Sorrentino, i Cassius e Andreotti: la spettacolare sequenza iniziale del Divo

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Una chitarrina spigliata, veloce e vivace, che accelera il ritmo cardiaco e quello dei personaggi che si vedono in quella manciata di secondi che seguono dopo il titolo del film: i personaggi della storia della nostra Italia, quelli che svolgevano il loro lavoro con passione e senso del dovere, ma anche quelli che amavano stare scomodi a qualcuno. La canzone è Toop Toop, brano che apre il bell’album 15 Again dei Cassius, uscito un paio di anni prima, ma non si fa in tempo a sentirla evolversi dopo l’ascesa iniziale. A un certo punto si blocca, e il beat diventa asettico, crudo, una sequenza di stomp che adesso sono quasi fastidiosi, e ti pongono in una sensazione di disagio, mentre vedi le scene sullo schermo fermarsi insieme alla musica. Poi capisci perché.

È la sequenza di sparatorie che riattiva la canzone e giustifica l’azione: le morti violente che hanno disseminato gli anni di piombo italiani, messi in scena come se fosse un’iniezione d’adrenalina che il nostro paese si è sparato per qualche anno. Uno sballo di una notte. I postumi però ti colpiscono subito, e quando arrivano la musica si interrompe di colpo. Silenzio. Una scarica secca di mitra sancisce gli ultimi istanti di vita di Aldo Moro, nel 1978. Poi primo piano su un tunnel sotto un certo cavalcavia siciliano, nei primi anni ’90, e un’automobile che cade dall’alto, con una lentezza che fa male, mentre le parole si formano in un colore rosso sangue: Giovanni Falcone, magistrato.

Passo indietro: prima della chitarrina, del beat e dell’esplosione che sapeva di fine della prima Repubblica, prima della scritta “Il Divo” ad occupare lo schermo intero, c’è un viso. Un viso trafitto da aghi regolari, ruvido e impassibile, un Toni Servillo che somiglia più a Pinhead, il demone di Hellraiser. Giulio Andreotti racconta spietato il piacere dell’esserci. Ieri, oggi e domani, mentre intorno a lui tutti i punti cardine morivano. Non sembrano esserci rimpianti, sensi di responsabilità o amarezze in quel volto. C’è solo quel terribile mal di testa, l’unica cosa che impedisce al Divo di vivere tranquillo. Una condanna della natura. O una reazione involontaria del proprio corpo. Non c’è molto tempo per ragionarci su. L’interruttore scatta e il buio cade nello schermo. È così che ha inizio Il Divo, il film con cui Paolo Sorrentino ha immortalato il cinismo della politica italiana durante gli anni della tensione.

Il Divo è uscito il 28 Maggio 2008 e sarà il film che lancerà Sorrentino come fenomeno internazionale. Quella iniziale non è l’unica sequenza con cui Sorrentino libera la sua abilità negli accostamenti con le musiche: c’è anche la celebre sequenza della corrente andreottiana, la romanticissima scena del bacio con Totò Riina e diverse altre occasioni di dimostrare la sensibilità musicale del regista partenopeo. I tre minuti iniziali però sono un meccanismo d’orologeria perfetto che ben rappresenta il modo in cui nel film tutto, nell’estetica, nella cronologia e nella semantica, si incastra al momento giusto. Il resto comporrà il puzzle al termine del film.

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