Bohemian Rhapsody: un film che mette la musica davanti a tutto

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Avvicinarsi alla discussa figura di Farrokh Bulsara, in arte Freddie Mercury, non è certo un compito semplice. Grande cantante, impareggiabile frontman, ma anche uomo tormentato che viveva delle sue contraddizioni. Freddie Mercury è stato uno dei più importanti e conosciuti personaggi della storia della musica; un artista a tutto tondo, le cui vicende personali sembrano essere inscindibili da quelle artistiche.

Con tali premesse, era ovvio che la realizzazione di un biopic sulla sua vita potesse essere oggetto di speculazioni sull’effettiva aderenza della narrazione filmica ai fatti reali, un confronto con cui deve fare i conti qualsiasi regista che scelga di lavorare con il genere biografico. E così, nella lunga campagna promozionale che ha preceduto il film, sono state varie e numerose le critiche mosse verso la produzione, colpevole secondo molti di avere omesso le parti più importanti e scandalose della vita del frontman dei Queen, tra cui la sua dichiarata omosessualità e la battaglia con l’AIDS. Tuttavia la scelta di Bryan Singer è apparsa chiara dopo la visione della pellicola, sebbene le critiche siano continuate, e a volte persino aumentate dopo l’uscita nelle sale della stessa.

Non si può negare la distanza della narrazione dalle vicende reali a cui è ispirata. Sebbene gli elementi fondamentali della vita di Freddie Mercury siano tutti presenti, essi sono stati oggetto di una rielaborazione profonda, che ha tracciato delle vaghe linee di contorno entro cui Singer si è mosso liberamente. Bohemian Rhapsody non ha il sapore amaro della verità, ma quello più dolce dell’epica. La complessa personalità di Freddie Mercury è stata elevata al rango di leggenda, epurata dagli elementi che troppo spesso ne hanno definito la personalità a discapito dell’abilità puramente artistica. L’ampio spettro di caratteristiche della personalità del cantante è stato scandagliato alla ricerca di quei punti in grado di restituire un ritratto ambivalente e significativo, anche a costo di eliminare, modificare o ridurre alcuni aspetti. Non si tratta di un modo per svalutare l’importanza di questi ultimi, ma piuttosto di un bilanciamento che mira ad esaltare ciò che secondo Singer è più importante, vale a dire l’artista che c’è davanti all’uomo. Il genere biografico, per sua stessa definizione, è sempre andato alla ricerca dei ‘panni sporchi’, cioè della vita reale e segreta che si nasconde dietro l’artista, ma in un tempo in cui l’esibizione esplicita, sia volontaria che non, degli spazi privati è diventata la prassi, forse è meglio ricordare che la cosa più importante è il contributo umano, sociale e artistico che un personaggio pubblico lascia al mondo. La conoscenza della sua vita privata allora diventa secondaria di fronte alla grandezza della sua figura culturale.

Stiamo parlando di un modo di affrontare il discorso biografico che non rappresenta una soluzione più o meno valida dell’altra, o almeno non è ontologicamente ed oggettivamente tale, ma si definisce sicuramente attraverso una scelta consapevole e non come un banale errore dovuto al menefreghismo. Spazio allora a una libera modifica degli eventi reali in favore di una spettacolarizzazione dell’immagine e della narrazione, che cerca di farci entrare in pieno nella creazione dei più famosi brani dei Queen grazie ad un racconto fortemente empatico, semplificato in modo da ottenere il massimo grado di coinvolgimento possibile. Proprio nei momenti dedicati alla musica infatti, Bohemian Rhapsody tocca le sue vette più alte. Il trasporto emotivo è tale da rendere secondaria l’aderenza alla realtà dei fatti, nonostante manchino alcuni elementi conflittuali che avrebbero poco senso in una pellicola di questo tipo.

Resta comunque un senso di incompletezza per quanto riguarda le scene dedicate alla vita privata del solo Freddie. Queste vicende avrebbero meritato una maggiore coesione realistica, visto che si tratta di elementi fondamentali della figura di Mercury. La scelta compiuta da Singer diventa qui ambigua. Come nelle scene dedicate alla musica, anche in queste i fatti reali sono oggetto di una libera reinterpretazione in favore della spettacolarizzazione empatica. Per fare un esempio, la fine della storia tra Mercury e il suo manager/compagno Paul viene raccontata in un modo che sullo schermo rende di più, eppure è molto diversa dalla realtà, in cui si racconta di un tradimento di Paul ai danni di Freddie. Ancora una volta la realtà è sacrificata sull’altare della forza mediale del cinema, strumento in grado di modificare a suo piacimento la realtà oggettiva dei fatti rendendola ambigua, costruendo una storia parallela di uguale credibilità. Un affronto per i fan più devoti di Freddie Mercury, desiderosi di vedere finalmente raccontata in modo fedele la vicenda del frontman dei Queen, ma una piacevole sorpresa per il grande pubblico cui il film si rivolge.

Bryan Singer ha fatto una scelta coraggiosa, sulla cui validità si continuerà a dibattere nel corso del tempo – anche perché Bohemian Rhapsody si prospetta un film molto forte in ottica Oscar – eppure il trasporto costruito abilmente dal regista e dai suoi collaboratori rimane la qualità maggiore della pellicola. In ogni sala cinematografica in cui il film è stato proiettato, c’è sicuramente stato qualcuno che non è riuscito a rimanere fermo sulla poltrona al suono di uno dei grandi successi dei Queen, e in anni in cui il cinema d’intrattenimento puro, quello che una volta era in grado di farci saltare alla vista di una sequenza di forte impatto, sta conoscendo un periodo di stasi, questa non è una qualità da sottovalutare. I nebulosi contorni della vita di Freddie Mercury vengono spazzati da un ciclone che ha la forza di spazzare le ombre intorno a un personaggio di cui si è detto tanto, di cui sono note tutte le vicende più scandalose e private, ma di cui, dopo 27 anni dalla sua morte, una sola cosa verrà tramandata: la grandezza della sua musica.

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