Fargo: dentro il significato del film dei fratelli Coen

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Fargo, il film dei fratelli Coen del 1996, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

 

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Due sono i colori che segnano la perla dei fratelli Coen, Fargo, due colori contrapposti tra loro, non altro che gli estremi entro cui si muovono come formiche i personaggi di questa serissima farsa. Da una parte il bianco della neve, pura, candido manto che copre la terra d’una silente pellicola onirica, languidamente dispiegata verso l’orizzonte con cui finisce per confondersi. Neve come manna, scesa sulla terra per sfidare la fame d’infinito degli uomini, sul cui gelido tappeto va in onda il teatrino fallimentare dell’esistenza. Non per altro “Molte cose possono capitare nel bel mezzo del nulla” è la tagline del film.

Il nero è invece quello del thriller che flirta con la commedia più caustica, amara, è il colore dell’ironia tragica del caso, che rende gli uomini null’altro che burattini in mano a una forza che li  soverchia e  illude.

Nel bel mezzo, a intaccare quel bianco, a fare più reale e spaventoso il nero, troviamo il rosso. Ma non un rosso qualsiasi: il rosso del sangue che schizza fuori dal cranio del poliziotto che ferma la macchina sbagliata, che sprizza fumoso dalle fauci della cippatrice in cui trituri il socio infame, che ti zampilla dalla schiena perché ti sei trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, che ti sfregia la mascella perché le cose non sono andate come dovevano.

Sesto film girato dai fratelli Coen, Fargo commuove i critici, sbaraglia la concorrenza e fa incetta di premi, da quello per la miglior regia, vinto a Cannes, ai due Oscar per la miglior sceneggiatura originale e per la miglior attrice protagonista. È il 1996, e Frances Mc Dormand incarna in modo impeccabile la super-eroina della pellicola, l’agente Marge Gunderson, capo della polizia locale di Brainerd, Minnesota. La purezza del suo cuore è quella della neve, e risalta in maniera ancora più vivida se rapportata alla statura umana e morale dei personaggi che le fanno da contraltare nella vicenda, e di cui alla fine ricostruirà a puntino i misfatti.

Causa prima di tutti i machiavellici sviluppi del plot è l’insoddisfazione di un solo uomo, per altro il più grigio che ci si possa immaginare. Quando Hannah Arendt parlava della banalità del male non si sbagliava, Jerry Lundegaard è l’uomo senza spina dorsale per eccellenza, marito di Jean e padre di Wade, bistrattato da tutti e vittima di un facoltoso quanto cinico suocero che lo considera, e forse a ragione, una nullità. Per altro, il vecchio è anche il proprietario della concessionaria di Oldsmobile di Minneapolis per cui Jerry lavora in qualità di responsabile delle vendite. Potete quindi facilmente immaginare l’astio che quest’ultimo nutre per il bisbetico, tirannico suocero, insieme alla voglia di rivalsa che ne fa, al di là dell’ordinarietà del personaggio, una mina vagante. Quale migliore idea, dunque, se non quella di ingaggiare due stralunati sicari (uno straordinario Buscemi e un altrettanto gigantesco Peter Stormare) per rapire Jean, accordandosi con loro circa la spartizione del riscatto estorto al suocero? Nessuno si farà male, pensa Lundegaard, andrà tutto liscio, riflette il novello Prometeo, Jean tornerà a casa e io finalmente sarò ricco…

