Oscar 2019: qualche riflessione per orientarsi nelle polemiche

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Come ogni anno, gli Oscar dividono il mondo di cinefili in tre categorie: chi non li guarda perché sono mainstream, chi li guarda per criticarli in quanto mainstream, chi li guarda perché anche il mainstream è un fenomeno degno di interesse e non per forza malvagio. Come ogni anno, ogni cinefilo sente tale scissione nella propria psiche, e fino all’ultimo non sa se vale più la pena arrabbiarsi o osservare con spirito scientifico come funziona l’industria culturale odierna (perché è soprattutto di industria, come produttrice di significati, che si parla).

Come ogni anno, gli Oscar generano polemiche più o meno legittime, e l’edizione di quest’anno è sembrata da subito fra le più controverse: da un lato l’ingresso del colosso streaming di Netflix affianco alle produzioni per la sala, dall’altro la presenza di nomi da alto cinema di nicchia quali Lanthimos accostati al fumettistico Black Panther o al commerciale (non in senso spregiativo, si intende) Bohemian Rhapsody. In aggiunta, la proposta inizialmente divulgata di assegnare i premi a fotografia e montaggio durante la pubblicità, ritirata dopo le condanne di Cuarón e Del Toro: verrebbe da dire che, se proprio era necessario ottimizzare il tempo, potevano tagliare sulle copiose lacrime di Lady Gaga durante la cerimonia. Soprattutto, la forte rappresentanza black (più in generale, etnicamente connotata) sia nelle candidature che nell’alternarsi dei presentatori sul palco. Il che pone una serie di domande sempiterne: quanto un festival di cinema può sconfinare dal terreno estetico-tecnico per calarsi nell’attualità? Ancor meglio, si sta dando un giudizio al film o all’ideologia? E se l’ideologia, quale che venga rappresentata, non sia in fondo che un’ammorbidimento delle vere battaglie di liberazione, ad uso e consumo di una classe di spettatori approssimativamente colti, che non apprezzano Trump ma per cui bastano due battute sul muro con il Messico a risolvere i problemi? Ha senso portare sui teleschermi la lotta delle minoranze, se ciò può contribuire a desautorare tali minoranze rispetto alle proprie guerre personali?

Sono questioni complesse, considerando che non riguardano solo i singoli film ma la struttura-festival in sé: come a dire, i film dicono sempre ciò che vogliono, i festival mentono. Proprio a partire da alcuni dei concorrenti cercheremo di rispondere, o perlomeno di dare qualche spunto di riflessione, alle tre domande fondamentali generate dagli Oscar 2019:

  1. Streaming o sala: da che parte stare?
  2. Qualità o vendibilità: quali film vengono premiati?
  3. Autodenuncia o auto-assoluzione: quale la direzione politica del Festival?

Roma di Alfonso Cuarón: miglior fotografia, film straniero, regia
Il racconto per immagini e piani sequenza di un’infanzia messicana era fra i grandi favoriti di questa edizione. I premi vinti sono assolutamente meritati: per quanto ne La Favorita la fotografia fosse probabilmente più alta a livello tecnico, dovendo confrontarsi con più situazioni illuministiche, coloristiche e con degli illustri antenati (Kubrick su tutti), non c’è nel film di Cuarón una sola inquadratura che non abbia la dignità monumentale delle sculture classiche. Da ciò deriva la distanza che la macchina da presa spesso assume nei confronti dei personaggi, che all’inizio può sembrare straniante, ma anche il loro imprimersi nella memoria visuale come le immagini sacre, le fotografie degli anni di piombo, le icone.

La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Cohen: nessun premio.
Cuarón non ha fatto a meno di ringraziare pubblicamente Netflix durante la premiazione. Un altro film realizzato dal peggior nemico dei cineasti tradizionalisti non ha avuto la stessa fortuna: peccato, perché Buster Scruggs è un ottimo film, per quanto a episodi (genere difficile da giudicare), e si è meritato tutte e tre le candidature, sceneggiatura non originale, canzone, costumi. Che se proprio non volevano dare quest’ultimo a La Favorita, tanto valeva premiare i fantasiosi, grotteschi e variegati capi western dell’opera dei Cohen. Non avendo vinto nessun premio, lo citiamo per sottolineare come un film protagonista assoluto e uno dignitosamente presente in gara siano stati prodotti e distribuiti da Netflix (l’ultimo esclusivamente, il primo anche in sala). Sul grande palco dei premi più ambiti, almeno dal punto di vista dei capitali messi in gioco, lo streaming si fa strada sgomitando e ci induce a riflettere sui cambiamenti che stiamo vivendo in prima persona nel modo di fare e vedere cinema. Soprattutto, se i risultati di tali cambiamenti possono portare a film come Roma, a non guardarli per forza con spavento. Diceva il nostro Mario Monicelli: “Il cinema non morirà. Morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi importa niente”.

Bohemian Rhapsody di Brian Singer: miglior montaggio, sonoro, montaggio sonoro e attore protagonista. Il piccolo principe dei film in gara non mancherà di destare polemiche: se è vero che gli Oscar tecnici sonori erano quasi scontati per un biopic musicale da grande produzione, la sua presenza ingombrante fra le nomination va di pari passo con l’impressione che la vittoria fosse cucita addosso a Rami Malek fin dall’inizio della cerimonia, con l’attuale formazione dei Queen ad aprire lo show. Nulla si vuol togliere al giovane enfant prodige, ma è legittimo rimanere perplessi vedendo Christian Bale, Willem Dafoe e Viggo Mortensen (tre approcci diversi al personaggio per tre interpretazioni immense, nonché tre carriere invidiabili) restare a bocca asciutta. Si consideri poi che Bohemian Rhapsody ha avuto sì una fortuna al botteghino strabiliante, ma non è certamente stato elogiato in maniera unanime da tutti. Non c’è persona al mondo che non abbia pianto sulle note di Freddy Mercury almeno una volta in vita propria, ma ciò è sufficiente per urlare al capolavoro?

