward di quello che accadrà: riuscirà a salvarsi e a svelare al mondo l’inganno della Lunar, creando uno scandalo, ma il suo destino non è del tutto chiaro perché incombe su di lui la possibilità di un’accusa per immigrazione clandestina.


I significati e l’estetica del film

Nonostante sia un’opera prima, in Moon troviamo già ben definiti tutti i tratti distintivi del cinema di Duncan Jones: la trama ruota attorno ad un uomo, che svolge un lavoro apparentemente normale in un contesto del tutto speciale (l’operaio lunare di Moon, il soldato nel loop temporale di Source Code, il guerriero Orco in una terra parallela in Warcraft e il barman muto nella Berlino futuristica di Mute) e che, ad un certo punto della storia, si rende conto in maniera traumatica che al centro della sua vita c’è un gigantesco inganno che fa crollare le sue certezze.

Quello che rende estremamente interessante il film è il rapporto che si instaura tra i due cloni (merito di una performance incredibile di Rockwell, tra le migliori della sua carriera) che sono due personaggi diversi ma, allo stesso tempo, la stessa persona: un rapporto difficile, fatto di scontri verbali e fisici che col tempo si trasformeranno in collaborazione e fiducia. È lo schema di un buddy movie inserito in un contesto mai così alieno e alienante, su una luna ormai di proprietà di una multinazionale che non ha alcun limite etico alla logica del profitto, tanto da permettersi di costruire esseri umani già preparati per il proprio compito e perfettamente sacrificabili, il tutto per la sola esigenza di risparmiare sul costo di nuovi addestramenti del personale: una logica che ricorda molto i temi del cyberpunk, in un film che dell’estetica cyberpunk non ha nulla.

Questi cloni non possono che ricordare i replicanti dell’intramontabile Blade Runner (non a caso il film preferito in assoluto di Jones), di cui Moon potrebbe quasi essere una sorta di prequel apocrifo, narrante la fuga da una colonia extramondo; non è un caso infatti che in Mute (che omaggia proprio Blade Runner nell’estetica e che condivide lo stesso universo narrativo con Moon, pur narrando una storia completamente scollegata) scopriremo nuovi frammenti della storia di Sam Bell e dei suoi cloni, che giunti sulla terra non hanno trovato delle unità blade runner a ritirarli, ma un comitato di liberazione internazionale (Free the 156, si legge su alcuni poster per le strade di Berlino) che ha portato a processo la Lunar Industries (vediamo un divertente frammento di quel processo in una brevissima scena del film, dove appare per la prima volta anche il Sam Bell originale). Destino diverso per l’eroico Gerty invece, che è andato in corto circuito in seguito all’abbandono della base.

Per spiegare la ragione delle allucinazioni di Sam sulla base, che gli permettono di vedere la figlia cresciuta senza ovviamente riconoscerla, Jones ha tirato in ballo la “teoria dei fratelli gemelli”, che a volte sarebbero in grado di percepire anche a distanza le emozioni del fratello: nel caso dei cloni questo legame sarebbe ancora più forte, tanto da permettere al clone sulla luna di vedere ciò che vede il Sam originale sulla terra.

Un’altra grande caratteristica distintiva che rende così speciale questo film è la sua estetica. Per questo motivo Moon ha un “secondo padre” oltre a Jones, che è lo scenografo e disegnatore Gavin Rothery, anch’egli esordiente al cinema dopo una lunga carriera nel mondo dei videogiochi e del concept design: ispirandosi alla migliore fantascienza spaziale degli anni settanta e lavorando a ritmi decisamente sostenuti, Rothery ha disegnato in pochi mesi l’intero ambiente del film, dall’intera base lunare (in interni e in esterni) ai veicoli utilizzati nel corso della storia, dal robot Gerty alle tute, documentando tutto il lavoro in un blog che è una vera miniera di informazioni per tutti gli appassionati degli aspetti più tecnici del cinema.
Per la realizzazione pratica dei modellini è stato coinvolto invece Bill Pearson, già al lavoro su Alien per Ridley Scott una trentina d’anni prima.
A dare il tocco finale all’atmosfera del film troviamo invece la colonna sonora di Clint Mansell (uno dei suoi lavori migliori), dichiaratamente a metà tra Philip Glass e John Carpenter, che alterna momenti di pura tensione ad altri di struggente malinconia.

Il risultato di questo grande lavoro di squadra è un film assolutamente unico nel panorama sci-fi degli anni duemila, sempre in bilico tra suggestioni passate e temi più che mai attuali. Un film che parla dei più grandi rischi dei nostri tempi senza dimenticarsi mai di intrattenere. In fondo, non è forse questa la ragion d’essere di tutta la migliore fantascienza?

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