Green Book: i meriti del film e la storia vera che lo ispira

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Quando affermiamo, e lo affermiamo più di quanto si pensi, che “i neri hanno il ritmo nel sangue”, stiamo commettendo un atto di esclusione. Perché avere il ritmo nel sangue significa essere portato geneticamente per danze tribali, non certo per il balletto classico. Se la maggior parte dei ballerini di classica noti al pubblico sono bianchi, se per vedere i primi danzatori di colore a teatro si è dovuto aspettare West Side Story (ed erano soltanto ispanici e malandrini, non si può avere tutto) e se fino a metà Novecento il personaggio del “Moro” in scena veniva interpretato da un bianco camuffato e storpiato in viso, è perché per secoli abbiamo creduto (crediamo ancora?) che la cultura occidentale sia cosa per gli occidentali, e che gli occidentali siano, direbbe l’onorevole Nullazzo di Aldo, Giovanni e Giacomo, “di razza bianca caucasica”.

Razzismo non è solo un esplicito atto di violenza: è anche la paternalistica convinzione che la pelle di un uomo, la sua origine, determinino in modo assiomatico le sue scelte, la sua cultura, le sue capacità. Ben inteso, ciò vale anche per il sesso: quante volte ci capita di dare per scontato che se un uomo fa il parrucchiere sia per forza gay, o che una militare femmina provochi un effetto straniante rispetto all’immagine del soldato maschio e camerata? Questi stereotipi sono ritenuti così radicati nel buon senso comune (che di per sé è un concetto insensato) da divenire impercettibili, stratificati fra mille altre convinzioni induttive del genere “domattina sorgerà il sole”, “onora il padre e la madre” o “l’Inter perderà”.

Se già accusare qualcuno di reato di violenza è difficile, smuovere significati sembra quasi impossibile. Ci vorrebbero un Usain Bolt cinese, un Roberto Bolle senegalese, un Presidente degli Stati Uniti nero e donna, un Jean Paul Sartre indiano; in breve qualcuno che col solo fatto di esistere e agire metta in crisi le idee deviate di differenza e prossimità che abbiamo.

Don Shirley (1927-2013) era un bambino di due anni della Florida quando pose mano al pianoforte per la prima volta. Studiò al Conservatorio di Leningrado, a diciott’anni suonò Tchaikovsky assieme all’Orchestra di Boston e a diciannove compose ed eseguì con quella di Londra. Un curriculum degno di Mozart, con un’unica macchia: Don era nero, e nell’America del Grande Sogno un pianista nero poteva scegliere fra una carriera nelle bettole a suonare blues o appendere i tasti al chiodo. Don scelse temporaneamente la seconda, si laureò in psicologia a Chicago ma in seguito si rese conto che la musica, quella dei grandi europei che sentiva suoi padri spirituali e consanguinei, era la sua vera predestinazione. In barba ad ogni pregiudizio.

Nell’America delle Grandi Opportunità per Tutti quella nera non era l’unica minoranza. Frank “Tony Lip” Vallelonga (1930-2013) era un italoamericano cresciuto nel Bronx. Uno di quei personaggi alla Scorsese, buttafuori nei locali notturni e lavoratore all’occorrenza per sbarcare il lunario. La sua parlata imbastardita l’avrebbe portato lontano: negli anni ’70 conobbe al nightclub Copacabana un giovane regista, di origini italiane pure lui, che lo scritturò per un ruolo minore in un film che, guarda caso, parlava di italoamericani: Il Padrino (1972). Vero e proprio maestro nell’intrecciare relazioni, Tony Lip deve al suo impiego nei locali notturni tutti i suoi incontri casuali che gli permetteranno di diventare una piccola celebrità.

Prima dell’exploit in veste di caratterista, però, fu l’ottenimento di un posto come autista e tour assistant, negli anni ’60, a cambiargli l’esistenza: per la precisione, alle dipendenze di un noto pianista di colore. Due destini incrociati nel vero senso dell’espressione: lui un discendente di immigrati fattosi da sé alla bell’e meglio, Don Shirley un afroamericano colto, raffinato, estroso. Entrambi vittime, a modo loro, delle contraddizioni dell’America dei Grandi Valori: a ognuno il suo ghetto, che si trattasse di Little Italy o della segregazione musicale, del pregiudizio “italiani pasta e jamme jà” o di quello “neri cantanti da piantagione di cotone”. Il nigger e il “nero a metà”. Insieme attraversarono gli Stati Uniti del Sud, dove notoriamente il razzismo era ed è una realtà pervasiva, per un tour dal valore rivoluzionario: sono gli anni di Malcom X e Martin Luther King, e il gesto di protesta di Rosa Parks risale a poco tempo prima. La cultura può e deve essere resistenza, tanto valida quanto le manifestazioni in piazza e le rivolte.

La vicenda di Don e Tony è narrata nel candidato agli Oscar Green Book di Peter Farrelly. Il titolo prende nome dall’omonima guida riservata ai neri che volevano avventurarsi nella giungla del Sud, e i protagonisti sono interpretati da Viggo Mortensen e Mahershala Ali. Il secondo perfetto nell’interpretazione di un Don algido, snob e provocatorio, il primo spettacolare per la sua rimaneggiata fisicità da camionista grezzo (se Aragorn avesse avuto un fisico così ai tempi, avrebbe semmai fatto Il signore dei sardelli) e per un accento italico che da solo vale metà della comicità del film. Fra scaramucce tipiche degli opposti che diventano amici, scazzottate con ignoranti armaioli del Sud e qualche scena eccessivamente hollywoodiana (ovviamente c’è il lieto fine, a suon di buoni sentimenti e canti natalizi), ne risulta una profonda riflessione sulle diverse forme che il razzismo può assumere, mascherata da commedia on the road molto piacevole e ottimamente sceneggiata.

Fa piacere vedere un film così candidato assieme a Blackkklansman di Spike Lee: due storie vere per due trame che affrontano con relativa leggerezza temi drammatici, due atti di strenua protesta contro certi personaggi che vorrebbero un’America sì ancor più Grande, ma solo a patto che sia Grande, Bianca e Maschia. Infine, due film la cui riflessione si espande oltre i confini degli USA: gioverebbe ad alcuni nostri compaesani, in un periodo storico in cui l’Italia rischia di sprofondare in un clima di odio per il diverso al limite del reato umanitario e alle nostre coste restano in stato di fermo barche piene di vite umane. Perché è di vite umane che parla il cinema, unica arte che nasce con l’uomo del Novecento e sola che dai baratri disumani del Novecento può salvarlo. Pensare che il cinema per il grande pubblico non sia rivoluzionario è stata l’ingenuità del nostro Fascismo, e pretendere che non lo debba essere, direbbe Benjamin, è altrettanto fascista.

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