La favorita di Yorgos Lanthimos: miglior attrice protagonista. La Caporetto di questa edizione. Laddove gareggiava con Roma, era oggettivamente difficile capire quale fosse il migliore. Che però un film acclamato, di un regista versatile e dotato di stile personale che dalla produzione indipendente si è fatto strada, porti a casa solo una statuetta (meritatissima per la Colman, dispiace per le sue compagne di scena) è indicativo. Lanthimos fa troppo Cannes per vincere agli Oscar, e forse bisognava aspettarselo: il giudizio ottimista che se ne ricava è che gli Oscar non siano un covo di estremisti della Settima Arte rintanati nei propri vecchi numeri di Cahiers du Cinema, il giudizio pessimista è che gli Oscar siano più marketing e spettacolo che vera consacrazione cinefila (la presenza dell’ottima performer Lady Gaga, che però sarà tramandata ai posteri come cantante più che come attrice, lo prova). Nella diretta Lanthimos è stato inquadrato sì e no due volte, e sempre aveva un’espressione spaesata come a dire “Chi me l’ha fatto fare”.

Blackkklansman di Spike Lee: miglior sceneggiatura non originale. A Spike Lee (vestito interamente di viola, in omaggio a Prince!) viene finalmente riconosciuto il suo impegno. Sicuramente fra le statuette più meritate, per un film che con la relativa leggerezza di una action-comedy indaga con coraggio e, dove serve, crudo sguardo realistico, le radici del razzismo americano nella società e nella stessa rappresentazione cinematografica, per poi catapultarci drammaticamente ai nostri giorni. Ciò che ha fatto lo stesso Lee nel suo incontenibile discorso di ringraziamento. È stato detto che gli Oscar 2019 fossero marcatamente afro: finalmente, un coro unanime a dichiarare che l’arte può e deve gettarsi in campo e combattere le ingiustizie. Eppure, qualcosa non ha convinto tutti.

Green Book di Peter Farrelly: miglior sceneggiatura originale, miglior attore non protagonista, miglior film. La scelta di decretare la vittoria per Green Book ha infatti scontentato molti. La commedia on the road è, per sceneggiatura, ritmo narrativo e recitazione un ottimo film, e tratta la tematica razzista in modo più decentrato e leggero rispetto a Blackkklansman. Secondo numerosi esponenti della comunità afro, addirittura in maniera sconveniente: non stupisce che lo stesso Spike Lee abbia visibilmente manifestato disappunto all’assegnazione della statuetta. Come è possibile? Per rispondere bisogna risalire alla domanda fondamentale: gli Oscar sono connotati politicamente o restano, in fin dei conti, lo specchio per allodole di una società benestante e WASP che deve fare i conti con i propri errori storici senza apparire divisiva? La vittoria di Green Book confermerebbe la seconda opzione: spiace ammetterlo, perché se non fosse stato candidato sarebbe rimasto semplicemente un film ben fatto e di bei sentimenti, con un ricorso agli stereotipi sicuramente presente ma maneggiato con l’intelligenza che si richiede a una buona commedia. Invece, vincendo contro Blackkklansman, diventa inevitabilmente il simbolo di una rappresentanza bianca che vuole parlare al posto dei neri. Oscar anti-razzisti, sì, ma pacatamente.

Vice – L’uomo nell’ombra di Adam McKay: miglior trucco e acconciatura. A proposito di correlazione fra politica e film, è indicativo come Vice abbia avuto risalto solo per una statuetta tecnica. Si tratta di un film disarmante, documentaristico ma con la coerenza narrativa di un dramma di Shakespeare, che racconta il cuore oscuro della politica americana dalla Guerra Fredda all’ISIS. È come se agli Oscar esistessero quattro livelli potenziali di accettabilità:

  • Premiare un film che parla di razzismo senza rischiare troppo: Green Book;
  • Premiare un film che parla di razzismo e punta l’indice sullo spettatore stesso: Blackkklansman;
  • Premiare un film che parla delle controversie concrete a livello mondiale non di una posizione politica, ma dell’intera Nazione Americana: Vice;
  • Premiare un film che è socialmente rilevante (Roma) o non lo è esplicitamente (La favorita), ma ciò che conta è il film in sé, il cinema per il cinema, e non quale rilevanza ideologica vi sia sottesa.

Stavolta si è prediletto il primo livello, quello in fin dei conti meno coraggioso. Sarebbe sbagliato affermare che un film non debba innescare riflessioni sull’attualità (e difatti nemmeno La favorita è puro estetismo fine a se stesso), ma bisognerebbe capire, e rendere esplicito, quanto in profondità si voglia andare. Gli Oscar sono, in questo senso, una creatura anfibia: la distribuzione dei premi ha voluto accontentare un po’ tutti (inevitabilmente, generando malcontento) a compartimenti stagni, come insegna la legge del marketing.

Tuttavia, queste considerazioni non vogliono rappresentare un giudizio sui film, che sono altra cosa rispetto al festival, o un invito a disertare la prossima edizione degli Oscar: nel variegato e complesso mondo del cinema, che interseca, in quanto occhio della nostra realtà, ora l’economia utilitaristica, ora le istanze sociali, ora l’arte, ora il costume, ciò che conta è il dibattito, la riflessione in merito. Che forse può portare prendere posizione, o a rimanere più confusi di prima, ma di sicuro aiuta a comprendere.

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