E fin qua si potrebbe pensare che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole, eccezion fatta per i personaggi che già si presentano strampalati e un filo caricaturali, a partire dal remissivo protagonista Jerry, fino ai due sicari da lui ingaggiati, il cartoonesco Carl Showalter (Buscemi) e il laconico quanto terribile Gaear Grimsrud (Stormare). Ma è proprio a questo punto che ha inizio la magia, che una forza imperscrutabile interviene, modellando la trama secondo il proprio capriccio. E questa forza ha un nome preciso: il caso. Certamente in Fargo ritroviamo moltissimi dei vezzi più identificativi del cinema dei Coen, dal rapimento al ricatto alla violenza, ma mai come in questo film il protagonista assoluto è, per l’appunto, il caso, che riesce, nel volgere di un’ora e trentacinque minuti, a precipitare gli eventi in un caleidoscopico susseguirsi di colpi di scena. L’afflato lirico della pellicola, magistralmente accompagnata da una colonna sonora che ne esalta con forza l’epicità, resta intonso, ma il dramma assume connotati grotteschi senza per questo farsi parodia di se stesso. Ecco dove risiede la genialità dei Coen, e in modo particolare la cifra geniale di questo film. Non è facile riuscire a creare un “poliziesco” (in senso lato, sia chiaro) amaro, a tratti “buffo”, senza farlo sfociare nel surreale, nel comico, nell’incredibile, mantenendone integra la verosimiglianza. Il rischio è sempre alle porte, ma i Coen sono abilissimi nel tenere la vicenda in perfetto equilibrio tra la farsa e il dramma, restituendoci un’opera teneramente lirica.

Fargo è un thriller perfettamente congegnato, certo, ma allo stesso tempo è una commedia nera capace di stupire e di far amaramente sorridere, è una macchina perfetta in cui ogni tassello si trova  al posto giusto, in cui ogni fotogramma ha un proprio specifico significato nell’evolversi della fabula, e in cui anche ciò che sembra superfluo getta invece un’importante luce rivelatrice sulla psicologia dei personaggi. Quando Marge incontra il vecchio amico Mike a Minneapolis, ad esempio, quest’ultimo le racconta d’esser vedevo e tenta un disperato approccio con lei. Poche scene dopo si vedrà la stessa Marge parlare al telefono con un’amica, la quale le rivelerà che in realtà Mike soffre di problemi psichiatrici e che non è mai neppure stato sposato. Di primo acchito, questi momenti così tangenziali rispetto alla vicenda centrale, apparentemente “inutili” nell’economia del film, ci sembrano onestamente di troppo. Ma ad un’analisi più approfondita mostreranno la loro precisa funzione, e cioè quella di meglio permetterci di decifrare la personalità di Marge che, con la purezza di cui sopra, si mostra affettuosamente dispiaciuta per la situazione psichiatrica del conoscente, esprimendo uno stupore tanto ingenuo quanto sentito e inusuale, persino un poco infantile. Ancora una volta Marge si mostra per com’è: terribilmente “umana”, sinceramente altruista, cristianamente “ingenua”.

Unica pecca del film potrebbe forse essere ravvisata nel finale piuttosto contratto, in cui una circostanza fortuita eccessivamente smaccata aiuta Marge a chiudere il caso in tempi record. La donna troverà infatti la macchina dei rapitori per mera coincidenza, e questo le permetterà di scovare e arrestare Grimsrud, che nel frattempo ha fatto fuori Showalter. Ma in fondo un finale del genere può anche non stupire troppo, se come si diceva poco sopra l’intero impianto narrativo di Fargo è mosso per lo più dal capriccio del caso, da svolte che hanno decisamente del fortuito. Le ultime parole di Marge, rivolte più a se stessa che all’uomo che ha appena arrestato, saranno “There’s more to life than a little bit of money, you know. And here you are. And it’s a beautiful day. I just don’t understand it”. E fuori, ovviamente, non è altro che una schifosissima giornata di neve, fredda come gli occhi dell’uomo in manette sul sedile posteriore, un uomo che sembra non capire le sue parole, un uomo che non risponde al suo appello.

Ecco quindi la morale di Fargo: tra il bianco e il nero non c’è un vero vincitore, ma solo un’inaggirabile incomunicabilità. E se nel 2006 questa pellicola è stata scelta per essere conservata nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, archivio di pellicole ritenute culturalmente, storicamente o esteticamente rappresentative, forse un po’ di ragione ce l’ha.

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